Manifestanti bloccano il "ponte delle aquile" a Sofia, capitale della Bulgaria - fmartino/OBCT

Manifestanti sul "ponte delle aquile" a Sofia - fmartino/OBCT

In Bulgaria continuano da oltre venti giorni le proteste contro il governo Borisov. Il nostro corrispondente ha attraversato il cuore delle manifestazioni - nel centro della capitale Sofia - per raccogliere dal vivo le voci della protesta

31/07/2020 -  Francesco Martino Sofia

“Borisov, pozor! Ostavka i zatvor!” “Borisov, vergogna! Dimissioni e galera!”.

Come succede da ormai più di venti giorni, l'asse che attraversa il cuore della capitale bulgara, dal parco di Borisovata Gradina alla Presidenza, passando per l'Università e il basso edificio del parlamento, si anima velocemente di gruppi di cittadini che, a piedi, in bici, in skateboard, in molti sventolando il tricolore orizzontale bulgaro, si appropriano degli spazi pubblici, dell'asfalto liso e ancora rovente dei bulevard e dei marciapiedi, per rinnovare la propria protesta contro il governo Borisov.

Il traffico è bloccato dalla grande manifestazione di mercoledì sera, la più animata da quando è esplosa la protesta, con almeno 20-30mila persone a scandire nelle strade. Da allora, gruppi di cittadini hanno aperto le proprie tende sui principali snodi stradali della città, paralizzando il traffico nel centro ventiquattro ore su ventiquattro.

Tra i vari “campeggi della protesta” spicca quello di Orlov Most, il ponte delle aquile, tradizionale epicentro dei movimenti di protesta e disobbedienza civile in Bulgaria. Tra i tanti che presidiano il ponte, oramai giorno e notte, c'è Stoyan Atanasov, giovane studente di giurisprudenza originario di Burgas che, dopo una lunga esperienza all'estero ha deciso di cercare la sua strada in Bulgaria.

“Una vera democrazia nel nostro paese non l'abbiamo mai vista, e ora la vogliamo”, ci dice sotto il riparo di uno dei chioschi di tela allineati lungo le ringhiere in ferro battuto del ponte. “Vorrei finisse la transizione infinita e che governasse finalmente un'élite normale”. Secondo Stoyan, molti di quelli che sono in piazza sono giovani che sono tornati a casa proprio come lui, anche a causa della crisi da coronavirus.

“Se queste proteste falliscono”, dice con voce decisa, “la nostra generazione perderà definitivamente ogni speranza di poter realizzare qui i propri sogni. In un paese già segnato da una gravissima crisi demografica, come la Bulgaria, questo potrebbe risultare fatale. Io voglio restare, ma se le cose non cambieranno, sarò costretto a ripartire”.

Poco più in alto, in direzione del rettorato dell'Università “Sveti Kliment Ohridski” un gruppo di persone discute animatamente con ampi gesti delle mani. Molti portano al petto il gagliardetto di “Boets”, organizzazione nata nel 2013 durante le manifestazioni contro l'allora premier Plamen Oresharski, e che negli ultimi anni si è distinta soprattutto nella lotta per un vero stato di diritto in Bulgaria.

Ci fermiamo a parlare con Georgi Georgiev, presidente dell'organizzazione. “Le ragioni dell'esplosione della rabbia e della protesta sono molte, tutte collegate. La principale è la tragica diffusione della corruzione che colpisce il paese da anni e che le istituzioni si sono rivelate incapaci di tenere a freno. La seconda è l'infiltrazione della criminalità organizzata a tutti i livelli della macchina amministrativa. La terza - diretta conseguenza delle prime due - e la mancanza in Bulgaria di giustizia e stato di diritto”.

Secondo Georgiev le proteste non debbono fermarsi fino al raggiungimento dell'obiettivo primario, le dimissioni del governo Borisov e del procuratore capo Ivan Geshev. “Se riusciremo a mantenere unità e determinazione fino in fondo, vinceremo. Le dimissioni sono il primo passo necessario, a cui deve seguire l'approvazione di una nuova legge elettorale in grado di garantire finalmente elezioni libere e corrette”.

Dopo la grande manifestazione di mercoledì sera, il livello dello scontro si è alzato con il blocco di snodi centrali nel centro di Sofia, ma anche con l'interruzione del traffico su alcune delle arterie autostradali principali, azione che ha provocato non pochi disagi. Lo stesso Borisov ha colto la palla al balzo invitando i manifestanti “a bruciare la residenza 'Sekvoya' [la sede ufficiale dove risiede il premier] se necessario, ma a liberare le strade e permettere ai cittadini di poter vivere”.

