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Carovana per la pace, settembre 1991 (foto Luigi Lusenti)

La rievocazione della memoria degli anni ‘90 attraverso le testimonianze dirette dei cooperanti, nella città croata che sarà Capitale europea della cultura nel 2020

04/08/2017 -  Marco Abram

Nel 2020 Fiume sarà la Capitale europea della cultura, un titolo conquistato superando la concorrenza di altre città croate grazie al progetto “Rijeka – Port of Diversity”. Dal marzo dello scorso anno, quando la candidatura è risultata vincente, nella città quarnerina sono cominciati i preparativi. Tra i temi richiamati nel programma del progetto risalta l’approfondimento del ricco passato cittadino. Fiume rappresenta uno dei principali centri urbani di un territorio europeo di frontiera che ha conosciuto il fascismo, il comunismo, i flussi migratori e le tensioni che hanno caratterizzato il XX secolo. Tuttavia, proponendosi di andare al di là dell’immaginario legato ai conflitti di quest’area – particolarmente forte anche in Italia – il progetto intende valorizzare le esperienze di incontro, relazione e scambio della storia fiumana.

Al momento è difficile capire quanto spazio “Port of diversity” dedicherà alla memoria degli anni Novanta. Durante le guerre di dissoluzione jugoslava, le operazioni belliche sfiorarono appena Fiume e l’Istria. Ciò non significa tuttavia che questi territori non abbiano subito le conseguenze del conflitto: la mobilitazione militare, i profughi, le tensioni del nazionalismo. Come nel resto del paese, anche a Fiume il ricordo pubblico della “guerra patriottica” risulta nella maggior parte dei casi incentrato sugli aspetti militari e sulla celebrazione della vittoria finale. Più che altrove vengono proposte nuove letture, ma ciò non significa che la narrazione dominante venga facilmente messa in discussione. Basti ricordare il ventennale dell’Operazione Tempesta nel 2015, raccontato per OBCT da Francesca Rolandi, quando l’organizzazione di un evento al teatro nazionale volto a presentare testimonianze “alternative” del conflitto causò contestazioni e violenze nel centro cittadino.

Una porta d’ingresso

Le testimonianze raccolte da OBCT nell’ambito del progetto Cercavamo la pace, dedicato alla mobilitazione di solidarietà della società civile italiana in ex-Jugoslavia, ci restituiscono un ulteriore punto di vista sulla storia recente di Fiume e di questo territorio di frontiera. Decine di voci ricordano come nei primi anni Novanta la città abbia in qualche modo rappresentato per molte persone il luogo d’incontro con le guerre jugoslave.

Quando i pacifisti italiani iniziarono ad interessarsi al conflitto videro in queste terre una porta di ingresso ai Balcani non solo di carattere geografico. La prima tappa della Carovana per la pace che nel settembre del 1991 portò circa 500 attivisti e pacifisti a Lubiana, Zagabria, Belgrado e Sarajevo fu proprio Fiume, dove si svolse il primo incontro con gli esponenti della società civile locale.

Tuttavia, il particolare interessamento della mobilitazione italiana di solidarietà verso questo territorio si deve al fatto che la regione di Fiume divenne terra di ospitalità per migliaia di profughi di guerra, già 40.000 persone all'agosto 1992 secondo alcune stime. In molti casi, chi fuggiva dai combattimenti venne smistato negli alberghi o in altre strutture della zona (Jadran, Ičići, Pionir, Uvala Scott, Fužine, Novi Vidovolski, Učka), ma anche in decine di case private.

“Un popolo intero assedia Fiume”, spiegava ai lettori italiani il quotidiano “La Repubblica” già nel maggio del 1992. Ricorda un volontario dell’epoca la gravità della situazione: “A tre ore di automobile da noi c'era Fiume. Nella provincia di Fiume c’erano 18 mila profughi. Gente che aveva bisogno di tutto”. Per molti gruppi quindi Fiume divenne il luogo dove tentare una qualche forma di primo intervento, in alcuni casi in risposta ad appelli giunti da oltre-confine: “Nel 1991 ricevemmo una richiesta di aiuti umanitari da Fiume. Da lì praticamente iniziammo il nostro percorso, in primo luogo con gli aiuti umanitari, i medicinali e così via per l'ospedale di Rijeka”.

