Bandiere della Bulgaria e della Macedonia del nord - © NINA IMAGES - Shutterstock

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Col veto all'apertura dei negoziati per l'adesione all'UE della Macedonia del Nord, il governo bulgaro gioca la carta nazionalista soprattutto per ragioni contingenti di politica interna. Le conseguenze, però, rischiano di essere pesanti nel medio e lungo periodo

25/11/2020 -  Francesco Martino Sofia

(Questo articolo è stato pubblicato in anteprima su Europea )

La Macedonia del nord e l'Unione europea: un percorso di avvicinamento complesso, trasformatosi negli anni in una frustrante gara ad ostacoli che somiglia sempre di più ad un'odissea. Dopo il lungo veto greco sulla questione del nome, risolto nel 2018 con gli accordi di Prespa, con cui la Macedonia ha accettato di aggiungere la specifica “del nord” al suo nome costituzionale, ora è la Bulgaria a dire “no” su una questione non meno controversa e difficile da comprendere per i più, quella sull'eredità storica e sulla natura dell'identità e della lingua macedone.

Dopo aver a lungo minacciato, il 17 novembre Sofia ha deciso di porre il veto all'apertura della cornice negoziale della Macedonia del nord. “Per noi Skopje non è pronta”, ha dichiarato la ministra degli Esteri bulgara Ekaterina Zaharieva, gelando così il governo del premier macedone Zoran Zaev, che ha replicato parlando di “decisione ingiusta”.

Eppure la disputa con la Bulgaria - dove è diffusa l'opinione che un'identità separata macedone si sia sviluppata solo dopo la fine della Seconda guerra mondiale sotto la pressione violenta delle autorità jugoslave, e che la lingua macedone sia solo un dialetto di quella bulgara - sembrava risolta ancor prima di iniziare, grazie al trattato di buon vicinato firmato dalle due parti nel 2017.

Sofia, però, non è soddisfatta di come il trattato viene implementato e per sbloccare il proprio veto esige di inserirne il contenuto all'interno della cornice negoziale. Altre due le richieste sul tavolo: non utilizzare nei documenti la dizione “lingua macedone” (ma quella di “lingua ufficiale della Repubblica di Macedonia del nord”) e ottenere assicurazione che Skopje non rivendichi proprie minoranze in Bulgaria.

I margini per uscire dall'impasse esistono, ma sono stretti: il semestre di presidenza UE della Germania, considerato la migliore finestra di opportunità per risolvere la questione, dato il peso e l'investimento politico fatto da Berlino per risolvere la disputa, termina a fine dicembre. In caso di mancato accordo il destino europeo della Macedonia del nord (ma anche dell'Albania, che procede in parallelo) potrebbe scivolare pericolosamente nel tempo, fomentando ulteriore instabilità nell'area.

La partita di Sofia e le reazioni a Skopje

Da mesi il governo di centro-destra bulgaro, guidato da Boyko Borisov, aveva alzato i toni nei confronti della Macedonia del nord, accusando Skopje di non impegnarsi nella soluzione delle questioni aperte attraverso la commissione storica bilaterale istituita dal trattato del 2017, di continuare a “rubare” momenti e figure storiche contese, come quella del rivoluzionario Gotse Delchev, e di portare avanti un'incessante campagna denigratoria contro la Bulgaria.

Nonostante tutto, in molti dubitavano che si sarebbe arrivati ad un veto, visto che l'ingresso di Skopje è negli interessi strategici della Bulgaria, ma anche perché Borisov ha posto l'allargamento UE ai Balcani occidentali come pilastro della propria politica estera in questo suo terzo mandato, tema a cui ha dedicato anche un celebrato, per quanto inconclusivo summit nel maggio 2018.

Da allora gli equilibri nella politica interna bulgara sono però stravolti: il governo Borisov è stato minato da lunghissime proteste di piazza - partite durante l'estate e trascinatesi fino ad autunno inoltrato – che accusano l'esecutivo di corruzione e nepotismo. Borisov è riuscito ad evitare elezioni anticipate, ma la sua base elettorale ne è uscita erosa.

