Nel campo profughi - Anna Pazos

A Diyarbakır, in Turchia sud-orientale, ci sono almeno 20mila profughi: tra questi anche molti yazidi, che sognano di arrivare in Europa. Seconda parte del reportage

24/07/2015 -  Dimitri Bettoni Diyarbakır

A Diyarbakır, l'euforia per il risultato elettorale [per le parlamentari dello scorso 7 giugno N.d.R.] è ancora visibile nelle bandiere gialle, rosse e verdi dell'HDP, che sventolano placide da innumerevoli finestre, sui balconi, agli ingressi dei negozi. Il tassista che mi accompagna indica un angolo all'incrocio di due strade: “Bomba... babooom” e mima l'esplosione con le mani che si staccano dal volante. A confermare il suo racconto transenne piegate, asfalto e cemento anneriti, stendardi bruciacchiati e alcuni mazzi di fiori. Insieme all'euforia, la tensione.

Rifugiati a Diyarbakır

L'appuntamento che mi attende, però, non riguarda le recenti elezioni: Rezan Kadr è il responsabile locale di Support to Life, organizzazione turca impegnata in attività di sostegno in favore dei rifugiati della guerra in Siria e Iraq. Accoglie me e la mia collega Anna nella nuova sede appena fuori città: “Qui abbiamo aperto da pochi mesi”, dice ammiccando verso i palloncini colorati, mai tolti dal giorno dell'inaugurazione.

Rezan è a sua volta un cittadino siriano rifugiato. Per quanto possibile, StL cerca di coinvolgere nello staff persone che hanno vissuto in prima persona questi eventi. Significa offrire possibilità d'impiego, ma anche avere tra le proprie fila persone che sanno come avvicinarsi ai rifugiati e costruire con loro un rapporto di fiducia. Per chi fugge da guerra e disperazione è più facile affidarsi a qualcuno delle proprie origini.

Il discorso è poi rapido a spostarsi verso il nocciolo della questione: “A Diyarbakır ci sono circa 20mila rifugiati, quasi tutti curdi siriani o curdi yazidi dall'Iraq. Noi qui ci occupiamo soprattutto di quest'ultimi. Abbiamo avviato delle attività anche nella città di Batman, a qualche ora da qui, dove i rifugiati sono invece circa 12mila.”

Le preoccupazioni sono sempre le stesse: alle famiglie servono cibo, utensili, bisogna migliorare il comfort delle tende dove vivono, isolarle dal freddo invernale, anche se questo periodo il problema è l'opposto: con la temperatura attorno ai 40 gradi per buona parte della giornata, i rifugi diventano presto invivibili.

Rezan mi conferma ciò che Ayşe e Aysu mi hanno già raccontato ad Istanbul e scende nei dettagli: “Tutto inizia con la registrazione delle famiglie, che invitiamo a raggiungerci in un luogo e data prefissati; affiggiamo dei volantini nelle zone che sappiamo essere frequentate dai rifugiati, ci affidiamo molto al passaparola, funziona sempre. Creiamo così un archivio in cui annotiamo la composizione di ciascuna famiglia, compresa la presenza di membri più vulnerabili, come minori o anziani. Dopodiché possiamo procedere alla distribuzione degli aiuti. Ora stiamo cercando di dare alle famiglie una carta ricaricabile, su cui StL carica ogni mese circa 45 lire turche (15 euro) per ogni componente del nucleo familiare.” Cifra che può sembrare irrisoria, ma che nell'economia locale, dove un chilo di riso costa meno di una lira, rappresenta molto. Soprattutto, rappresenta molto per chi non ha nulla.

Il rapporto con l'amministrazione

Rezan spiega come non sia facile collaborare con le amministrazioni locali, specie qui dove il lavoro è stato da poco avviato e logiche politiche e gelosie hanno il loro ruolo: “Ad esempio a Batman non ci hanno concesso l'uso di una scuola per la registrazione. Le scuole sono edifici ideali per gestire queste operazioni, in cui devi gestire un afflusso di centinaia o migliaia di persone. Ci siamo dovuti arrangiare, abbiamo affittato un edificio normalmente usato per i funerali, quantomeno era capiente a sufficienza.”

