ita eng

Il contestato  accordo UE-Turchia non ha comportato solo la limitazione della migrazione sulla rotta balcanica, ha avuto conseguenze anche sull’accoglienza dei richiedenti asilo nel paese. In un contesto di autoritarismo crescente, i siriani “sotto protezione temporanea” in Turchia oggi hanno maggiori opportunità di ottenere permessi di lavoro, accesso alla sanità e scolarizzazione. In Turchia, oggi risiede la maggiore popolazione di richiedenti asilo al mondo e oltre ai nodi problematici dell’accordo, vanno considerate le difficoltà oggettive nell’integrazione di questa popolazione nel tessuto sociale locale.

Il Working Paper è stato realizzato grazie al sostegno dell’Unità Analisi, Programmazione e Documentazione storico-diplomatica del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (contributo straordinario ex articolo 2 della legge 948/82), nel quadro del progetto di ricerca “La governance internazionale dei flussi misti tra Europa e Africa. Tendenze recenti, ostacoli e opportunità di sviluppo” condotto da OBC Transeuropa, FIERI e CeSPI.

Autrice: Fazıla Mat

Lingua: Italiano

 

Nello spazio post-jugoslavo si assiste negli ultimi anni al sorgere di nuove iniziative da parte della società civile. Dalla rivolta dei lavoratori alla mobilitazione degli studenti in difesa dei beni comuni, queste iniziative indicano lo sviluppo di una società civile critica nei confronti del capitalismo neoliberista e del modello dominante di transizione post-socialista.

Questo paper esamina una delle nuove iniziative in corso, denominata "Non (affon)diamo Belgrado" che si oppone alla costruzione di un grande complesso edilizio sulle rive del fiume Sava, nella capitale serba. Lo fa attraverso l'analisi del discorso e di alcune caratteristiche di tale mobilitazione quali le reti, le forme di azione, la produzione di conoscenza e il finanziamento.

Anche se questa mobilitazione introduce questioni strutturali e di classe come nozioni attorno alla quale l'azione politica può essere condotta, allontanandosi quindi dal modello dettato dalle ONG liberali, in questo contributo si dimostra che allo stesso tempo la mobilitazione si basa e attinge significativamente dalle pratiche della società civile liberale e dai discorsi dominanti sulla transizione.

Un contributo per comprendere meglio la 'nuova ondata' di mobilitazioni e il loro potenziale di emancipazione.

Autrice: Tijana Morača

Lingua: Italiano

Di fronte alla crisi dei migranti l'UE ha elaborato soluzioni parziali e tardive oscillando tra emergenza nelle risposte legislative e diritti umani (un po' tutelandoli e un po' delegandone la violazione). Ma sarebbe sbagliato sostenere che non ha fatto nulla. L'UE infatti è strutturata per comporre interessi contraddittori di svariati attori diversi tra loro, per elaborare compromessi e non soluzioni. Ciò detto, nella gestione degli ingressi come dell'integrazione dei migranti la risposta in Europa fino ad oggi è stata emergenziale. La sfida è quella di porsi le domande giuste prima di dare le risposte. Prima tra tutte come fare sì che le nostre società imparino a gestire la diversità come fattore strutturale e non eccezionale.

 

Autore: Francesco Palermo

Lingua: Italiano

Il 31 marzo 2016, Vojislav Šešelj, leader del Partito radicale serbo, accusato di crimini di guerra e contro l’umanità, è stato assolto in primo grado dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia. La sentenza, promulgata ad una settimana di distanza dalla condanna di Radovan Karadžić presso lo stesso Tribunale, ha colto di sorpresa parte dell’opinione pubblica internazionale e nei Balcani, perché contraria alle attese. Infatti, Šešelj era già stato ritenuto colpevole di aver preso parte ad una “impresa criminale congiunta” in precedenti sentenze, dunque l’assoluzione dell’imputato risulta incongruente rispetto alla giurisprudenza del Tribunale stesso. Nel paper, dopo alcuni cenni alla biografia politica di Šešelj, vengono esaminati alcuni passaggi controversi della sentenza. Il lavoro si conclude con una disamina delle possibili ragioni che hanno condotto all’assoluzione, e delle reazioni nello spazio post-jugoslavo.

 

Autore: Christian Costamagna

Lingua: Italiano

Analisi realizzata da OBC e CeSPI nell’ambito del progetto di studio “L’avvio della macro regione adriatico ionica: un percorso ad ostacoli", sostenuto dall’Ufficio analisi e programmazione del Ministero affari esteri e della cooperazione internazionale.

