Filip David (foto Medija Centar Beograd)

Filip David (foto Medija Centar Beograd )

E' uscito recentemente per i tipi di Bordeaux Edizioni La casa della memoria e dell’oblio, di Filip David, nella traduzione di Manuela Orazi e Dunja Badnjević. Una recensione

03/03/2017 -  Božidar Stanišić

Il romanzo di Filip David La casa della memoria e dell’oblio1 è stato pubblicato in Serbia nel 2014. Ha ricevuto il più importante premio per romanzi della letteratura serba, il Premio del settimanale NIN (che fino al 1991 veniva assegnato al miglior romanzo della Jugoslavia, e fra i premiati si distinguono scrittori le cui opere hanno contrassegnato le letterature jugoslave del XX secolo: Miroslav Krleža, Miloš Crnjanski, Mihailo Lalić, Branko Ćopić, Radomir Konstantinović, Meša Selimović, Bora Ćosić, Ranko Marinković, Borislav Pekić, Danilo Kiš, Mirko Kovač, Aleksandar Tišma, Milorad Pavić, Dubravka Ugrešić…).

Il romanzo è già stato tradotto in diverse lingue straniere, e in Serbia e nella Regione (così ora viene spesso chiamato lo spazio ex jugoslavo, un tempo spazio comune) il libro di David ha già avuto numerose edizioni e ha già venduto 35.000 copie, il che per il periodo attuale è quasi incredibile. Pare che non vi sia città della Serbia dove non sia ancora stata organizzata una sua presentazione e l’autore è stato invitato anche nelle altre repubbliche ex-jugoslave. Anche se le presentazioni pubbliche di opere letterarie sono un fattore esterno, che a un libro nulla aggiunge e ancor meno sottrae, in un’epoca in cui la rivoluzione nazionalistica in Serbia e in tutta la ex Jugoslavia postcomunista si è consolidata anche come potere politico, ogni voce della ragione è fondamentale e ci chiama all’incontro con la Memoria.

Una digressione, un po’ strana ma necessaria

Chiedo al lettore di questa recensione di perdonarmi per la seguente digressione. In quel 2014 qualcuno si sarà ricordato che un quarto di secolo prima era caduto il muro di Berlino e che in quel novembre del 1989 avevamo ascoltato a sazietà promesse di un’Europa più umana, più giusta e più politicamente corretta.

Di cosa si discuterebbe oggi in una conferenza immaginaria su tutti gli aspetti più importanti di quei venticinque anni di Nuova Europa? Sono certo prevarrebbero le opinioni sull’economia e la finanza e probabilmente anche le valutazioni – ancora economiche e, naturalmente, politiche – sulla transizione dell’Europa orientale ex comunista e sulla sua riunione con l’Occidente.

In quale misura la Storia, anche in quanto antica arte della memoria, potrebbe però essere una scomoda compagna di viaggio? Nell’ex Oriente europeo, compresa naturalmente anche la ex Jugoslavia, sarebbe più scomoda che in Occidente?

Il fatto che unifica gli aspetti più problematici della memoria da entrambe le ‘parti’ del Vecchio continente è probabilmente lo sviluppo e il consolidamento dei movimenti della destra estrema (da Atene a Stoccolma e Helsinki) che basano le proprie idee del passato sulla “metamorfosi” o addirittura la negazione del passato. Ma il problema non sono solo i rappresentanti dell’estrema destra dell’Europa attuale, soprattutto quella orientale, ma anche tutti i suoi abitanti della zona grigia che, insicuri per vari motivi della propria opinione, prestano orecchio alle polemiche sul tema della memoria e accettano più facilmente di rimaneggiare il passato o, come ha detto Marija Todorova, di “farlo saltare in aria”2.

Soprattutto nei paesi postcomunisti, era, e tuttora è, più facile creare l’identità nazionale in aree deserte, e ancor meglio nei buchi della memoria. In questo senso, nella comprensione del fenomeno dell’oblio e del ricordo potrebbe aiutarci una barzelletta dell’epoca sovietica, in cui un ascoltatore telefona a un programma di Radio-Yerevan: “È possibile prevedere il futuro?” Risposta: “Certamente, niente di più facile. Noi sappiamo esattamente come sarà il futuro. Abbiamo più problemi con il passato: cambia continuamente!”.

Non è difficile scorgere che in questa, ormai vecchia, barzelletta sovietica – che oggi potrebbe venir ancor meglio etichettata come est-europea, mentre Radio-Yerevan potrebbe essere anche Radio-Varsavia, Radio-Budapest (e così via, senza dimenticare le radio di tutti i Balcani) – manca la questione del presente. E il tempo presente lo conosciamo?

