I ricordi

Saud Hajdukovic

20/04/2021 - 

Zenica prije7-8 godina na utakmici nogometne reprezentacija BIH.

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Zenica, 7-8 anni fa, alla partita di calcio della rappresentativa della BiH

Saud Hajdukovic con Jovan Divjak

Saud Hajdukovic con Jovan Divjak

Damiano Gallinaro

20/04/2021 - 

Vi è mai capitato di intervistare un eroe? Di scambiare idee e vita con un un uomo che per una parte di mondo è considerato come il salvatore, l’uomo che è riuscito a fermare con pochi mezzi un esercito che aveva la fortuna di poter utilizzare i mezzi e le armi di quello che era uno dei più grandi eserciti europei, l’Armata Nazionale Jugoslava?

Io ho avuto questa fortuna e mi piace raccontarvi come sono riuscito ad incontrare Jovan Divijak, il serbo difensore di Sarajevo, ma non solo.

L’uomo per cui Sarajevo era tutto al di là della nazionalità di chi l’abitasse.

L’incontro con Divijak avvenne il 13 novembre 2018 nella sede dell’Associazione da lui diretta, OGBH (Obrazovanje Gradi Bosnu i Hercegovinu/Education Builds Bosnia and Herzogovina) .

Ma prima di questo incontro vis a vis, qualche anno prima ci fu una incredibile e inaspettata telefonata.

Ero stato a Sarajevo, solo per un giorno, e avevo deciso di tentare la sorte cercando di incontrare Divijak. Così mi feci portare da un taxi a Grbavica nella sede dell’Associazione, ma per motivi lavorativi il Generale Divijak non era in ufficio.

Ci rimasi male, naturalmente, ero dispiaciuto di non averlo potuto incontrare, anche se ero contento di aver potuto visitare i locali dell’Associazione e parlare con chi vi lavorava.

Lasciai i miei contatti, ma onestamente non confidavo in un repentino contatto.

Tornato in Italia smisi di pensare a Divijak preso com’ero nel tentativo di salvare il mio dottorato in etnologia dal fallimento, ma una mattina mentre passeggiavo nei viali dell’Università, il mio telefono squillò. Era un numero estero, risposi, e rimasi senza parole, dall’altro lato del filo c’era Jovan Divijak che mi parlava in inglese con l’aiuto di una sua collaboratrice e mi ringraziava della visita e si diceva felice d’incontrarmi in un’altra occasione.

Pochi minuti, ma la voce di quest’uomo fiero e vero, mi rimasero nel cuore.

L’occasione per incontrarci non si palesò subito, per vari motivi fu impossibile per me raggiungere Sarajevo e nel frattempo Divijak venne arrestato a Vienna su mandato dei tribunali serbi, con l’accusa di crimini di Guerra. Come sempre accade nel dopo guerra chi è un eroe per una delle parti in causa è quasi sempre considerato un criminale dal “nemico”.

Poi qualche mese dopo iniziai a programmare il mio ritorno a Sarajevo, l’occasione il Festival Pravo Liujdski, così scrissi una nuova mail all’Associazione. Mi risposero in breve termine, Jovan Divijak aveva piacere d’incontrarmi, finalmente avevo un appuntamento.

Con trepidazione salii di nuovo la collina di Grabavica e finalmente riuscii a incontrarlo.

Davanti a me avevo un uomo sorprendente, com’è sorprendente la sua storia, ma anche un uomo che almeno inizialmente sembrava studiarmi, voler saggiare la mia reale conoscenza della storia e della realtà politico-sociale recente di Sarajevo e della Bosnia.

Divijak è seduto alla sua scrivania, mi invita a sedermi e mi porge una copia in italiano del libro che racconta la sua storia Sarajevo Mon Amour edito da Infinito edizioni, e attende le mie prime domande.

Alla fine la tensione si scioglie, e l'intervista tocca molti temi caldi, Srebrenica, l'importanza dell'educazione nel paese, e della cultura in generale, sulla sua Sarajevo.

