Foto di geralt/Pixabay

Il problema di fondo dietro alla disinformazione è il modello di business di internet. Proviamo a immaginarne uno diverso in cui Facebook e Google sono no profit

13/05/2019 -  Niccolò Caranti

È stato detto che per sconfiggere la disinformazione sia necessario ripensare il modello di business di internet . La tesi è che siti di “fake news”, “dark ads”, ecc. siano sì un problema, ma siano anche sintomo di una questione molto più ampia: il modello di “capitalismo della sorveglianza ” capitanato da aziende come Facebook e Google. Le proposte di soluzione sono varie: rompere i monopoli , renderli di proprietà pubblica , ecc.

Nel mondo del giornalismo diverse pubblicazioni stanno tentando di passare da modelli basati sulla pubblicità a favore di sistemi ad abbonamento (o di integrare i due modelli), spesso introducendo paywall di vario genere che limitano l’accesso ai contenuti del sito. Altre invece sono no profit che si basano sulle donazioni, come fa ad esempio in Italia Valigia Blu , e non privano della possibilità di accedere ai contenuti chi non può o non vuole pagare.

Un modello del genere - no profit - è immaginabile per piattaforme delle dimensioni di Facebook e Google? Fra i primi 50 siti al mondo secondo Alexa in effetti non si può dire che abbondino i siti no profit: ce n’è probabilmente uno solo, l’enciclopedia libera Wikipedia, al quinto posto dopo Google(.com), YouTube, Facebook e Baidu.

Immagine tratta da Digital Deceit

Su Wikipedia le voci sono create da volontari: non sono pagati come del resto non sono pagati (salvo eccezioni) gli utenti che creano contenuti (post, foto, video, ecc.) e li pubblicano su Facebook, YouTube, ecc. A gestire Wikipedia però non c’è una società a scopo di lucro, ma una fondazione, la Wikimedia Foundation (WMF) con sede negli Stati Uniti, che si finanzia attraverso donazioni. Come è noto, Wikipedia non mostra pubblicità, e la sua esistenza non dipende dal numero di persone che visitano il sito: non vi è quindi alcun interesse a creare pagine dal titolo fuorviante per attirare più clic. Wikipedia ed altri siti legati alla Wikimedia Foundation non usano cookie di terze parti, spesso inseriti dai media e altri siti per poter offrire pubblicità mirata, basata anche sul percorso di navigazione dell’utente. Per esempio, è frequente per utenti di Facebook ritrovarsi di fronte pubblicità di oggetti che hanno recentemente guardato su negozi online quali Amazon. Se Wikipedia permettesse di tracciare allo stesso modo i propri utenti, ci ritroveremmo costantemente di fronte a pubblicità basate sulle voci che abbiamo consultato in Wikipedia. Questo non avviene poiché Wikipedia è un’organizzazione non a scopo di lucro, con degli obiettivi e dei valori definiti per statuto, un sistema di governance interna che li tutela, e una fonte di finanziamenti che non dipende da pubblicità mirate o dal vendere dati sulla navigazione dei propri utenti a terze parti.

Certo, parliamo di bilanci e strutture molto diverse. Nell’anno fiscale 2016-2017 la Wikimedia Foundation ha avuto entrate per meno di 110 milioni di dollari (non pochi, ma solo una frazione delle decine di miliardi di Facebook), e nel 2018 aveva circa 300 dipendenti o collaboratori (contro i quasi 100.000 di Google).

Wikipedia non è d'altronde l’unico esempio di realtà di internet con alle spalle una fondazione: lo stesso vale per il browser Firefox, il sistema operativo Linux, il software di produttività personale LibreOffice, la mappa OpenStreetMap, la biblioteca digitale Internet Archive, ecc.

Ma come potrebbe funzionare per Facebook? Chi gestirebbe una ipotetica “Facebook Foundation”? I modelli di governance possibili sono diversi. La WMF non ha membri : è governata da un consiglio di amministrazione composto dal fondatore di Wikipedia Jimmy Wales, tre membri eletti dagli utenti di Wikipedia e dei progetti fratelli , due membri eletti dai capitoli nazionali e quattro cooptati dal consiglio stesso. Altre organizzazioni invece hanno membri: singoli individui e/o società. Linux Foundation ad esempio ha fra i suoi membri Facebook e Google, che riconoscono l’importanza di Linux nell’infrastruttura di internet.
Se invece si volesse immaginare un modello a controllo pubblico si può guardare ad esempio al CERN , che è una organizzazione internazionale, i cui membri sono paesi che ne permettono il funzionamento attraverso finanziamenti dedicati. Esistono anche modelli misti: il World Wide Web Consortium (W3C) ha fra i suoi membri individui, società e enti governativi.

E se la governance prende una piega che non piace? Il software alla base di Wikipedia (MediaWiki ) è open source e i contenuti (testo e immagini) non appartengono alla Wikimedia Foundation. La licenza aperta con cui sono rilasciati dagli autori permette infatti a chiunque di prendere anche per intero tutti i contenuti di Wikipedia e creare un sito diverso. Può sembrare una possibilità remota, ma nei primissimi anni di Wikipedia, prima che nascesse la WMF e ancora si ventilava la possibilità di un modello di business basato sulla pubblicità, la comunità spagnola fece una scissione creando la Enciclopedia Libre Universal en Español, che per diversi anni fu più grossa di Wikipedia in spagnolo (la scissione successivamente rientrò). La stessa cosa è possibile per qualunque software open source: LibreOffice è nato nel 2010 da un fork di OpenOffice.org.

 

Quali sono gli aspetti tecnici e legali che dovrebbero essere affrontati per rendere realistico un panorama più plurale dei social media, in cui a fianco dei grandi colossi della Silicon Valley possano effettivamente coesistere altre realtà for profit, no profit, cooperative, o pubbliche? Questo quesito viene discusso nel pezzo Le condizioni necessarie per un futuro digitale plurale di Giorgio Comai.

 

 

Questa pubblicazione è stata prodotta nell'ambito del progetto ESVEI, co-finanziato da Open Society Institute in cooperazione con OSIFE/Open Society Foundations. La responsabilità dei contenuti di questa pubblicazione è esclusivamente di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa. 


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