L'Ombudsman serbo, Saša Janković, da mesi è sotto attacco. Una campagna orchestrata dai circoli di governo e dai media ad essi vicini cerca di denigrarne la funzione e di colpirlo personalmente. Un'analisi della vicenda

05/05/2015 -  Dragan Janjić Belgrado

“Le iniziative sorte all'interno del mio partito volte alla destituzione dell'Ombudsman Saša Janković, e realizzabili nell'arco di 24 ore, non avranno mai il mio sostegno“, ha dichiarato Aleksandar Vučić, attuale premier e leader del Partito progressista serbo (SNS). Questa dichiarazione potrebbe sembrare un tentativo di difendere l'istituto dell'Ombudsman di fronte ad una brutale offensiva mediatica e politica a cui Janković è sottoposto ormai da mesi, ma in realtà è parte integrante della stessa campagna denigratoria.

Il premier, infatti, non ha nemmeno tentato di opporsi alla campagna in corso contro l’Ombudsman, tuttavia non ha perso occasione per avvertire di avere il potere di destituirlo. Descrivendo l’Ombudsman come un avversario politico, Vučić ha implicitamente svelato i veri motivi di questa campagna ben orchestrata che vede direttamente coinvolti alcuni dei più alti funzionari del governo e membri del parlamento. Da ciò si evince che le pressioni su Janković non cesseranno e che il raggiungimento di un’intesa tra lui e l’attuale compagine di governo non sarà facile né veloce.

Tuttavia, non si arriverà alla destituzione di Janković, prima di tutto perché Vučić ha ragione di credere che tale decisione potrebbe suscitare la forte disapprovazione di Bruxelles e Washington che hanno più volte sollecitato le autorità di Belgrado a dare pieno sostegno all’Ombudsman, senza aver mai menzionato l’opzione di destituirlo. In questa vera e propria piccola guerra che hanno intrapreso contro l’Ombudsman, le autorità si limiteranno ad attuare pressioni e attacchi, essendo probabilmente convinte che tali azioni verranno tollerate.

L’intensificarsi della campagna contro Janković ha avuto inizio qualche mese fa, a seguito della sua decisione di indagare su un incidente, avvenuto durante l’ultimo Gay Pride di Belgrado, che ha visto il fratello del premier Vučić e la sua scorta, composta da membri dell'unità speciale “Kobra” della polizia militare, scontrarsi con alcuni gendarmi che avevano il compito di garantire la sicurezza della manifestazione. Subito dopo l’accaduto, il premier ha dichiarato che suo fratello sarebbe stato brutalmente picchiato, mentre l’Ombudsman ha ritenuto necessaria anche un’indagine sul comportamento dei poliziotti militari che l'accompagnavano.

Lo scandalo

La campagna condotta contro Janković si è ultimamente focalizzata su una estesa e palese manipolazione di dati ricavati da dossier della polizia, con lo scopo di ascrivere all’Ombudsman la responsabilità per la morte di un suo amico, suicidatosi 22 anni fa con un colpo di pistola alla testa. All’epoca dei fatti Janković era uno studente 23enne e la pistola in questione era di sua proprietà. Rivelando all’opinione pubblica alcuni dettagli estrapolati dal dossier sull’incidente di cui sopra, il ministro degli Interni Nebojša Stefanović ha implicitamente suggerito che l’Ombudsman potrebbe risultare colpevole, o almeno responsabile, di quanto accaduto.  

Nelle prime reazioni dopo lo scoppio di questa polemica, il ministro Stefanović ha fatto un esplicito paragone tra l’incidente avvenuto 22 anni fa e quello verificatosi durante il Gay Pride, riferendosi concretamente a quella parte del rapporto dell’Ombudsman nella quale viene precisato che una pistola carica, appartenente ad uno dei poliziotti militari che scortavano il fratello del premier, era caduta per terra durante lo scontro con i gendarmi. “Il ministro ha dichiarato che ho voluto occuparmi delle pistole degli altri, mentre adesso mi dà fastidio se qualcuno si occupa della mia”, ha dichiarato Janković in un’intervista rilasciata al settimanale Vreme.

Quest’ultima polemica contro l’Ombudsman, lanciata attraverso il tabloid Informer il cui operato è direttamente influenzato dagli ambienti vicini al premier Vučić, ha preso spunto da alcuni documenti relativi all’incidente accaduto 22 anni fa nei quali sta scritto che, nel momento in cui la polizia arrivò nell’appartamento dove ebbe luogo il suicidio del suo amico, Janković non era in possesso del porto d’armi per la pistola con la quale fu sparato il colpo fatale.

I documenti in questione provengono dagli archivi della polizia, ma rappresentano solo una parte della documentazione esistente sul caso, che fu oggetto di una dettagliata indagine svolta dalla polizia e dagli organi giudiziari, e sono stati “messi in circolazione” da qualcuno all’interno della polizia con l’evidente intento di sostenere l’attuale campagna contro l’Ombudsman. Tuttavia, le affermazioni sull’inesistenza del porto d’armi per la pistola in questione si sono dimostrate false, cosicché anche la polizia ha dovuto indirettamente ammetterlo, rendendo pubblici alcuni documenti da cui risulta chiaro che Janković era in possesso di un regolare porto d’armi.

