Foto © tj-rabbit/Shutterstock

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Le piattaforme social e i media tradizionali hanno un peso paritario nel determinare l'agenda pubblica ed elettorale, agendo spesso in maniera sinergica. Ce lo spiega Sara Bentivegna, professoressa ordinaria di Teorie della Comunicazione e dei Media Digitali e Comunicazione Politica all’Università La Sapienza di Roma

05/06/2019 -  Fazıla Mat

Quanto è importante il ruolo della rete e dei social media nel determinare l’agenda pubblica?

È difficile attribuire un peso esatto ai social media. Io direi che i social media contribuiscono alla formazione dell’agenda pubblica al pari della stampa o dei media tradizionali. Al di là di Twitter, che è uno strumento di nicchia e che potremmo considerare come caso a parte, anche su Facebook in realtà quello che circola sono soprattutto notizie prese dai media tradizionali, quindi da questo punto di vista c’è una sorta di sinergia. Probabilmente chi non legge la stampa o non segue i legacy media (N.d.R: giornali cartacei, radio, televisione, ecc.) poi comunque entra in contatto con quelle notizie ed informazioni tramite i social media. Quindi da questo punto di vista possiamo dire che se la produzione di notizie è ancora appannaggio dei legacy media poi la distribuzione ormai è largamente agita e agevolata dai social media, o canali che non sono quelli ufficialmente gestiti dagli stessi media.

Come si riflettono queste dinamiche nel contesto delle campagne elettorali? Ci sono differenze?

Basta vedere il famoso caso di Salvini con Panorama. Il ministro ha chiesto ai suoi sostenitori di fare una foto con il settimanale Panorama che riportava in copertina la sua immagine e di farla circolare. Come vede, in questo caso c’è stato veramente una sorta di rimpallo fra legacy media e social media.

Secondo lei i media tradizionali non dovrebbero essere più vigili e maggiormente ancorati all’etica del giornalismo considerata questa permeabilità che c’è con i social media?

Certamente il giornalismo professionale dovrebbe essere più attento all’etica, alle regole e soprattutto alla qualità del prodotto offerto. Ciò non vuol dire essere meno permeabili alle istanze che provengono dal basso attraverso i social media anche perché questi ultimi sono un termometro di quello che viene dibattuto tra i cittadini.

Probabilmente i legacy media, che hanno valori, regole e routine produttive e tutto ciò che atteneva alla vecchia idea di giornalismo, dovrebbero però iniziare ad esercitare un ruolo di maggiore elaborazione dell'informazione. Non dovrebbero semplicemente limitarsi a rincorrere ciò che pare prevalente nei social media. Piuttosto dovrebbero iniziare a riflettere, elaborare, interpretare, assumere un ruolo di formazione, che è anche il frutto di una riflessione e di una analisi. Per esempio, attingendo anche a quello che una volta veniva chiamato giornalismo di precisione, ossia andando a vedere che significato hanno i dati nel dettaglio, cosa ci sta dietro...

Considerato l'eco-sistema mediale che ha appena descritto, dove colloca la disinformazione e che tipo di atteggiamento bisognerebbe avere a riguardo?

Il fenomeno della disinformazione dipende molto anche dai contesti. Questa è una premessa che va fatta sempre. Forse avrà visto un recente rapporto dell’Oxford Internet Institute sulle fake news e la campagna elettorale per le europee nel quale il fenomeno è stato molto ridimensionato. Allora dobbiamo parlare di fake news e contestualizzarle nei diversi paesi. Per l’Italia questo rapporto indica un valore leggermente più alto rispetto al valore medio. Però si tratta di notizie, informazioni e temi - sicurezza, immigrazione o altro - che molto probabilmente devono essere letti come fake news che si diffondono all’interno di echo chambers perché non vanno oltre determinati circuiti che sono prossimi ad un certo partito. Da questo punto di vista, probabilmente, i due fenomeni devono essere valutati contemporaneamente, e devono anche essere calati all’interno dei singoli paesi. Altrimenti non si capirà mai l’effettiva portata del fenomeno e come combatterlo.