Il veto sembra quindi un classico espediente per risollevare le sorti della coalizione di governo in vista delle politiche della prossima primavera: una forte dose di retorica nazionalista, su un tema – quello dell'identità macedone - che tradizionalmente raccoglie larghi consensi in Bulgaria, tanto che anche l'opposizione si è allineata, mentre i sondaggi registrano una larga adesione dell'opinione pubblica alle posizioni dell'esecutivo.

Il rischio è di pagare caro l'azzardo fatto a meri fini elettorali: sulla questione macedone la Bulgaria si trova isolata a livello europeo, e dopo aver a lungo perseguito la linea dell'“alunno modello” a livello comunitario – dettata anche dalla forte dipendenza di Sofia dai fondi elargiti da Bruxelles - per la prima volta si è inserita nella lista dei “guastafeste” come Polonia e Ungheria, non godendo però del peso politico dei paesi che in questi anni hanno manifestato posizioni eterodosse nei confronti dell'UE. Anche un ripensamento dell'ultimo minuto, che molti analisti ritengono ancora possibile, lascerebbe comunque strascichi e dubbi sulla credibilità della Bulgaria.

Per la Macedonia del nord il veto bulgaro, soprattutto se reiterato, ha conseguenze pesanti. Il premier Zaev ha posto l'adesione all'UE come faro della politica estera macedone, e un ulteriore stop potrebbe avere ricadute sulla stabilità del suo governo e del paese, anche se oggi il premier macedone è in una posizione più solida rispetto all'autunno scorso, quando l'ennesimo veto – allora arrivato dalla Francia, insoddisfatta dalle procedure legate al processo di allargamento – avevano portato alle sue dimissioni e a elezioni anticipate.

Dopo aver esplicitato la sua frustrazione, Zaev ha assunto un tono conciliante, rilanciando il dialogo e dichiarando la sua disponibilità a firmare nuovi accordi con Sofia, se necessario. Dopo le concessioni fatte alla Grecia per arrivare agli accordi di Prespa, però, il suo spazio di manovra è limitato: non a caso il premier macedone, consapevole del malcontento crescente nella sua opinione pubblica, ha dichiarato a caldo che “l'identità e la lingua macedone non sono negoziabili”.

Allargamento UE nei Balcani occidentali, il rischio dei veti incrociati

Se nella disputa tra Sofia e Skopje ancora non è chiaro chi vince, è però possibile identificare chi perde: la credibilità del processo di allargamento UE ai Balcani occidentali. Rallentata negli anni dalla sempre più visibile “stanchezza da allargamento” e dalle crescenti resistenze da parte di alcuni stati membri, l'inclusione di questa parte d'Europa all'interno del disegno comunitario – da sempre definita a Bruxelles “una priorità strategica” - è vittima ancora una volta della dinamica dei veti incrociati, su questioni bilaterali talvolta – ed è questo il caso – quasi incomprensibili a chi non è direttamente coinvolto nella contesa.

Lo scontro tra Bulgaria e Macedonia del nord crea un'ulteriore linea d'ombra sulla sostenibilità del processo e sulla realizzazione dell'obiettivo finale, l'inclusione dell'intera regione nel quadro dell'UE. Buona parte dei paesi dei Balcani occidentali hanno infatti dispute bilaterali nei confronti di uno o più vicini, dispute complesse e dolorose che affondano le radici nelle ferite, ancora fresche, del conflitto che ha smembrato la Federazione jugoslava.

Il pericolo che il fuoco dei veti incrociati porti allo stallo è reale: per evitare questo scenario, forse è arrivato il momento di sottrarre il percorso di adesione al meccanismo dell'unanimità, che può rendere il destino europeo di un paese ostaggio di logiche miopi, che hanno poco a che fare con lo spirito e le priorità strategiche dell'Unione.


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