Mi conferma che, anche qui, le ONG come StL operano fuori dai campi governativi e municipali. “Il problema è che le istituzioni vogliono apparire, ma soprattutto c'è competizione e astio tra apparato governativo e autorità locali, che non collaborano minimamente, anzi. Le amministrazioni locali offrono assistenza ai curdi ed evitano gli arabi siriani, mentre per gli enti governativi è esattamente l'opposto. A volte si ostacolano persino a vicenda, diffondono tra i rifugiati informazioni sbagliate o svianti sui campi. Quando c'è di mezzo la politica è così, quindi per il bene di StL e dei rifugiati preferiamo restare fuori da questi giochi, o si rischia di esserne fagocitati”.

Il rapporto ORSAM ha speso molte parole sull'assenza sostanziale di problemi tra rifugiati e locali. Non posso non chiedere a Rezan se sia davvero così. “In effetti sì, almeno qui. Abbiamo anche cercato di creare dei comitati, in cui coinvolgere sia i muhtar (i capi-villaggio locali) sia esponenti di riferimento nei gruppi di rifugiati: un modo per creare terreno comune e dirimere eventuali questioni che possono nascere. Il fatto poi che locali e rifugiati siano parte dello stesso gruppo etnico aiuta il sentimento di solidarietà: i curdi di Turchia sostengono la lotta dei curdi siriani nei cantoni di Cizire, Kobane ed Efrin e in molti sono partiti per combattere attivamente l'IS e le altre fazioni. Lo stesso vale per gli yazidi, che non solo sono curdi, ma sono considerati i curdi più autentici, quelli che hanno conservato le tradizioni pre-islamiche”.

Nel campo degli yazidi

Da parte degli yazidi, popolazione che non si è mai convertita all'Islam e conserva rituali legati alla natura, allo scorrere del tempo e al sole, c'è invece molta più diffidenza nei confronti degli altri gruppi. In quanto considerati miscredenti, hanno subito i trattamenti peggiori da parte delle milizie islamiche radicali presenti nel conflitto: ad esempio le donne sono catturate e vendute come schiave e concubine, cosa che non accade invece alle donne di fede islamica.

Il comune di Diyarbakır ha costruito un campo fuori città, ad una mezz'ora di auto, in cui sono ospitati circa 4mila rifugiati yazidi. Quasi impossibile entrarci, mi dicono in molti, ma la sorte mi sorride quando un pomeriggio per strada incontro Mahmut Şimşek, che lavora per l'amministrazione comunale e ho conosciuto giusto qualche giorno prima: ”C'è un gruppo di francesi che ha avuto l'autorizzazione per visitare il campo. Posso farvi aggregare a loro.”

Ci accompagnano al campo, un'ex area attrezzata che spicca per la macchia verde di alberi in mezzo ai prati ingialliti dal sole. Guardie all'ingresso, attorno recinzione e filo spinato. All'interno, gli sguardi dei rifugiati si incollano sulle vetture e sui nostri volti dietro i finestrini. Al centro del campo c'è l'edificio che ne ospita il responsabile: sembra un fortino, circondato da un muro, altro filo spinato e vigili occhi elettronici. Mentre attendiamo che ci venga aperto il cancello d'ingresso, si raccolgono attorno a noi sguardi curiosi, soprattutto di bambini, mentre un anziano cerca di insegnare loro le buone maniere e una giovane ragazza disabile si avvicina, chiede qualcosa, cerca di infilare le mani nelle tasche. Presto viene allontanata in malo modo da un ragazzino.