La prossimità geografica e la diffusa conoscenza della lingua italiana favorirono la nuova relazione tra i volontari italiani e la città. Le esperienze di impegno furono le più diverse, ma nella gran parte dei casi un ruolo fondamentale venne svolto dai cittadini fiumani. Tra gli esponenti della minoranza italiana, si trovò in prima fila Giacomo Scotti, che ha ricordato quell'esperienza in un recente libro. Ma furono numerose le persone legate ad ambienti pacifisti, femministi, antinazionalisti che si impegnarono nonostante le difficoltà legate al clima che si respirava nella Croazia dell'epoca.

I racconti riportano alla luce il tessuto associativo presente all'epoca in città: Suncokret (Girasole), Duga (Arcobaleno), Iskra (Scintilla), Ariadna (Arianna). Vengono quindi richiamate le figure di medici, assistenti sociali, responsabili della gestione profughi, ai quali i volontari italiani si rivolgevano nel tentativo di consolidare le proprie iniziative.

Le testimonianze restituiscono la nuova percezione del contesto fiumano che si andava affermando tra i volontari italiani in parte idealizzata, ma certamente lontana da quella prodotta in Italia dagli eventi del secondo dopoguerra: “Cominciammo a prendere in considerazione l’idea di una relazione stretta con quel territorio, che peraltro rappresentava terra d'asilo anche all'interno della stessa Jugoslavia. C’era già l'indipendenza della Croazia e ciononostante la zona di Fiume/Rijeka era considerata da tutti e da sempre come un territorio non segnato dal nazionalismo. E quindi anche per questo era terra d'asilo”. Negli anni costruirono rapporti con Fiume decine di gruppi e comitati provenienti da tutta Italia: da Genova a Trieste, da Napoli a Trento, da Lucca a Padova.

Bosniaci e italiani a Fiume

Nella prima fase l'emergenza riguardò gli sfollati che arrivavano dalle zone di conflitto in Croazia e che vennero accolti principalmente negli alberghi della costa. A partire dal 1992, con lo scoppio del conflitto in Bosnia Erzegovina, cominciarono ad affluire a Fiume sempre più profughi bosniaci, moltissimi dei quali musulmani, mettendo in ulteriore difficoltà il sistema di accoglienza. La città si trovò a vivere contraddizioni sempre più marcate, come ricorda una volontaria: “Andavi a vedere la situazione e c’era un contrasto tremendo a Fiume, che tutto sommato non era stata toccata, dove c'era ancora una società abbastanza benestante per essere in una situazione di guerra… ma poi ti trovavi questi poveri profughi in case disastrate”.

Grazie a contatti consolidati e alla possibilità di offrire una presenza piuttosto assidua – vista la vicinanza con l’Italia – la zona di Fiume rappresentò un contesto dove sperimentare il superamento di approcci esclusivamente emergenziali e umanitari. Ospitò la costruzione di rapporti che caratterizzarono l’evoluzione della parte più politicamente consapevole della solidarietà. Tra gli altri, forme di affido a distanza volte non solo a sostenere le famiglie, ma anche a costruire relazioni di scambio secondo i principi di quella che allora veniva chiamata la “diplomazia dei popoli”.

La città quarnerina diventava quindi luogo di incontro: “Una cosa che facevamo era organizzare almeno due volte all'anno dei viaggi a Fiume per far incontrare le persone. Con molto rispetto delle persone, perché non era facile portare delle persone benefattrici dalle persone beneficate. Quindi andava preparato qui e andava preparato là, andava gestito”.

Le testimonianze riportano l'ampliamento degli ambiti di intervento dei gruppi, restituendo immagini delle condizioni di vita delle comunità profughe nella zona:“Noi ci siamo fatti carico di una scuola extra-territoriale, che era in pratica a venti chilometri sulla costa da Fiume. Qui degli ex professori bosniaci e delle mamme con figli, tutte senza mariti, avevano creato una scuoletta in un ex-albergo e continuavano a fare lezione a questi bambini. Quindi abbiamo cominciato a seguirla e a portargli qualsiasi cosa gli servisse”.