Nell’Ottobre del 2014 si è avviata la Strategia macro-regionale dell’Unione europea (UE) per l’area adriatico ionica, conosciuta come EUSAIR : European Union Strategy for the Adriatic-Ionian Region, con l’adozione del Piano di Azione proposto dalla Commissione europea sulla base di una consultazione che ha coinvolto i diversi paesi e stakeholder dell’area. La Strategia è parte della cassetta degli attrezzi dell’Unione per favorire la coesione territoriale di aree vaste, coinvolgendo anche i paesi in via di adesione verso l’integrazione europea. E’ uno strumento che presenta quindi sia una dimensione interna che esterna. Per questo essa rappresenta anche uno strumento utile per la politica estera italiana. (...continua a leggere)

 

Autore: OBC  e CeSpi

Lingua: italiano

L'Unione Europea ha ripetutamente indicato la libertà dei media come uno dei pilastri fondamentali dei sistemi democratici, includendo tale principio nei documenti fondamentali dell'Unione. Nonostante ciò, l'indipendenza dei media e la sicurezza dei giornalisti sono costantemente sottoposti a pressioni sia all'interno dell'UE che nei paesi che aspirano a diventarne membri.

The EU has consistently recognised media freedom and pluralism as fundamental pillars of democratic systems, enshrining these principles in EU binding documents. As far as Enlargement countries are concerned, Commissioner Hahn recently stated that media freedom is an “imperative” and that “without freedom of the media, a country can not be part of the EU".

Despite this, both in Member states and in the countries aspiring to join the EU, media independence and the safety of journalists are often under pressure by means of direct and indirect threats.

Taking a closer look at the situation in EU member states, Freedom House warns that Europe registered the world’s second-largest net decline in media freedom since 2004, a deterioration which is second only to Eurasia. Such deterioration can be attributed to the incremental erosion of the legal and economic environments - the product of several trends including the digital evolution as well as negative factors such as the economic crisis and the securitarian turn, that further facilitate the interferences with the ability of journalists to cover the news in person.

(... read more)

 

Autore: OBC (Position paper presentato al convegno "Transeuropa: reti di società civile")

Lingua: inglese 

A un quarto di secolo dalla caduta del Muro di Berlino, in Europa si innalzano nuovi muri per fermare rifugiati e migranti. La risposta alla crisi umanitaria in corso nei Balcani, e alla sfida del terrorismo, non può coincidere con la rinuncia ai nostri valori di solidarietà, uguaglianza e libertà di movimento.

Dopo il crollo del Muro di Berlino, simbolo tanto della divisione del continente che di una visione del mondo ideologicamente e culturalmente arretrata, lentamente si è messo in moto il processo di riunificazione europea che, dopo l'apice dell'allargamento e l’ingresso di dieci nuovi stati nel 2004, si è poi progressivamente indebolito, nonostante nuove adesioni.

Oggi, secondo il filosofo francese Étienne Balibar, stiamo assistendo ad un nuovo processo di allargamento, non su base geografica ma demografica. Le guerre in Africa e Medio Oriente stanno infatti spingendo verso l'Europa centinaia di migliaia di rifugiati, che chiedono asilo ai sensi delle convenzioni internazionali. Il modo in cui l'Europa sarà in grado di rispondere a questa nuova sfida ne determinerà in larga parte il futuro in quanto progetto politico.

La rotta balcanica, che a partire dalla Turchia attraversa Grecia, Macedonia, Bulgaria, Serbia, Croazia e Slovenia, è in questo momento il percorso più utilizzato da migranti e rifugiati diretti verso la Germania e i paesi nordici, più importante numericamente di quella del Mediterraneo che vede protagonista l'Italia.

Giunta solo quest'estate all'attenzione dei media internazionali, in realtà la rotta balcanica non rappresenta una novità. Per tutti gli anni 2000 infatti sono stati in migliaia a percorrere i Balcani alla ricerca di un futuro migliore. E il primo muro anti-immigrazione della regione fu costruito dalla Grecia già nel 2011, creando una barriera ai flussi migratori al confine turco. All'Evros, il fiume che segna il confine tra Grecia e Turchia, e che ha inghiottito per anni le vite e le speranze di centinaia di migranti, avevamo dedicato un lungo reportage-inchiesta già nel 2010 quando il nostro corrispondente Paolo Martino aveva seguito la strada del profugo afgano Mussa Khan.