Al termine dell'intervista finiamo per parlare di calcio e di film e scattiamo la classica foto ricordo, con la promessa di incontrarsi di nuovo.

Ma la vita, si sa, sceglie per noi e così quell'incontro non è più avvenuto e mi rimane il rammarico di non averlo potuto incontrare di nuovo.

Ci vorrà tempo perché il popolo (o meglio i popoli) della Bosnia ed Erzegovina comprenda davvero quale è stato il ruolo e l'apporto che Jovan Divijak ha donato al paese, ora è necessario che la sua eredità non vada perduta.

Damiano Gallinaro assieme a Jovan Divjak

Simona Barzaghi

20/04/2021 - 

Ho conosciuto Jovan a Nembro (Bg) in Italia in un evento organizzato dagli amici bergamaschi che avevano lavorato come volontari durante e dopo il conflitto. Era accompagnato da due ragazze della sua Associazione e dall’amico giornalista Gigi Riva. Avevo iniziato già da un anno a stendere progetti per Comunità a Tuzla. Mi invitò quindi a Sarajevo dove mi fermai per un mese. Ohh come amava parlare francese! e raccontare barzellette. Amava il Teatro e la cultura e proprio nel Teatro di Sarajevo abbiamo condiviso molto del nostro sentire. Amava i bambini, amava le donne, la loro capacità di ricostruire un futuro. L’importanza dell’istruzione è stata spesso il soggetto delle nostre chiacchierate. Mi sono subito affezionata a questo uomo straordinario che assomigliava tanto a mio padre che avevo perso da poco. Non sono riuscita a tornare a Sarajevo per un ultimo saluto, la pandemia non lo ha permesso ma lui rimane un incontro speciale e meraviglioso della mia vita. Indimenticabile Jovo HVALA.

2018 Sarajevo, Jovan Divjak e Simona Barzaghi (foto S. Barzaghi)

2018 Sarajevo, Jovan Divjak e Simona Barzaghi (foto S. Barzaghi)

Giuseppe Olmeti, cittadino adriatico

17/04/2021 - 

Non posso dire di averlo conosciuto, ma di avere avuto l’onore di incontrarlo e passare alcune ore con lui sì, a Faenza dove con una associazione lo ospitammo a presentare Sarajevo Mon Amour, libro meraviglioso con una copertina indimenticabile.

Uomo buono, profondo e scherzoso nello stesso tempo, soprattutto uomo giusto, che ha servito con disciplina e onore la causa dell’umanità.

Sergio Pilu, viaggiatore e autore de "Il Tunnel"

17/04/2021 - 

Ho una foto, salvata nel telefono. Ci sono io, stretto nella mia t-shirt dei Pink Floyd, a fianco di Jovan Divjak. Lui ha la stessa espressione vista migliaia di volte, un misto di serietà e tranquillità e fiducia che si riesce incredibilmente a ritrovare anche in tante immagini degli anni dell'assedio di Sarajevo, anche in quelle scattate nei momenti più difficili. Io: beh, io ho il sorriso vagamente incredulo di un ragazzino che si ritrova a dieci centimetri da una rockstar planetaria (e già il fatto che sorrido in una fotografia, sì, è abbastanza eccezionale).

Mi aveva portato al suo cospetto Asim pochi minuti prima: “Generale, le presento un nostro amico italiano che vorrebbe tanto salutarla” e lui era stato cordiale, mi aveva stretto la mano con quella benna che aveva stretto mitra e accarezzato bambini, mi aveva parlato in italiano, mi aveva detto che sarebbe venuto a Milano qualche mese dopo.

Di quei pochi minuti nel centro della Baščaršija di Sarajevo ricordo la sensazione di solidità della sua persona e soprattutto il fatto che i passanti si fermavano a decine a salutare, chi gli diceva grazie e chi lo toccava sulla spalla come se fosse una reliquia vivente e lui rispondeva a tutti, a tutti faceva un cenno o rivolgeva un saluto o un ringraziamento.