In questi giorni si parla molto dell’esito delle europee e di quanto in Italia le percentuali della destra politica siano state particolarmente alte. Secondo lei a livello di campagna mediatica la Lega è riuscita a interpretare meglio le possibilità offerte dai social media?

Bisogna innanzitutto fare una premessa: non ci sono state grandi innovazioni da parte della Lega. La Lega ha riprodotto la campagna elettorale del 2018 con alcuni meccanismi assolutamente identici, con Salvini che ha attinto e copiato dalla campagna di Pisapia (del 2011, N.d.R). Io non porrei l’attenzione sull’uso dei social media, direi piuttosto che la Lega ha fatto quello che in passato aveva fatto il Movimento 5 Stelle. La Lega ha saputo giocare con grande abilità sulla triangolazione tra le piazze, i media tradizionali e la televisione in particolare - perché non c’era canale dove Salvini non apparisse come ospite - e i social media. Quindi i social media sono stati semplicemente un tassello di una strategia più ampia. Ridurre e ricondurre il successo della Lega ai social media non ci fa capire quello che è realmente accaduto.

Credo piuttosto che questa campagna elettorale debba essere un po’ letta come ulteriore tassello delle trasformazioni profonde del rapporto tra cittadini e politici, che vedono sempre più i politici come delle celebrities. Pensiamo a tutta l’ondata dei selfie. È stato certo un segnale, ma l’uso massiccio che ne è stato fatto ha permesso a Salvini di avere una sponda sui legacy media. Questo è un aspetto da ricordare ed enfatizzare.

Qual è secondo lei l’approccio che andrebbe adottato per mantenere una democrazia sana, sia da parte degli utenti che abitano questo eco-sistema mediatico, che da parte dei professionisti del giornalismo ed i politici a livello delle loro responsabilità riguardo alle notizie che mettono in circolazione?

Lei ha tirato in ballo tre attori che hanno interessi e strategie completamente diversi. Da un lato abbiamo i politici che hanno una strategia tesa ad essere al centro della scena e a determinare l’agenda. Alla luce di questo obiettivo qualsiasi strategia comunicativa è ben vista e praticata. Infatti è quello che è accaduto. Quindi da un lato, o comunque in questo momento storico in Italia, non ci possiamo aspettare che i politici siano attenti agli equilibri dei diversi media con una prospettiva di lungo periodo. Ormai la politica vive nel brevissimo periodo, neanche nel medio. Quindi è evidente che importa soltanto ciò che dà un immediato ritorno, soprattutto nello spazio pubblico.

I media dal canto loro sono ormai da tempo impegnati in una battaglia quotidiana per mantenere spazi di visibilità e centralità che viene quotidianamente messa in discussione. C’è un problema di abbondanza comunicativa ed i media devono comunque garantirsi degli spazi di mercato, altrimenti non sopravvivono. E se questo è l’obiettivo è anche evidente che non possono prestare troppa attenzione ad evitare una deriva sensazionalistica, scandalistica o altro. Quindi da questo punto di vista non possiamo aspettarci che i media oggi con questo assetto e questo adattamento progressivo ai modi mediali possano prendere le parti dei cittadini facendo una battaglia per un’informazione diversa.

Infine, per quanto riguarda i cittadini, loro possono continuare ad esercitare una sorta di vigilanza su quanto ci viene offerto o detto dai politici. Penso che quelle forme di partecipazione civica che abbiamo visto negli ultimi giorni, ad esempio i meme o gli striscioni, siano una sorta di seme di consapevolezza e vigilanza diffusa tra i cittadini. Non so quanto questo possa effettivamente andare ad incidere, è certo che al momento mi sembra l’unica risposta data dal basso ad una comunicazione che certo non si pone tanto il problema di ciò che arriva ai cittadini e, soprattutto, a ciò che viene posto al centro dell’attenzione da parte dei politici.

 

 

Questa pubblicazione è stata prodotta nell'ambito del progetto ESVEI, co-finanziato da Open Society Institute in cooperazione con OSIFE/Open Society Foundations. La responsabilità dei contenuti di questa pubblicazione è esclusivamente di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa. 


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