Leopoli, foto di Danilo Elia

Leopoli porta ancora i segni del lutto. E' la città che ha pagato il tributo di vite più alto nella battaglia di Kiev ed è stata la prima a dichiararsi “liberata” nelle ore in cui Janukovič fuggiva dal paese. L'ultima di quattro puntate di un reportage che ci ha accompagnati da Donetsk, al confine con la Russia, fino all'estremità occidentale del paese

17/04/2014 -  Danilo Elia

La stazione centrale di Kiev dista solo due fermate di metrò dalla Maidan, eppure è lontana anni luce. Un avviso affisso vicino al posto di polizia avverte i viaggiatori diretti in Crimea di informarsi prima di mettersi in viaggio. Ma per il resto c’è il normale viavai di una grande stazione ferroviaria: nei chioschi si vendono kebab e sul piazzale le babuske offrono appartamenti in affitto. Il Galizia express lascia pochi dubbi sulla destinazione del suo viaggio. La Galizia, la storica regione dell’Ucraina occidentale, melting pot culturale per secoli prima di finire nell’isolamento sovietico e in un lungo oblio, è oggi al centro di una riscoperta di tradizioni e cultura che davvero poco hanno in comune con l’altra metà del paese.

Nello scompartimento che mi viene assegnato Mykola è tutto preso dalle sue parole crociate mentre Juriy fissa un punto indefinito al di là del finestrino. Sono due tipi differenti ed è chiaro che non viaggiano insieme, ma ci vuole poco perché la discussione si accenda.

Mykola torna nella sua città, Leopoli, mentre Juriy che è di Kiev è in viaggio per lavoro. Nonostante Mykola sia madrelingua ucraino, è la lingua di Juriy a far automaticamente scivolare la conversazione in russo. È una cosa normale in Ucraina, ed è sempre stato così, ben prima che gli si potesse dare un significato politico. Dico loro del mio viaggio, vogliono sapere cosa ho visto fino qui. Tiro fuori dalla tasca uno dei volantini delle donne ossigenate di Donetsk, è un facsimile di una scheda elettorale per un referendum. Somiglia a quelle, vere, usate in Crimea. “Non lo possono fare. Non lo faranno mai”, Juriy è categorico. In Crimea lo hanno fatto, dico. “La Crimea è tutta un’altra storia. È sempre stata una storia a sé. Sapete che vi dico? Poco male che sia andata, noi continueremo ad andarci in vacanza. Ma se provano a prendersi l’Ucraina dell’est gli faremo la guerra”.

Dico che l’Ucraina che fa la guerra alla Russia sembra lo scontro tra Davide e Golia, e mi sembra improbabile un appoggio internazionale. “Niente America o Nato, sin dai tempi dell’Urss i soldati ucraini sono sempre stati i migliori, i più coraggiosi e i più valorosi. E i russi lo sanno”. E come la mette con quegli ucraini che sono per la Russia? Da che parte starebbero in un’ipotetica guerra? “Non esiste. L’Ucraina è una e una soltanto. Quelli che la vogliono dividere sono quattro gatti”. Dico che nell’est mi hanno raccontato la storia delle due Ucraine divise dal Dnipro. “E io allora che sono? Io che parlo russo e vivo a Kiev, come almeno un altro milione di persone. Noi, da che parte staremmo secondo loro?”.

Il treno scorre per la pianura ondulata. Ogni traccia di neve è ormai scomparsa e un sole primaverile illumina le campagne. La provodnitsa continua a portare tè mentre saltano fuori dei biscotti e del cioccolato Roshen. È quello di Porošenko, il “re del cioccolato” che proprio in questi giorni ha ufficializzato la propria candidatura alle presidenziali di fine maggio. Secondo Mykola è solo un altro oligarca in corsa per il potere. Gli dico che in piazza Lenin a Donetsk ho sentito la gente inveire contro gli oligarchi al potere e c’è anche chi reclama il ritorno di Janukovič. “Pagati.”, dice Mykola. “Sono anche loro in mano agli oligarchi e non se ne rendono conto. Sono pagati per stare lì ogni giorno con lo striscione in mano”. Pagati, ma da chi? Non certo da Janukovič. “Dalla cricca del partito delle Regioni, da Akhmetov, il padrone di Donetsk e del partito. E pure di Janukovič”.

Rinat Akhmetov non è un oligarca, è il re degli oligarchi. È l’uomo più ricco del paese, nonché tra i più ricchi del mondo, ed è stato il principale sponsor dell’ex presidente. Eppure Akhmetov è apparso negli ultimi giorni come il pacificatore dei rivoltosi dell’est che chiama al dialogo con le istituzioni. Per alcuni un tentativo di riciclarsi nell’Ucraina del dopo Janukovič.

