Un punto d'arrivo e un imprescindibile punto di partenza sulla storia della città di Fiume. E' recentemente uscita nelle librerie "Storia di Fiume”, di Giovanni Stelli, edita dalle Edizioni Biblioteca dell’immagine di Pordenone. Una recensione

28/07/2017 -  Diego Zandel

Giovanni Stelli è da quest’anno il nuovo presidente della Società di Studi Fiumani, che dal 1960 ha sede a Roma. E’ anche direttore da molti anni della rivista Fiume, che pubblica studi, saggi e articoli non solo sulla città quarnerina, ma spazia per l’intero universo adriatico.

Autore di molti libri, si è ora cimentato con una “Storia di Fiume”, edita dalle Edizioni Biblioteca dell’immagine di Pordenone, che per molti versi può dirsi la prima storia completa sull’argomento, se non altro per l’arco di secoli che racconta, dalla fondazione della allora Tarsatica nel 129 d.C. a oggi. Per i tempi più recenti si rifà ampiamente, tra l’altro al monumentale libro “Memorie per la storia della liburnica città di Fiume” di colui che lo stesso Stelli definisce il più grande storico fiumano, cioè Giovanni Kobler. Naturalmente, ci sono stati altri libri sulla città. Ma parliamo ora di questo di Giovanni Stelli, scritto molto bene, in maniera semplice e accattivante, all’inglese, direi, quindi privo di ogni appesantimento accademico.

E’ una storia lunga quella di Fiume, con tanti elementi intorno di carattere internazionale, e il merito va soprattutto alla sua posizione geopolitica che si trova su una linea di divisione tra mondi diversi che hanno contribuito a rendere diversa questa città.

Innanzi tutto mi sono reso conto che, forse proprio per questo, una tranquillità politica non c’è mai stata. Prima di leggere questo libro pensavo che solo con il fascismo prima e il comunismo poi la storia della città si fosse complicata. Il mio ritornello era più o meno sempre quello: le popolazioni autoctone, italiane, slave, ungheresi, austriache, erano sempre vissute in pace, poi è arrivato il nazionalismo fascista e quindi il comunismo con il suo nazionalismo mascherato da internazionalismo ed è successo il patatrac.

Invece, questioni ce ne sono state sempre. E Stelli non ne tralascia nessuna, compreso il periodo a cavallo tra otto e novecento di un inimmaginabile nazionalismo magiaro, che ritenevo invece molto defilato.

Naturalmente nessuna questione è stata deflagrante come quanto avvenuto nel primo cinquantennio del '900 che dal 1945, con l’esodo massiccio della popolazione fiumana e il vuoto demografico colmato dalle migrazioni di altri popoli della ex Jugoslavia, ha portato a una mutazione genetica, in qualche modo, della città. Non solo: anche mutazione linguistica, culturale che solo ora, placati gli animi con l’instaurazione della democrazia – quella vera, non quella che si gabbava come “democrazia popolare” – ha portato al ripristino di alcuni simboli e valori che appartengono alla più antica e genuina tradizione della città come, ad esempio, l’aquila bicipite sulla Torre Civica e di alcuni nomi di vie, mentre si parla anche della sostituzione dell’attuale bandiera bianco celeste con ripristino di quella storica, originaria, a bande trasversali di colore azzurro, giallo e amaranto con al centro l’aquila bicipite e la scritta Indeficienter sotto l’anfora tenuta dagli artigli dell’aquila stessa.

Direi che sono questi tra gli elementi più genuini della città stessa, non italiani, non croati, non ungheresi, ma insieme italiani, croati e ungheresi, che un po’ alla volta spero, col tempo, restituiscano a Fiume il suo carattere autonomista che, come emerge dalle pagine del libro di Stelli, rappresenta la vera natura della città. A riguardo sono del parere che, se si ferma questo processo, il rischio sia che Fiume, città della cultura europea nel 2020, resti nel limbo di quelle altre città multietniche, multilinguistiche, multiculturali e multireligiose come sono state Alessandria d’Egitto, Beirut, Smirne, Costantinopoli, ora senza più vita, monocordi, unilaterali, senza più storia, appunto, mentre, se hanno lasciato una traccia profonda di sé, ciò è avvenuto soltanto nel passato, quando proprio per il loro straordinario essere crocevia di razze, lingue, culture, religioni, hanno espresso il massimo del loro splendore, quello per il quale oggi sono ricordate e rimpiante (basti leggere scrittori come Lawrence Durrell, André Aciman, Fausta Cialente per limitarci a coloro che l’hanno raccontata a posteriori).

Stelli, nel suo libro, porta alla superficie quella città che tale è stata per tanti anni, compreso il periodo dannunziano, che impropriamente viene assimilato al fascismo, mentre ha rappresentato un’epoca più che altro anarchica per ciò che, in termini anche di avveniristica legislazione, rappresentava. E, accanto alla sua storia, alla conoscenza della sua storia, Stelli lascia affiorare, oltre alla sua, anche nel lettore la nostalgia, un’emozione che, comunque, può essere considerato il valore aggiunto di questo libro. Ciò non impedisce all’autore di essere particolarmente oggettivo. Anzi, direi che questo è il suo primo e più importante merito, fondamentale per uno storico, anche se si avverte la simpatia dell’autore per le tradizioni autonomiste e irredentiste della città, che è anche la sua di nascita.

Ciononostante, non è così di parte come, ad esempio, lo scrittore Nedjeljko Fabrio, di cui pubblicherò prossimamente nella collana “Oltre confine”, da me diretta per la Oltre Edizioni, il romanzo “Esercizi di vita” (Vježbanje života)  magistralmente tradotto da Silvio Ferrari. Questo romanzo, naturalmente bello e interessante, altrimenti non l’avrei pubblicato, racconta una saga sullo sfondo della storia di Fiume, dal 1700 al 1945. Lo fa però, a mio avviso, attraverso la lente o, meglio, il prisma deformante del suo acceso nazionalismo croato, per cui alcune cose, espresse naturalmente in scene narrative, mi hanno lasciato piuttosto perplesso. Ma sono anche del parere che Nedjeljko Fabrio è un romanziere e può permettersi la libertà di inventare il mondo, tutto il mondo, non solo Fiume, mentre uno storico, qual è Giovanni Stelli no. Ma è senza timore di smentita che, a riguardo, mi sento di affermare che la sua “Storia di Fiume” rappresenta oggi il punto di arrivo più affidabile sulla storia della città quarnerina. Un libro con il quale chiunque in futuro dovrà fare i conti se vorrà scrivere sull’argomento.


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