foto pixabay

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Anche nel 2016 attacchi fisici, minacce, forti limitazioni nel poter svolgere il proprio lavoro. Fare i giornalisti in Bosnia Erzegovina è sempre più difficile

01/12/2016 -  Adis Šušnjar Sarajevo

Anche nel 2016, come già accaduto in passato, sono continuati gli attacchi contro le giornaliste e i giornalisti in Bosnia Erzegovina (BiH). Preoccupano in particolare gli attacchi nel periodo pre-elettorale, un chiaro indicatore del grado di (non) democratizzazione della società e della libertà di parola in BiH. Col passare del tempo gli attacchi stanno divenendo sempre più diretti e marcati.

Quest'anno, il Servizio di assistenza ai giornalisti (FHML), istituzione dell'Associazione dei giornalisti della BiH, ha registrato sinora 43 tra violazione dei diritti, minacce e pressioni contro i giornalisti. L’anno scorso sono stati registrati 60 di questi casi. Gli attacchi contro i giornalisti sono stati condannati da parte della comunità dei media e dai rappresentanti delle istituzioni europee in Bosnia Erzegovina mentre ciò che invece ancora manca è una risposta adeguata da parte delle istituzioni locali.

Minacce e attacchi

A causa dell’intensità degli attacchi e delle pressioni contro i giornalisti, alla fine di luglio di quest'anno, è intervenuta anche Dunja Mijatović, rappresentante dell'OSCE per la libertà dei media.

Tuttavia, poco dopo la nota dell’OSCE ci sono state nuove minacce e pressioni, culminate nell'attacco fisico contro Ismar Imamović, giornalista della RTV Visoko, picchiato poco dopo la trasmissione di un dibattito elettorale, all'interno della campagna per le Elezioni locali 2016. L'aggressore ha buttato per terra il giornalista e gli ha recato danni alla testa, viso, collo e schiena. "Il lavoro dei giornalisti nei media locali è molto più complicato di quello dei giornalisti che lavorano nelle ‘grandi redazioni’. Gli ambienti piccoli sono il paradiso dell’informazione perché si ottengono molte notizie e l'inferno dell’obiettività, oltre che ad essere un terreno fertile per nuovi hater, per altro già presenti, soprattutto sui social media”, sottolinea Imamović.

Minacce di morte sono state poi inviate alla giornalista Lejla Čolak, perché sul suo profilo Facebook aveva criticato l'uso del burqa e dei simboli religiosi. Sempre nello stesso periodo, il ministro del Commercio e del Turismo della Republika Srpska (RS), Predrag Gluhaković, ha tolto il microfono di mano a Jelena Grahovac, giornalista della rete tv Alternativa di Banja Luka, rifiutandosi di rispondere alle domande fattegli.

Dopo l'editoriale intitolato “Il terrore chiamato campagna elettorale” pubblicato sul portale visoko.co.ba, Irma Antonija Plavčić ha ricevuto minacce su Facebook. Il primo di ottobre vi è stato un attacco hacker contro il portale neznase.ba. Durante l'attacco sono stati modificati i contenuti del sito ed è stata pubblicata una falsa intervista col sociologo Slavo Kukić.

Per i professionisti dei media, per i giornalisti, le associazioni di categoria e per le organizzazioni che si occupano della protezione dei diritti umani, questi attacchi sono segnali pericolosi della situazione sociale in cui viviamo, motivo per cui le istituzioni responsabili, prima di tutto gli ombudsman della BiH e la magistratura dovrebbero reagire in modo più deciso.

“E conseguenza della situazione politica del paese. La magistratura dovrebbe essere più attiva su queste questioni. Questi attacchi sono inaccettabili in una società democratica“, sottolinea Mehmed Halilović, esperto di diritto per l’organizzazione Inernews.

Marko Divković, presidente dell'Associazione dei giornalisti di Bosnia Erzegovina, sottolinea che la tipologia degli attacchi che sono stati denunciati finora, rispecchia fedelmente l’ambiente sociale in cui lavorano i giornalisti. Secondo Divković sarà così finché la giustizia continuerà a trattare con benevolenza le minacce alla libertà di parola e di pensiero, ma anche alla libertà di lavoro e di movimento.