Chiedo a Georgiev fin dove sono disposti ad innalzare il livello dello scontro. “Chiediamo legalità, e quindi vogliamo portare avanti la nostra lotta attraverso mezzi legali”, mi risponde. “Di certo non crediamo nella violenza, perché caos e  anarchia non risolvono i problemi. Però bloccare il traffico, non solo a Sofia, ma nel paese, è disobbedienza civile, uno strumento che riteniamo indispensabile per far sentire la nostra voce”.

Risalendo verso la presidenza, incontro il corteo che ogni sera, dopo essersi raccolto nel “Largo”, la piazza triangolare dove si affacciano sia la presidenza che il consiglio dei ministri, percorre colorato e rumoroso le strade del centro, risalendo fino ad Orlov Most secondo itinerari diversi. Seguo il troncone che scende lungo la via Rakovska, fermandosi a lungo sotto l'edificio vetrato della rappresentanza Ue in Bulgaria. Molti dei cartelli innalzati dalla folla fanno appello proprio all'Unione, vista dai più come uno dei fattori in grado di spingere il governo alle dimissioni e il paese ad una modernizzazione più sostenibile.

Protesters outside the EU headquarters in Sofia (photo F. Martino)

Protesters outside the EU headquarters in Sofia (photo F. Martino)

“La membership europea continua ad essere un giubbotto di salvataggio per la Bulgaria, sono convinto che senza l'Europa le condizioni del nostro paese sarebbero molto peggiori” mi confida Tervel Nikolov, piccolo imprenditore attivo nella compravendita di terreni agricoli. “Purtroppo la mancanza di stato di diritto e la corruzione diffusa fanno in modo che i fondi che arrivano da Bruxelles, compresi quelli recentemente approvati per il Recovery Fund, possano essere utilizzati senza controllo da parte del governo”.

“I nostri politici”, prosegue Tervel scuotendo la testa, “non hanno la minima idea di cosa significhi 'sviluppo sostenibile', sono in grado soltanto di vampirizzare le risorse nazionali e quelle che arrivano dall'UE. Nelle loro mani, resteremo sempre l'infelice cenerentola del continente”.

Tra le migliaia di persone che risalendo il bulevard Vasil Levski restano a urlare e protestare nonostante sia ormai notte inoltrata, c'è anche Vanya Tsvetkova, che lavora nella capitale come dipendente pubblico. Quando chiedo di intervistarla si mostra scettica, e acconsente solo quando le mostro il tesserino da giornalista.

“Sono tempi difficili”, mi confida. “Io non ho paura, ma nelle istituzioni il controllo esercitato dal potere è profondo, capillare. In genere chi lavora per il pubblico ha paura a manifestare il proprio malcontento per paura di perdere il proprio posto di lavoro. Ecco perché credo che in piazza ci siano soprattutto studenti e persone che lavorano nelle libere professioni”.

Vanya è pronta a lottare a oltranza, ma come ripete più volta “il potere e gli ossi non si mollano facilmente”. “Il sistema è così infiltrato che nemmeno le dimissioni di Borisov o del procuratore generale potrebbero assicurare un vero cambiamento, ma da qui dobbiamo iniziare. La generazione di cui faccio parte, e che ha vissuto la transizione, è stata ingannata. Oggi sono qui perché lo stesso non succeda anche ai nostri figli”.

Col passare delle ore, molti tornano a casa, a piccoli gruppi. La polizia controlla ma lascia fare: è evidente che, dopo gli scontri che hanno segnato i primi giorni di protesta, il governo ha dato ordine di abbassare per quanto possibile il livello della tensione, confidando che le ferie di agosto e una certa stanchezza generale smobilitino la piazza.

Prima di andare via, mi fermo a parlare con Arman Babikyan, esperto di pubbliche relazioni ed ex giornalista radiofonico, diventato una delle voci più ascoltate e note della protesta. “La nostra protesta è una questione di valori. Vogliamo godere realmente, e non solo formalmente, dei valori fondanti dell'UE: democrazia, libertà di espressione, e non solo ricevere risorse economiche che finiscono in buona parte nelle tasche di pochi”.

La risposta del governo alle proteste, secondo Babikyan è stata finora “arrogante”. “Ci hanno gettato ai piedi la testa di qualche ministro e promesso un po' di soldi, come quando si danno caramelle ai bambini per farli smettere di piangere, ma stavolta non ci faremo abbindolare”.

“Questa volta, a differenza del passato”, mi dice speranzoso, “vedo che persone di tutto lo spettro politico e di diversa estrazione sociale hanno unito il proprio malcontento e la propria voglia di cambiamento. Una cosa che forse in Bulgaria era successa solo a inizio anni '90, quando ci siamo battuti per mettere fine alla dittatura. Credo che il muro di paura creato da questa élite sia stato finalmente infranto”.


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