A questo punto, i media che dirigono la campagna hanno semplicemente smesso di occuparsi del presunto possesso illegale dell’arma, spostando l’attenzione su un altro documento nel quale si riporta che la tecnica del “guanto di paraffina” aveva rivelato la presenza di residui di polvere da sparo sulla mano di Janković. Anche questa però si è dimostrata una mezza verità dato che tali residui erano minimi e si sarebbero potuti creare dal contatto con qualche oggetto presente nell’appartamento o con la stessa vittima. L’indagine ha inoltre confermato che Janković nel momento della morte del suo amico non si trovava nell’appartamento, dove giunse solo 15 minuti dopo l’accaduto.  

Nonostante tutto ciò, il ministro Stefanović ed altri funzionari di governo hanno continuato a criticare l’Ombudsman, senza prestare alcuna attenzione alle accuse, rivolte loro dai rappresentanti dell’opposizione e del settore non governativo, di aver manipolato certi dati e dossier, usandoli come argomento principale per screditare una persona il cui operato non è gradito. Il ministro ha affermato che l’indagine non sarà riaperta in quanto non vi è alcuna ragione legittima di farlo, lasciando tuttavia aperto il dubbio che magari non si sia trattato di un suicidio.

“Se non fossi stato personalmente coinvolto in questa vicenda, avrei già avviato un procedimento contro il ministero degli Interni per comportamento scorretto nei confronti dei cittadini, inclusa la lesione del diritto al rispetto della vita privata e familiare, alla riservatezza e alla protezione dei dati personali nonché la violazione del principio di obiettività e imparzialità dell’azione amministrativa e di quello di presunzione di non colpevolezza”, ha spiegato l’Ombudsman.

Politica

La campagna in corso è inoltre caratterizzata da una chiara connotazione politica. Poco prima dello scoppio dell’ultima offensiva contro l’Ombudsman, due prestigiose agenzie che si occupano di sondaggi d’opinione hanno effettuato alcune ricerche da cui è emerso che, nella classifica dei personaggi più popolari in Serbia, Janković occupava il quarto e quinto posto. Ed ecco che la compagine di governo ha reiterato le accuse rivolte all'Ombudsman di occuparsi più di politica che di svolgere il proprio lavoro.

Il 45enne Janković attualmente sta svolgendo il suo secondo mandato come Ombudsman, alla cui scadenza, prevista per il 2017 (che è anche l’anno delle elezioni presidenziali in Serbia), non potrà ricandidarsi alla stessa carica. D’altra parte, la coalizione di governo, e soprattutto il partito del premier Vučić, hanno un forte interesse ad ostacolare il profilarsi di un personaggio pubblico che possa avere anche solo una minima possibilità di entrare nella corsa elettorale per una delle cariche politiche di maggior rilievo.

Sta di fatto, però, che in questo scontro impari con autorità e istituzioni il cui operato ha il compito di controllare, l’Ombudsman è riuscito, almeno sul piano dei fatti, a difendersi dagli attacchi, guadagnandosi inoltre la simpatia di una buona parte dell’opinione pubblica, soprattutto tra la classe media istruita. Le organizzazioni non governative e molti intellettuali lo stanno fortemente appoggiando, sia sui social network che sui media convenzionali, mentre la cerchia di coloro che continuano ad attaccarlo impudentemente rimane limitata ai membri e parlamentari del partito di maggioranza e ad alcuni media palesemente filogovernativi.

Ormai è stato dimostrato quanto sia mal preparata e mal guidata questa vasta offensiva lanciata contro Janković dagli ambienti governativi, trovatisi, di conseguenza, davanti ad una specie di bivio. Proprio grazie alla loro campagna diffamatoria, la figura dell’Ombudsman adesso sta assumendo una connotazione politica nel discorso pubblico, mentre lo stesso Janković è riuscito a preservare la propria funzione pubblica in modo tale da poter essere presente sui media.

Questa combinazione di circostanze risulta piuttosto imbarazzante per Vučić e il suo governo, che indubbiamente preferirebbero poter scegliere, tra le varie possibilità, la destituzione dell’Ombudsman, trattenendosi però dal ricorrere a tale opzione, sia perché non gradita a Bruxelles e Washington sia per il fatto che il sostegno dimostrato dall’opinione pubblica serba nei confronti dell’Ombudsman sta diventando sempre più significativo. Da questo punto di vista, c’è da aspettarsi che il proseguimento della campagna si focalizzi sul tentativo di “controllare i danni” causati dall’imprudenza con cui furono lanciate le prime accuse piuttosto che su una strategia che possa rendere il premier Vučić pienamente soddisfatto.

Questa pubblicazione è stata prodotta nell'ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto


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