Le elezioni presidenziali di fine maggio sono il grande punto interrogativo che tiene in sospeso l’Ucraina. Da un lato i candidati più in vista come Porošenko, che gode del favore europeo, e la stessa Julija Tymošenko; dall’altro i candidati imbarazzanti come il leader del partito nazionalista Svoboda, Oleg Tyahnibok, e Dmitro Yaroš del Pravy Sektor, fino a una lista di outsider tra cantanti e medici di Euromaidan. In tutto 23 candidati, per una tornata elettorale rifiutata dalla parte russa e russofona del paese. “Quelle elezioni non ci saranno. Putin farà di tutto per impedirle. O, almeno, non ci saranno per tutta l’Ucraina così com’è adesso”, dice Mykola tornando alle sue parole crociate.

Il Galizia express si sveglia in una Leopoli che porta ancora i segni del lutto. La città che ha pagato il tributo di vite più alto nella battaglia di Kiev è stata anche la prima a dichiararsi “liberata” nelle ore in cui Janukovič fuggiva dal paese. Qui la polizia ha deposto le armi per non scontrarsi con i manifestanti e da qui i soldati si sono rifiutati di partire per Kiev a dar man forte ai berkut.

Leopoli, foto di Danilo Elia

Sotto il monumento a Taras Ševčenko, il poeta ed eroe nazionale che nelle piazze di tutta la regione ha da tempo spodestato Lenin, gli attivisti del Pravy Sektor smontano la loro tenda. Il palco usato in tutti questi mesi è bordato di nero, e le foto di tutte le vittime compongono una parete circondata da fiori e candele. Janek è tornato a Leopoli da appena qualche giorno, dopo settimane di autoesilio in Polonia. È stato tra i primi feriti di Euromaidan, e per poco la sua faccia non è tra quelle fotografie accanto al palco. Un grosso petardo lo ha ferito alla gamba e all’occhio sinistro, negli scontri di gennaio. È stato ricoverato in un ospedale di Kiev, ma quando è venuto a sapere della morte di Yuriy Verbitskiy, si è dato alla macchia. “Lo hanno rapito in ospedale, dove era stato ricoverato per le ferite riportate negli scontri. Lui e altri. Il suo cadavere lo hanno trovato nel bosco di Boryspil, fuori città. Altri sono riusciti a scappare. Lui lo hanno torturato e lasciato morire al gelo. Lo conoscevo bene Yuriy, faceva anche lui la guida turistica qui a Leopoli, come me”.

Verbitskiy è stato la prima vittima di Euromaidan, e Janek non voleva essere la seconda. “Sono stato da parenti in Polonia, se fossi tornato mi avrebbero arrestato e chissà che fine avrei fatto. Avrei però voluto tanto essere in piazza in quei giorni. Chiamavo continuamente i miei amici che erano rimasti nella Maidan”.

Quelli come Janek, per chi a Donetsk sventolava bandiere russe, ma anche per i miei compagni di viaggio sul Donbass express, sono solo dei teppisti. Banderovtsi li chiamano, seguaci di Stepan Bandera, il capo della resistenza ucraina durante la Seconda guerra mondiale. Fu un personaggio controverso, a capo dell’esercito partigiano collaborò con i nazisti per combattere i sovietici, e alcuni dei suoi uomini parteciparono allo sterminio degli ebrei di Galizia. Nell’Ucraina russofona è un criminale nazista, a Leopoli per molti è un eroe. Il suo ritratto è riprodotto sulle t-shirt e una sua gigantografia era esposta anche a Kiev.

Il partito Svoboda, “libertà”, prende molti voti in questa regione e in quelle limitrofe. È un po’ il paradosso di questa Ucraina in cui, nelle regioni dove si respira un’aria meno asfissiante e più mitteleuropea, la bandiera europea sventola accanto a quelle con le croci uncinate.

In una via del centro, tra caffè in stile viennese e ristoranti di sushi, il Pravy Sektor ha il suo bar. Un gruppo di ragazzi in divisa sfila a passo marziale. Hanno le mostrine dell’Unso, il gruppo paramilitare dell’organizzazione. Sono giovani e hanno le facce pulite. Quello che è in testa dice che non sono altro che un corpo di autodifesa popolare: “Se c’è da difendere il Paese, noi entriamo in azione”, ma hanno più l’aria di ragazzini che giocano a fare i soldati. Domando che bisogno c’è di loro quando ci sono già un esercito e una polizia. “Anche in Crimea c’erano. E non hai visto cosa è successo?”.

La piazza del mercato è il cuore della città vecchia di Leopoli. Un gioiello barocco di impianto polacco e scuola italiana. In quella che fu la residenza del console veneziano in Galizia c’è oggi un ristorante di cucina tipica. Si chiama Kryikva, “covo”, e riproduce un nascondiglio partigiano. Alla porta c’è una guardia e la parola d’ordine per entrare è la stessa dai tempi della guerra, “Gloria all’Ucraina, gloria agli eroi”. Lo stesso motto urlato per mesi nella Maidan e che oggi assume ancora un nuovo significato.

(Fine)


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