La guerra in Siria ha portato la Turchia a diventare, nel 2014, il principale paese d’accoglienza di profughi al mondo. Circa due milioni di persone, di cui solo il 10% residente nei campi, hanno pesato sull’economia, la politica e la società turca. Nel corso del 2015, la situazione ha iniziato a cambiare. Un crescente numero di siriani ha preso la rotta balcanica per raggiungere l'Europa del nord. Diverse le ragioni: la precaria situazione in Turchia, la diminuzione delle risorse internazionali destinate ai campi profughi, il persistere del conflitto siriano e la perdita di speranza sull’eventualità di un imminente ritorno e forse anche un incoraggiamento della stessa Turchia lasciata da sola a fronteggiare l’afflusso di persone. (... continua a leggere)

 

 

Autore: OBC (Position paper presentato al convegno "Transeuropa: reti di società civile")

Lingua: italiano 

Dall'instabilità in Turchia alla guerra in Ucraina. Come è intervenuta e cosa ha imparato l'Unione Europea

Nel 1995 il trattato di Dayton metteva fine alla guerra in Bosnia Erzegovina. I successivi vent'anni hanno trasformato profondamente il mondo, l'Unione Europea, i Balcani e anche noi stessi. Il position paper propone una riflessione su tale mutamento considerando la prospettiva europea e la capacità di azione internazionale dell’UE, tenendo conto di come negli ultimi anni i conflitti ai suoi confini si siano moltiplicati e siano diventati un problema anche domestico, come evidente con il terrorismo jihadista.

La trasformazione del sistema internazionale

Quando negli anni ‘90 la leadership americana nelle relazioni internazionali era indiscussa, l’UE ha iniziato ad esprimere una propria politica estera a partire dal Sud-est Europa giocando un ruolo fondamentale nella pacificazione, ricostruzione e sviluppo dei Balcani.

Successivamente il percorso intrapreso dall’UE in ambito internazionale si è scontrato con le conseguenze della pretestuosa invasione americana dell’Iraq, a cui si erano accodati alcuni paesi membri, e della crisi economica internazionale. Il conseguente ritiro strategico americano dallo scacchiere europeo e la ritrovata assertività della Russia, di cui il primo acuto è stata la guerra con la Georgia proprio nel 2008, hanno generato l’attuale contesto di instabile multipolarismo.

Tale contesto, unito alla mancanza di un effettivo strumento di governance mondiale per via della debolezza tanto dell'ONU che delle altre organizzazioni regionali, ha influito negativamente sulla disponibilità occidentale ad impegnarsi in missioni in contesti di conflitto. Esiste un dibattito intellettuale tra chi avanza proposte di forme ibride di protettorato o trusteeship, come Michael Walzer o Roland Paris, e chi invece come David Chandler denuncia l’imperialismo sotteso all’umanitarsimo.

Ma 20 anni dopo la fine della guerra in Bosnia Erzegovina sembra impossibile ripetere oggi in Siria o in Ucraina ciò che era stato possibile fare nei Balcani: un intervento internazionale che ponga fine al conflitto e un protettorato che ne assista la ricostruzione, assieme ad un tribunale internazionale che ne giudichi i crimini. (... continua a leggere)

 

 

Autore: OBC (Position paper presentato al convegno "Transeuropa: reti di società civile")

Lingua: italiano 

Da oltre vent'anni il Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia (ICTY) e le Corti locali perseguono i responsabili per i crimini di guerra e contro l'umanità commessi in Bosnia Erzegovina nel periodo 1992-1995. Il ritmo dei processi, tuttavia, è talmente lento che difficilmente le vittime, i familiari e le società sconvolte dalle violenze dei nazionalisti potranno mai ritenersi soddisfatte per il lavoro svolto dalla giustizia tradizionale

 

Autore: Andrea Oskari Rossini

Lingua: italiano

L'Unione europea nell'ambito della sua Politica Europea di Vicinato ha sviluppato a partire dal 2008 un programma denominato Partenariato Orientale rivolto ad Ucraina, Bielorussia, Moldavia e ai tre paesi del Caucaso del Sud (Armenia, Azerbaijan e Georgia). Gli obiettivi di questo strumento sono quelli di migliorare sia i rapporti commerciali che quelli politici, culturali e strategici con questi paesi che, dopo le successive tornate di allargamento ad est, condividono o sono più vicini ai confini dell'UE.
Position Paper per il Consiglio Italiano del Movimento Europeo (CIME) 

 

Autore: OBC

Lingua: italiano

L'allargamento a Est è una politica comunitaria su cui tradizionalmente l'Italia ha mostrato un forte impegno. Con l'opportunità del semestre di Presidenza UE, ma anche negli anni a venire, è auspicabile un impegno italiano nel rilancio del processo di integrazione europea dei Balcani Occidentali.
Position Paper per il Consiglio Italiano del Movimento Europeo (CIME) 

 

Autore: OBC

Lingua: italiano

Sintesi del dibattito online "Il TPI dell'Aja ha contribuito alla riconciliazione in ex Jugoslavia?" indirizzata al Presidente del Tribunale Penale Internazionale dell'Aja per l'ex Yugoslavia

 

Autore: OBC

Lingua: inglese

L'organizzazione di campi giovanili finanziati dal governo è emersa quale uno degli elementi più in vista e maggiormente pubblicizzati delle attuali politiche giovanili in Russia. Questo paper tratta in particolare il caso di Mašuk 2010, un campo sostenuto dal governo russo e interamente dedicato a giovani provenienti dai territori appartenenti al distretto federale del Caucaso del nord e dai territori delle repubbliche de facto indipendenti di Abkhazia e Ossezia del Sud, internazionalmente riconosciute come parte della Georgia. La ricerca si basa su osservazione partecipata presso il campo Mašuk nell'estate del 2010 e su interviste a responsabili delle politiche giovanili in Russia e Caucaso.