Ancora oggi, dopo quasi due anni, mi capita di ripensare a quel momento realizzando che non sono mai stato così vicino a una manifestazione di affetto e riconoscenza come quella alla quale ho assistito in quel giorno di agosto in Bosnia.

Un amico mi ha scritto: "Stavo leggendo un po' di social e news sulla morte di Divjak. E' impressionante. Non credo che esista un altro uomo, oggi, così universalmente amato e stimato dalla sua comunità". Erano - sono - un amore e una stima meritati: perché per quella gente, tutta, senza distinzioni di sesso, nazionalità o religione, il generale Jovan Divjak aveva rischiato tutto quello che aveva, a partire dalla vita.

Non era stata una storia d'amore tutta rose e fiori, quella del generale con Sarajevo; ma alla fine il tempo gli aveva reso giustizia; ho passato giorni a chiedermi se io, dall’alto della mia mezza età e della mia informazione e del mio spirito critico così ben addestrato dalla frequentazione con la politica del mio paese quel giorno nel centro di Sarajevo non mi sono lasciato affascinare e incantare dalla vicinanza a un mito costruito con perizia da una delle molte macchine di propaganda che si sono talvolta affrontate e talvolta spalleggiate in quel lunghissimo, estenuante e non ancora concluso conflitto. E oggi che Jovan Divjak non c'è più continuo a sentirmi dalla parte della ragione, continuo a pensare di aver incontrato e stretto la mano a un uomo che, al netto degli errori che chiunque commette e delle decisioni inevitabilmente sporche alle quali ti costringe la guerra, ha scelto la parte giusta: o meglio, la parte della giustizia, che non è la stessa cosa anche se non ho abbastanza parole valide per spiegare la differenza: e sono contento di averlo fatto.

Sarajevo. Jovan Divjak e Sergio Pilu (foto Sergio Pilu)

Sara Gubissa

16/04/2021 - 

Tramite i racconti di mio marito e di Melita Richter che lo hanno conosciuto e condiviso idee e progetti dopo l’assedio avevo già molta stima del Generale, quando è venuto a Trieste a presentare “ Sarajevo, mon amour” sono accorsa ad ascoltarlo.

Commossa mi sono fatta strada per farmi autografare il libro.

È stato un momento di forte emozione parlare con una persona così “grande”, con un uomo “giusto”.

Trieste, 2018. Jovan Divjak e Sara Gubissa (foto S. Gubissa)

Kanita Fočak - architetta, traduttrice

16/04/2021 - 

Kako pisati o dragoj osobi, prijatelju kojeg nema više a kojemu je več sve rečeno. Sve se zna o njegovom životu, djelu, hrabrosti, posvećenosti...kako pisati kad imaš knedlu u grlu od tuge da se više nikad nećete sresti u centru grada ili kod njega u Udruženju.

Jovana Divjaka nisam poznavala prije rata, iako smo živjeli u starom dijelu grada gotovo blizu jedan drugome. Nisam ga poznavala iako sam kčerka oficira, ali moj otac je bio načelnik Vojnogeografskog Instituta, tako da se ni njih dvojica nisu međusobno poznavali. Osim toga tata me je držao podalje od vojnog ambijenta jer vjerojatno nije želio da se zaljubim u nekog oficira.

Život je tako svakoga vodio na svoju stranu dok nije došao rat i opsada Sarajeva. Moj suprug Faruk, poginuo je već prvi mjesec dana rata i ja sam ostala sama sa djecom. Od muževljeve porodice nisam imala nikakvu podršku, a moj otac je več bio slab i bolestan, očajan što njegove savršeno izrađene topografske karte sada koriste neprijatelji da bi preciznije gađali Sarajevo. Pomagali su mi samo susjedi i prijatelji mog Faruka još iz djetinjstva.