Altre testimonianze rievocano la collaborazione all'organizzazione di iniziative locali che avevano un certo impatto sulla vita pubblica della Fiume degli anni della guerra: concerti, manifestazioni pacifiste e perfino la festa del Bajram per i bambini musulmani bosniaci presso il palazzetto cittadino.

Si trattava naturalmente di esperienze di relazione e confronto tutt’altro che facili. Le iniziative di gruppi e comitati pagavano l’inesperienza, le contraddizioni e le difficoltà dell’umanitarismo, ai quali non sempre si riuscivano a dare risposte adeguate. Dall’altra, la Fiume degli anni Novanta non era affatto immune da intolleranze, nazionalismi, ostilità verso elementi considerati “estranei” alla nuova Croazia indipendente, che potevano ad esempio scaturire in discriminazioni verso i profughi musulmani, in particolare dopo lo scoppio del conflitto croato-bosgnacco in Bosnia centrale e Erzegovina.

Da Fiume verso sud-est

Nei campi profughi dell’alto-Adriatico, in Croazia come in Slovenia, videro la luce molte iniziative rivolte ai territori in quel momento al centro dei conflitti, in particolare alla Bosnia Erzegovina. In molti casi fu proprio il rapporto diretto costruito con le persone in fuga dagli scontri armati a rappresentare l’occasione per allargare l’intervento di solidarietà, sia durante il conflitto che, in modo più strutturato, dopo la fine delle ostilità.

Le voci dei testimoni raccontano le circostanze, a volte quasi casuali, che portarono a nuove iniziative: “Alcune delle persone che seguivamo erano di Gračanica in Bosnia. Ad un certo punto, dopo un annetto che facevamo questa cosa, ci hanno chiesto di provare ad andare a Gračanica che in quel momento era proprio nel periodo più brutto della guerra, di andare a parlare con le istituzioni e di vedere cosa si poteva fare”.

Per via di una consapevolezza politica che spingeva ad allargare l’impegno ad altri territori, per rispondere a richieste di aiuto venute dai contatti allacciati in loco o per un commistione di entrambe le motivazioni, alle esperienze a Fiume fecero seguito progetti più articolati in Bosnia Erzegovina – da Mostar a Gradačac, fino a Prijedor – ma anche in Serbia, a Novi Sad e Belgrado.

Le testimonianze dei volontari italiani – per quanto di parte e soggettive – invogliano a recuperare aspetti dell’esperienza di Fiume nel conflitto degli anni Novanta spesso dimenticati. I flussi dei profughi, la gestione del problema da parte delle autorità, il ruolo delle comunità, le contraddizioni e le tensioni, ma anche le iniziative dal basso di carattere locale e la dimensione transnazionale del conflitto sono questioni che risultano spesso marginalizzate nella memoria pubblica. Rappresentano tuttavia esperienze in qualche modo condivise nei diversi paesi protagonisti dei conflitti jugoslavi e che videro coinvolte migliaia di persone.

Il progetto Port of diversity, nel suo intento di approfondire il passato cittadino e valorizzarlo in chiave più ampia, può rappresentare un’occasione per guardare agli anni dei conflitti di dissoluzione jugoslava dai punti di vista inediti offerti dalla dimensione locale. Per Fiume, significherebbe ripensare a una stagione di incontro che, nella sua tragicità, vide protagonisti sia i fiumani che le persone che per ragioni diverse la guerra portò in città in quegli anni, in un altro capitolo della storia mai scontata di questo territorio di frontiera.

Questa pubblicazione è stata prodotta nell'ambito del progetto Testimony – Truth or Politics. The Concept of Testimony in the Commemoration of the Yugoslav Wars, coordinato dal CZKD (http://www.czkd.org/ ) e cofinanziato dal programma "Europa per i cittadini" dell’Unione Europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea.


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