Una scatola ritrovata

Quando ho visto per la prima volta il film Kad svane dan (Quando sorgerà il giorno)3, non potevo immaginare che quest’opera commovente, alla cui sceneggiatura ha lavorato anche Filip David, era in effetti un preannuncio del suo romanzo La casa della memoria e dell’oblio, dove un capitolo ha mantenuto lo stesso titolo del film.

Nel film, come nel romanzo, l’anziano violinista Miša Brankov scopre di non essere figlio di contadini serbi, ma un ebreo salvato da bambino dalle mani degli assassini nei giorni in cui Adolf Hitler riceveva, in un breve messaggio del suo comando belgradese, la notizia che la Serbia occupata era Judenfrei. In occasione di certi lavori alla Vecchia fiera di Belgrado (sede del Lager di Zemun, ndr), gli operai trovano una scatola di latta piena di lettere, fotografie, documenti e note di una composizione musicale scritta dall’internato Avram Wolf, il vero padre di Miša, morto nel lager come sua moglie Ildi. La scatola trova infine il suo destinatario! Miša Wolf, in uno stato d’animo particolare, mai prima intuito, legge la partitura, incompleta, intitolata Quando sorgerà il giorno, e i versi:

Quando sorgerà il giorno

E i morti si risveglieranno

E verrà una nuova alba

E passerà la notte

Saremo qui

Quando sorgerà il giorno

E passerà la notte...

Come può uno spettatore prendere sonno dopo un film in cui il vecchio Wolf completa la composizione del padre? Come addormentarsi dopo la scena in cui il vecchio rabbino parla della morte atroce dei suoi cari nel campo di sterminio della Vecchia fiera di Belgrado? Il protagonista, Miša Wolf, ribatte che la storia non ci ha insegnato nulla. Il rabbino gli risponde: “I crimini si ripetono, i criminali rimangono impuniti, e l’indifferenza del mondo rimane. Pensa alle guerre, quelle nostre”. In seguito, da un’intervista con il regista Paskaljević, ho saputo che l’attore che interpreta il rabbino, Predrag Ejdus, parlava proprio dei suoi nonni, mai tornati da quel campo di sterminio.

Che cosa ha veramente detto il rabbino nel film Quando sorgerà il giorno? Ha pronunciato implicitamente anche la formula alchemica dell’indifferenza che aiuta tutti coloro che preferiscono dimenticare piuttosto che ricordare? O il paradosso insito in tutti i cosiddetti progressi del Secolo breve – che comunque ci dà chiare indicazioni su come coesistere con premesse che conducono alla seguente conclusione: è bene tutto ciò che è un male che non ci colpisce, né direttamente né indirettamente?

Fra memoria, oblio e identità

Quando sorgerà il giorno è comunque solo uno dei numerosi capitoli sull’asse della semantica della Casa della memoria dell’oblio e del dramma dei personaggi di questo romanzo che inizia con il rumore di un treno in movimento. "Non c’è diario o racconto, fra i molti nostri, in cui non compaia il treno, il vagone piombato, trasformato da veicolo commerciale in prigione ambulante o addirittura in strumento di morte…" scrive Primo Levi ne I sommersi e i salvati. Come se si richiamassero a vicenda, mentre ciascuno di loro presenta il suo racconto, davanti a noi appaiono Albert Weiss, Miša Wolf, Uriel Koen e Solomon Levi.

Nel nono capitolo, che riassume i loro drammi d’identità e quelli di altri personaggi, l’autore ci riporta a "diversi anni indietro", quando tre di loro – Albert, Uriel e Miša, si conobbero a un congresso intitolato "The First International gathering of Hidden Children during World WarII, un raduno dei ragazzi vissuti sotto altri nomi, cresciuti e salvati in circostanze insolite", e organizzato a New York da una gruppo di ebrei americani. Quell’incontro era avvenuto prima del 2004, quando Albert Weiss partecipa a un convegno all’hotel Park di Belgrado sul tema “Crimini, riconciliazione, oblio”, organizzato dall’Unione europea, quindi dopo tutte le atrocità avvenute nelle guerre civili in ex Jugoslavia, soprattutto in Bosnia. Il convegno belgradese è descritto dettagliatamente nell’Introduzione, in realtà parte del diario di Weiss. In quelle pagine di diario la questione cruciale sul male non è posta da nessuno di coloro che si accontentano della definizione di Hannah Arendt sulla sua banalità. Il racconto dello sconosciuto che, non invitato, interviene davanti ai partecipanti, è la testimonianza di una tragedia che inizia con il suo grido: "Comprendere significa anche giustificare!"