Ne znam više da li je bilo ljeto ili zima, jer u ratu su svi dani isti u grču želje da se preživi bar još jedan dan, kad je pored naše kuće u ulici Veliki Alifakovac (preko puta Vječnice, ali na drugoj obali Miljacke), naišao general Jovan Divjak. Svi susjedi koji su ga prepoznali bili su sretni da ga vide među nama i sjatili se oko njega „Evo našeg komandanta“. Znali smo da general obilazi branioce na prvim linijama i građane, ali ovaj susret je bio pravo iznenađenje i ohrabrenje. Za trenutak, kao da nije bilo rata i kao da je oslobođenje na vidiku.

Ponudila sam ga da uđe da popijemo kafu, ali on je odbio i rekao da nema vremena, ali da će doći sutradan ujutro na doručak. Kao i u ostalim kućama u gradu, ni u mojoj nije bilo hrane, ali bilo je malo brašna, soli i praška za pecivo, a i malo ulja koje je u to vrijeme bilo pravi luksuz. Mogla sam samo da pripremim ćaj i lokume (ili peksimete kako ih neko zove). Jovan je stvarno došao kako je obečao, a moji lokumi nikad nisu bili ljepši. I svaki put kada bismo se ponovo sreli i ovih posljednjih godina Jovan je pričao o tom prvom doručku u našoj kući.

Kasnije smo se sretali često, navratio bi da vidi kako smo djeca i ja kako je naš komšiluk. Sretali smo se puno puta u i Kamernom teatru 55, na prvom Sarajevo Film Festivalu za koji je Italijanska ambasada u Sarajevu, donijela filmove, ili na koncertima. Rizikovali smo život da bismo do tamo došli, ali bilo je važnije u tom trenutku osjetiti se živima, nego preživjeti.

Povezali su nas i susreti sa italijanskim novinarima i izuzetna prijateljstva s njima, sklopljena pod opsadom, pod granatama i policijskim časom. Jovan je izuzetno cijenio italijanske novinare zbog njihovog tačnog i objektivnog obavještavanja italijanske javnosti. Tako su jednom u mojoj kući na večeri bili Jovan, Adriano i Ivo i nakon večere i obavezne pjesme sva trojica da bi pokazali kako su još u formi napravili stoj na rukama. Taj poznati stoj na rukama Jovan je izveo i pred studentima sa Sardinije i italijanskim generalom Sabatelli-jem komandantom Brigade Sassari, na platou ispred Jevrejskog groblja, u decembru 1999. Prevodeći Jovanove riječi ovoj grupi, dok je on objašnjavao gdje su bile prve linije neprijateljske artiljerije koja je neprestano gađala grad, ja sam po prvi put shvatila odakle nas je vrebala opasnost i zaklecala su mi koljena. Ponekad je bolje ne znati.

A onda, kada se stanje u BiH malo stabiliziralo i kada se vanjski svijet malo oslobodio predrasuda, mada i sada ponekad čujem „puca li se još kod vas?“, počeli su u Sarajevo dolaziti italijanski skauti , a onda učenici i studenti na školske ekskurzije. Ne znam broja tim mladim ljudima koji su obavezno željeli da se sretnu s Jovanom. Ili ja ili moj sin Faris smo na tim susretima prevodili. Ponekad, kada bi se umorio, na tim susretima Jovan bi rekao: „A sada će vam moja prijateljica dalje pričati...“ Posljednji put trebali smo zajedno ići u Milano u februaru 2019....

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Come è possibile scrivere di una persona cara, un amico che non c’è più e sul quale tutto è già stato detto. Si sa tutto della sua vita, del suo lavoro, del suo coraggio, della sua dedizione… come è possibile scrivere con un nodo in gola per la tristezza che non lo incontrerai più in centro città o alla sua associazione.

Non conoscevo Jovan Divjak prima della guerra, anche se vivevamo entrambi nella parte vecchia della città, vicini uno all’altra. Non lo conoscevo anche se sono figlia di un ufficiale, ma mio padre era a capo dell’Istituto militare di geografia per cui loro due non si incontravano. Oltre al fatto che mio padre mi teneva lontano dall’ambiente militare, perché probabilmente non voleva che mi innamorassi di un ufficiale.