Quando infine possiamo entrare, dal tetto-terrazza dell'edificio-fortino possiamo contemplare l'estensione del campo: le tende sono centinaia, bianche, allineate, tra di esse brulica un'umanità che cerca di dare un senso ad una vita racchiusa da mesi in un limbo di pochi chilometri quadrati. Ci sono anche delle strutture per lo sport, un campo da calcetto, uno da basket, una volta destinato a chi veniva a godersi l'ombra degli alberi, oggi l'unico sfogo possibile alla noia e al senso di inutilità.

“Questo campo è stato inaugurato ad agosto 2014, è stato voluto dall'HDP (il partito si è affermato alle recenti elezioni), in accordo con l'amministrazione comunale di Amed e gestito dalla Rojava Kordinasyon” comincia con un tono artificiosamente ufficiale Sinan, che qui lavora come volontario. “Non vi sono altre organizzazioni che operano nel campo, tutto quello che vedete è pagato dall'amministrazione, senza alcun contributo del governo”, ci tiene subito a sottolineare. Verrà in parte smentito lungo la via del ritorno, quando conoscerò invece un operatore UNHCR che lavora nel campo. “Abbiamo organizzato un piccolo studio medico, ma le scorte medicinali sono poche. C'è anche una scuola, con tre classi attive in cui insegniamo curdo e inglese”. Dei 4mila rifugiati qui ospitati, circa 1.300 sono in età scolare: la pur preziosa iniziativa scolastica non coinvolge che una manciata di essi.

Dopo questa breve introduzione, veniamo invitati a fare un giro di visita, con la raccomandazione di non allontanarsi dal viale principale e seguire le nostre guide. Mi sto ancora chiedendo se siano raccomandazioni figlie di chissà quale pericolo, o piuttosto di quale segreto, che il cancello viene riaperto e subito veniamo sommersi da un folto gruppo di persone: la voce sulla presenza di “visitatori” si è sparsa rapidamente.

Voglia d'Europa

“Perché non raccontate cosa succede qui, come viviamo qui?” ci chiede con un tono accusatorio un giovane che, con il suo inglese un po' stentato, è stato evidentemente eletto a portavoce.

“Siamo qui da mesi, bloccati, nessuno ci dà risposte né ci spiega che sarà di noi. Ma noi vogliamo andarcene in Europa, non vogliamo stare qui.” La sua voce freme di rabbia e frustrazione. “Non ci fidiamo di altri, troppe volte siamo stati traditi. In Iraq ci avevano promesso protezione, ma quando i miliziani dell'IS sono arrivati, i curdi si sono ritirati e ci hanno abbandonato alla loro mercé. Tutti qui hanno perso qualcuno, i propri cari, i propri amici. Abbiamo attraversato la Siria per sfuggire alle violenze, la Turchia per noi rappresenta soltanto una tappa, un passaggio. E invece non possiamo più andarcene, siamo chiusi qui, questa è una prigione.”

Qui hanno cibo e un tetto sulla testa, “Ma che vita è?” continua, mentre descrive i giorni che scorrono monotoni e senza prospettive. “Che futuro abbiamo in questo posto? I nostri figli non hanno una scuola, non c'è un medico, non ci sono medicine, alcuni di noi avrebbero bisogno di andare in ospedale, nemmeno questo ci è concesso. Prima o poi fuggiremo, non c'è altro modo. Abbiamo attraversato la Siria, possiamo attraversare anche la Turchia e raggiungere l'Europa. Quello è l'unico posto sicuro per noi.”

Un medico c'è, in realtà. Un giovane volontario che ci racconta le difficoltà del lavoro. Manca altro personale, da solo non può fare molto per 4mila persone che non vivono certo nelle migliori delle condizioni, con ovvie ripercussioni sullo stato di salute. Anche la frustrazione e l'apatia hanno le loro conseguenze: poche settimane prima una ragazzina di 15 anni si è tolta la vita. E poi ci sono anche le nuove nascite, perché il ciclo della vita non può permettersi di fermarsi, mai, neppure in un luogo come questo. Viene spontaneo chiedersi che posto occuperanno questi nuove vite nate nel campo, in un mondo che ti definisce prima di tutto per cittadinanza e domicilio.


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