Dalla ricerca è emerso che le politiche giovanili attualmente sostenute dal governo russo prendono esplicitamente esempio dall'esperienza sovietica. Inoltre, in Caucaso politiche giovanili e campi come Mašuk hanno lo scopo di promuovere l'imprenditorialità e l'importanza del successo individuale, migliorare i rapporti interetnici tra i giovani delle regione, creare un'immagine positiva dallo Stato (frequentemente identificato con corruzione, malgoverno e misure repressive), dare forza a politiche di educazione patriottica mirate a rafforzare il senso di appartenenza alla “grande patria”, la Federazione Russa, ma anche a “piccole patrie” come la regione di origine e, per la prima volta, il Caucaso del nord nel suo complesso.

 

Autore: Giorgio Comai

Lingua: italiano

A partire dal 1999 la comunità albanese del Kosovo ha attraversato un processo di radicale trasformazione, affrontando per la prima volta la pluralizzazione della vita pubblica. Il paper esplora queste dinamiche che sono state trascurate, sia a livello locale sia internazionale, a causa della questione dello status politico del Paese che ha monopolizzato la sfera pubblica.

Prestando particolare attenzione alle conseguenze del decennio di segregazione etnica degli anni Novanta, il paper analizza lo sviluppo della società civile, dei media, dei partiti politici così come il fenomeno di rapida urbanizzazione e i cambiamenti nelle relazioni familiari. L'analisi sottolinea quanto la comunità albanese sia ostaggio di aspettative irrealistiche rispetto allo sviluppo politico, economico e sociale che dovrebbe seguire all'ottenimento dell'indipendenza. In questo contesto, il processo di democratizzazione è indebolito dall'appello all'unità di fronte a 'nemici' esterni e in particolare alla minoranza serba e all'amministrazione internazionale.

 

Autori: Luisa Chiodi - Francesco Martino - Francesca Vanoni

Lingua: inglese

Questo paper esplora le trasformazioni delle memorie collettive circale politiche coloniali italiane in Albania durante la prima parte del XX secolo. Lo fa guardando alla relazione tra le memorie collettive e le rappresentazioni reciproche che si sono formate prima e dopo la Guerra fredda. L'analisi intende illustrare come, con la fine dell'imperialismo italiano, le rappresentazioni pubbliche del coinvolgimento italiano in Albania nei due paesi per la gran parte convergano e argomenta perché ciò sia rilevante. La ricerca muove dalla letteratura esistente e da fonti primarie, inclusi libri di testo per le scuole e mass media.

 

Autori: Luisa Chiodi - Rando Devole
Lingua: inglese

A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, in concomitanza con i prodromi della disintegrazione della Jugoslavia titina, i media assumono sempre più un ruolo determinante nel preparare il terreno dell’imminente conflitto bellico. A questo riguardo il caso dei media serbi assume un carattere paradigmatico per capire l’evoluzione e l’escalation degli eventi di quegli anni, ma ancora più paradigmatico è il caso del più vecchio giornale dei Balcani, il quotidiano Politika. Da quotidiano libero, passa attraverso il controllo del potere socialista, per poi diventare la cassa di risonanza della politica liberticida di Slobodan Milošević. Ciononostante tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, la Serbia si distingue anche per l’affermarsi dei primi media indipendenti. Quotidiani, settimanali, radio e tv che hanno prodotto un'informazione di qualità durante il periodo bellico e continuano a farlo tutt’oggi. Le speranze serbe di un vero cambiamento della situazione politica e sociale, sorte con l’uscita di scena di Milošević nell’ottobre 2000, si infrangono con l’omicidio del premier Zoran Ðinđić, il 12 marzo 2003. Lo stato d’emergenza, proclamato per far fronte al grave omicidio che sconvolge un Paese socialmente fragile, avrà serie ripercussioni sul lavoro dei media serbi. Il cambio di potere temporaneo, dopo la morte di Ðinđić, e le elezioni che hanno consegnato il governo a Vojislav Koštunica non hanno ancora permesso un cambio di prospettiva riguardo i media. Il controllo della politica rimane una costante, così come l’assenza di adeguate legislazioni che regolino il comportamento dei media del Paese, penalizzando la professionalità di parecchi degli organi informativi e determinandone a volte la stessa sopravvivenza.

 

Autore: Luka Zanoni

Lingua: italiano