La vita ci ha portati ciascuno per la sua strada, fino a quando non è arrivata la guerra e l’assedio di Sarajevo. Mio marito Faruk è morto nel primo mese di assedio e io son rimasta sola con i miei due figli. Dalla famiglia di mio marito non ho ricevuto alcun sostegno, e mio padre era già debole e malato, disperato perché le sue meravigliose mappe topografiche erano finite nelle mani dei nemici che le usavano per colpire con precisione Sarajevo. Da allora mi hanno aiutato solo dei vicini e gli amici d’infanzia del mio Faruk.

Non so più se fosse estate o già inverno, perché in guerra tutti i giorni diventano uguali, nello spasmo di voler sopravvivere almeno un giorno in più, quando accanto alla nostra casa nella via di fronte alla Vječnica, ma al di là del fiume Miljacka, è arrivato il generale Jovan Divjak. Tutti i vicini l’hanno riconosciuto, felici di averlo con noi, accerchiandolo e dicendo “Ecco il nostro comandante”. Sapevamo che il generale andava regolarmente a trovare i soldati appostati sulle prime linee del fronte come anche i cittadini, ma questa sua visita ci aveva sorpreso e dato coraggio. Per un attimo, come se la guerra fosse finita e la liberazione all’orizzonte.

L’ho invitato a entrare e bere un caffè, ma lui ha rifiutato dicendo che non aveva tempo, ma che sarebbe tornato il giorno dopo per colazione. Come in tutte le altre case della città, nemmeno a casa mia c’era cibo, ma avevo un poco di farina, sale e lievito, e un poco di olio che a quei tempi era un vero lusso. Ho potuto preparare solo un the e dei lokum (o pekismeti come li chiama qualcuno) [ndt: panetti di farina fritti, che possono essere dolci o salati]. Jovan è veramente arrivato, come aveva promesso, e i miei lokum non sono mai stati più buoni di quella volta. E ogni volta che da allora ci siamo incontrati, anche negli ultimi anni, Jovan ha sempre ricordato quella prima colazione a casa mia.

Dopo di allora ci siamo incontrati spesso, veniva a trovarci per sapere come stavano i miei figli e come stavano i vicini di casa. Ci incontravamo spesso al Kamerni Teatar 55, al primo Film Festival al quale l’Ambasciata d’Italia a Sarajevo [ndt: tentuosi nell’agosto del 1995] aveva portato dei film da proiettare, ma ci si incontrava anche ai concerti. Rischiavamo la vita per andarci, ma era importante in quel momento sentirsi vivi, invece che sopravvissuti.

Ci hanno legati anche i nostri incontri con i giornalisti italiani e la speciale amicizia nata con loro durante l’assedio, sotto le granate e durante il coprifuoco. Jovan aveva un grande rispetto per i giornalisti italiani, per la grande capacità di raccontare i fatti con precisione e obiettività alla propria opinione pubblica. È così che una sera sono venuti a cena da me Jovan, Adriano e Ivo, e durante la cena tutti e tre dopo le dovute canzoni cantate insieme si sono messi a fare la verticale sulle mani per dimostrare quanto fossero ancora in forma. Questa famosa verticale che Jovan ha fatto anche davanti agli studenti della Sardegna venuti a Sarajevo e al generale italiano Sabatelli al comando della Brigata Sassari, sul piazzale del cimitero ebraico nel dicembre del 1999. Mentre traducevo agli studenti la spiegazione di Jovan su dove si trovavano le prime linee dell’artiglieria nemica che bombardava la città senza sosta, per la prima volta ho capito quanto fosse vicino il pericolo e mi sono cedute le gambe. A volte è meglio non sapere.