“Questa situazione è conseguenza del modo di comportarsi delle istituzioni, in primo luogo dei responsabili del potere legislativo ed esecutivo, che modellano l'opinione pubblica, suggerendo non di rado anche il modo per rapportarsi coi giornalisti. Sostanzialmente non cambia nulla, e questo è ulteriormente corroborato dal fatto che la BiH ha adottato la Legge sulla libertà di accesso alle informazioni, ma non ha sanzioni per la sua diffusa violazione ed elusione. Uno dei motivi è anche il fatto che i media e gli editori reagiscono raramente oppure troppo debolmente a queste minacce e pressioni contro i giornalisti”, dice Divković.

Gli attacchi contro i giornalisti in Bosnia Erzegovina sono stati denunciati anche dall'organizzazione Civil Rights Defenders (CRD). Ena Bavčić, consigliera del CRD, sottolinea che è di capitale importanza che lo stato processi in modo adeguato tutti i casi di attacchi contro giornaliste e giornalisti, e che vengano adeguatamente puniti i colpevoli.

“Civil Rights Defenders condanna tutti gli attacchi contro i giornalisti e le giornaliste, e in generale contro i difensori dei diritti umani. In BiH e nell'intera regione negli ultimi due anni è stato registrato un aumento degli attacchi contro i giornalisti e le giornaliste, e forse c’era da aspettarselo dato che lo stato da anni non reagisce agli attacchi sistematici contro chi lavora nei media. Nella maggior parte dei casi rimangono impuniti, mentre i cittadini e le cittadine subiscono le conseguenze sotto forma di (auto)censura dei giornalisti e delle giornaliste, ma anche con la chiusura di alcuni media. Inoltre è importante che i tribunali locali processino i casi di diffamazione secondo gli standard stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo“, dice la Bavčić.

La Bosnia Erzegovina sempre più giù

Secondo i dati di Freedom House relativi al 2016, la Bosnia Erzegovina si trova al 104smo posto nella classifica mondiale della libertà di stampa e dall'anno scorso è scesa di 4 posizioni e potrebbe continuare a precipitare su questa lista se non ci sarà un’azione di contrasto più efficace da parte degli organi competenti e delle istituzioni.

Faruk Kajtaz, caporedattore del portale StarMo e presidente del Club dei giornalisti di Mostar, dice che parte della responsabilità di questa situazione ricade sulla magistratura che non risolve in modo adeguato i casi degli attacchi contro i giornalisti, e in parte ricade anche sulla gente che non sta dalla parte dei giornalisti. “Gli attacchi contro i giornalisti vengono vissuti come qualsiasi altro attacco. I media sono un fattore democratico e dovrebbero essere trattati in modo particolare. Il numero di attacchi contro i giornalisti è sicuramente più alto di quello indicato dalle statistiche, perché i giornalisti non denunciano ogni attacco. In particolare negli ambienti più piccoli dove si conoscono tutti e dove è meglio non provocare coloro che sono al potere”, dichiara.

Secondo i dati del Servizio di assistenza ai giornalisti dal 2006 fino ad oggi sono stati registrati 400 casi di violazione della libertà d’espressione e dei diritti individuali dei giornalisti. Fra questi sono stati registrati 60 attacchi fisici e minacce di morte.

Faruk Kajtaz sottolinea che la risposta a questa situazione è la solidarietà e l'unione dei giornalisti. La stessa raccomandazione arriva anche da Civil Rights Defenders: “È molto importante che i cittadini e le cittadine, insieme alle organizzazioni per i diritti umani e i media, chiedano il miglioramento delle condizioni di lavoro dei giornalisti nella BiH e nella regione, e questo porterà anche ad un miglioramento della qualità dei contenuti dei media”.

Questa pubblicazione è stata prodotta nell'ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto


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