Ora basta! Il resto lo lascio ai lettori di questo romanzo che può essere considerato anche come una sorta di punto d’arrivo dell’opus narrativo di David – dalle raccolte di racconti Il pozzo nella foresta oscura e Il principe del fuoco, attraverso i romanzi I pellegrini del cielo e della terra (Elliot edizioni, traduzione di L. Vaglio) e Sogno d’amore e di morte, i libri di saggi, fino a quest’opera che, come i romanzi precedenti, è fondata sull’analisi del Male, delle sue radici, del suo potere e della sua esigenza di incarnarsi e di opporsi a ogni ordinamento del Bene nel mondo e nell’uomo. In quest’opera è tutto come nelle precedenti: dagli elementi fantastici tratti dalla Cabala fino al Talmud, alla tradizione e alle leggende ebraiche, ma qui è più evidente il supporto cercato dall’autore nei documenti, e in conseguenza della sua resa della sintassi nella sua forma più limpida e pura.

Concludo questo scritto sul romanzo di Filip David La casa della memoria e dell’oblio, nel quale ho solamente sfiorato alcuni aspetti del rapporto fra memoria, oblio e identità, che non esiste senza memoria, con l’auspicio che quest’opera possa trovare posto nei programmi di tutte le scuole superiori d’Europa.

……………….

Due frammenti:

In ogni uomo abita una creatura segreta, sconosciuta, inumana e immateriale che guida il suo destino. Mia madre fu deportata in un lager, dove morì senza nemmeno aver visto i volti dei propri assassini. Anche quella morte è rimasta anonima. Come la morte violenta di mia sorella il giorno della liberazione per mano di un combattente impazzito, che in un attacco di nervi cominciò a uccidere uno dopo l’altro tutti coloro che gli si trovavano vicino. Non molto tempo fa ho perso anche mia figlia. È stata uccisa da un cecchino a Sarajevo. Qui non si può parlare di banalità del male, signore mio, ma del daimon, che per qualcuno rappresenta un angelo custode e per qualcun altro un giudice e un esecutore. Parliamo dell’azione di qualcosa di potente e inarrivabile, qualcosa che non siamo in grado di spiegare. Sono convinto che ogni singola persona, ogni famiglia, interi popoli, siano governati da questa entità segreta chiamata daimon. Essa li guida, li salva o li distrugge. Si può parlare della banalità del male se tutte queste morti, le morti dei miei cari, ma anche le morti di molti altri, anche se inferte da mano umana, di fatto sono opera di assassini senza nome, di boia anonimi che non conoscevano affatto le loro vittime? Io, a differenza della signora Hannah Arendt, le cui tesi sulla banalità del male vengono qui accolte, sono convinto che il male sia cosmico, irrazionale, inarrestabile. Il peccato, la punizione, il perdono, il conforto, tutte le discussioni su questi argomenti sono insensate e false.

(….)

Comprendere significa anche giustificare! Vengo a questi convegni senza essere invitato per ascoltare tutte le interpretazioni possibili, nel tentativo di comprendere la natura e il potere del male di fronte a cui non abbiamo difese, di fronte alla cui fatale supremazia siamo inermi (...) Se avessi potuto convincere me stesso di ciò a cui credeva Hannah Arendt, forse anch’io dormirei sonni tranquilli. Ma il mio sonno è un incubo continuo, perché tali affermazioni non sono state dimostrate e non hanno alcun fondamento, non fanno che confortare le nostre illusioni di aver posto il male sotto controllo, avendogli dato un volto puramente umano.

Note

1 Finora in italiano è stato tradotto solo il libro di racconti Il principe del fuoco (a cura di Božidar Stanišić, traduzione dal serbo: Alice Parmeggiani), Zandonai Editore, Rovereto 2009; nel 1994, in Dizionario di un paese che scompare. Narrativa dalla ex Jugoslavia, Manifestolibri – Roma (a cura di Nicole Janigro), era stato pubblicato il racconto Il riscatto contenuto nello stesso libro.

2 Marija Todorova: Dizanje prošlosti u vazduh: Mauzolej Georgi Dimitrova kao lieu de mémoire (Far saltare in aria il passato: Il mausoleo di Georgi Dimitrov come luogo di memoria, in: Dizanje prošlosti u vazduh, Biblioteka XX vek, Beograd 2010)

3 Regia di Goran Paskaljević. Sceneggiatura: Filip David, Goran Paskaljević. Ruoli: Mustafa Nadarević, Nebojša Glogovac, Predrag Ejdus, Zafir Hadžimanov, Meto Jovanovski, Toma Jovanović, Rade Kojadinović, Olga Odanović, Mira Banjac, Nada Šargin, Vlasta Velisavljević, Konstantin Deletić, Čarni Derić, Aleksandra Širkić. Anno di produzione: 2012.


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