Quando la situazione in Bosnia Erzegovina si è un poco stabilizzata e quando il mondo là fuori si è liberato dai pregiudizi, per quanto ancora oggi mi capita di sentirmi dire “Si spara ancora lì da voi?”, hanno cominciato ad arrivare a Sarajevo gruppi di scout, alunni e studenti in viaggio di conoscenza. Non so il numero di tutti questi giovani che chiedevano di incontrare Jovan. Ma tutti quegli incontri sono stati tradotti da me o da mio figlio Faris. E ogni tanto, quando era stanco, Jovan diceva: “E ora proseguirà a parlare la mia amica…”. L’ultimo viaggio insieme avremmo dovuto farlo a Milano, nel febbraio del 2019…

Jovan D‫ivjak e Kanita Fočak durante la guerra

Roberta Biagiarelli - attrice, autrice e documentarista

16/04/2021 - 

Amato Jovan,

in questo momento triste, la tua testimonianza e il tuo stile nello stare al mondo, lascia in noi il senso della vita. Davvero sarà strano per tutti e tutte noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerti e di fare un pò di strada con te, tornare a Sarajevo e non trovarti.

Avrai visto il fiume in piena di affetto e riconoscenza dedicato alla tua testimonianza, alla tua coeranza, al tuo stile elegante e giocoso di stare al mondo. Cercheremo di fare del nostro meglio per continuare nel cammino da te indicato.

Un abbraccio ai tuoi cari e a tutto lo staff dell'Associazione "L'Educazione Costruisce la Bosnia Erzegovina ".

Stanotte ciscuno a casa sua è un pò più solo, c'è tristezza.

Per tanti sei stato padre, cuore generoso e stella.

Jovan Divjak e Roberta Biagiarelli (foto © Luigi Ottani)

Luigi Ottani - fotografo

16/04/2021 - 

Jovan,camminare con te per le strade di Sarajevo era semplicemente divertente.. Vedere persone di tutte le età attraversare la strada per abbracciarti è stata una esperienza che non dimenticherò mai.

Ecco "Gli abbracci " di Sarajevo ad un uomo giusto che aveva deciso da che parte stare. Ha deciso di difendere i Sarajevesi indipendentemente dall'etnia, lui che era serbo. Ha disertato e per questo è stato arrestato.

Al contrario di tanti non si è arricchito con la guerra.

Io ho avuto il privilegio di bere qualche caffè nel suo piccolo appartamento in città. Un luogo sacro di memoria. Per rispetto ricordo di non aver fotografato, fino che non è stato lui a chiedermelo. Un appartamento semplice dove condividere con gli amici tanti ricordi. Poi, quando si schiudeva la porta di casa ed usciva in città, la sua vita era un film.

Ci manchi Jovo!

Jovan Divjak e Luigi Ottani (foto © Roberta Biagiarelli)

Piero De Zen - Bassano del Grappa

16/04/2021 - 

Non l'ho conosciuto direttamente ma mi ha emozionato un sarajevese sentire chiamarlo "papà" ... desidero riprendere le parole di Paolo Rumiz nella sua prefazione al Libro "Sarajevo Mon Amour ":

« lui serbo, da 40 anni in Bosnia, non ha avuto dubbi, al momento dell'aggressione alla sua terra adottiva. Non ha sentito il richiamo del sangue - che in quelle ore divideva secondo assurdi pedigree le masse impaurite dalla Slovenia al Montenegro - ma quello del territorio.

Anziché cercare la serbietà - Srpstvo, l'identità bizantina invocata a sproposito dal branco incaricato di fare a pezzi Sarajevo - lui ha scelto l'appartenenza, il Genius Loci, l'anima del luogo che i popoli slavi chiamano Zavicaj. Ha scelto l'amore per la sua città ...

Che vuoi che ti dica caro compagno Divjak. L'unica cosa che ci resta è l'amore per questa straordinaria terra e per questa città unica al mondo che tu hai difeso con onore e che hai continuato a onorare occupandoti degli orfani di guerra.

Posso dirti che ti ringrazio per quello che hai fatto, ignorando i briganti oggi al potere. Che la Bosnia viva. Sempre - Paolo Rumiz, 2007 »

Copertina libro "Sarajevo mon amour" (Infinito Edizioni )