Foto © Dmitrijs Kaminskis/Shutterstock

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Il parlamento di Skopje ha approvato la difficile scelta di cambiare il nome costituzionale del paese, che dopo la ratifica greca si chiamerà Macedonia del Nord. Il punto del nostro corrispondente

17/01/2019 -  Ilcho Cvetanoski

Venerdì 11 gennaio, con 81 voti favorevoli su 120, il parlamento della Repubblica di Macedonia ha approvato il cambio del nome del paese in Macedonia del Nord, facendo fede ai propri obblighi legati all'accordo bilaterale di Prespa con la Grecia. Inoltre, l'Assemblea ha ratificato altri tre emendamenti costituzionali , come richiesto dalla Grecia.

Tuttavia, prima che il nuovo nome inizi ad essere usato, internamente ed esternamente, ci sono due condizioni che il parlamento greco deve soddisfare a propria volta: ratificare gli accordi di Prespa e sostenere l'entrata di Skopje nella NATO.

Solo allora, come previsto negli emendamenti costituzionali, la Repubblica di Macedonia informerà i paesi del mondo, comprese le Nazioni Unite, del cambiamento del nome costituzionale.

Sostegno internazionale

In seguito al voto positivo del parlamento macedone, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha twittato che "la NATO sostiene fermamente la piena attuazione dell'accordo, che è un contributo importante per una regione stabile e prospera".

Federica Mogherini e il commissario Johannes Hahn hanno affermato che "i leader politici e i cittadini [macedoni] hanno dimostrato la loro determinazione a cogliere questa opportunità unica e storica per risolvere una delle più antiche controversie nella regione e avanzare decisamente sul cammino verso l'Unione europea".

Anche il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha elogiato la visione, il coraggio e la perseveranza della Macedonia, sottolineando che gli Stati Uniti "vedono questa come un'opportunità storica per far avanzare stabilità, sicurezza e prosperità in tutta la regione".

Matthew Nimetz, mediatore delle Nazioni Unite nei negoziati sul nome, si è congratulato con il Parlamento e i cittadini del paese per il traguardo e per il modo democratico con cui è stato intrapreso questo importante processo.

Trattative interne

Indipendentemente dalle lodi, il voto finale è stato, come era stato l'intero processo, teso e segnato da ostacoli e manovre politiche. Stavolta sono stati due piccoli partiti etnici albanesi, Alleanza per gli albanesi e Besa, a prendere il comando del dramma politico. Durante le deliberazioni finali, hanno spinto per diversi adeguamenti costituzionali con il pretesto di riaffermare ulteriormente il carattere multietnico del paese. Se i loro emendamenti non fossero stati accettati, hanno minacciato, non avrebbero votato l'accordo.

L'accordo di Prespa stabilisce che la nazionalità della Repubblica della Macedonia del Nord sarà macedone/cittadino della Repubblica della Macedonia del Nord. Questa definizione, tuttavia, è stata contestata dai parlamentari di Besa. Secondo la loro interpretazione, la nazionalità corrisponde all'etnia, e quindi hanno insistito per cancellare la parola "macedone" dalla nazionalità in tutti i documenti per i cittadini di etnia albanese, indicati solo come "cittadini della Repubblica della Macedonia del Nord".

Dopo una serie di incontri e discussioni, Besa e Zaev hanno trovato un punto d'incontro: le carte d'identità per gli albanesi etnici presenteranno una riga speciale per l'etnia, mentre nei passaporti non ci saranno cambiamenti. Secondo i leader di Besa, questo emendamento riaffermerà il carattere multietnico del paese: una posizione curiosa, visto che il prossimo censimento non chiederà ai cittadini di specificare la propria appartenenza etnica.

Mentre Zaev negoziava per i voti necessari, l'opposizione guidata da VMRO-DPMNE ha deciso di boicottare le sessioni parlamentari. Durante il voto di venerdì tutti i suoi parlamentari, tranne gli otto "rinnegati" che hanno votato a favore dell'apertura della procedura di emendamento costituzionale a dicembre 2018, hanno protestato davanti all'Assemblea con diverse centinaia di persone contrarie all'accordo di Prespa.

Il prezzo da pagare

Zaev, che è salito al potere nel 2017, ha impiegato tutta la sua energia per risolvere i problemi aperti con i vicini (prima con l'accordo di buon vicinato con la Bulgaria e poi con l'accordo di Prespa con la Grecia) per riaprire le prospettive di piena integrazione euroatlantica della Macedonia.

Concentrandosi sulle questioni internazionali e lasciando da parte le riforme interne, il governo guidato dallo SDSM ha però trascurato diversi temi chiave della propria campagna elettorale: stato di diritto, corruzione, economia, inquinamento atmosferico, trasparenza, ecc..

In seguito allo scandalo intercettazioni telefoniche che aveva rivelato una serie di gravi abusi da parte del precedente governo guidato da VMRO-DPMNE e DUI (ora parte della coalizione di governo), lo stato di diritto è stato uno dei temi chiave per gli elettori in cerca del cambiamento. Durante le proteste studentesche del 2015/2016 e la rivoluzione colorata, la giustizia è stata una delle maggiori richieste dei manifestanti. "Non ci sarà pace, finché non c'è giustizia", era il motto principale di chi manifestava.

Tuttavia, nel primo anno e mezzo del governo Zaev, nessuna di queste promesse elettorali è stata seriamente affrontata. È arrivata invece una lunga serie di patti con il diavolo e manovre politiche che ricordano da vicino quelle messe in atto dall'ex premier Nikola Gruevski.

Uno degli smacchi più notevoli per il nuovo esecutivo è stata proprio la fuga in Ungheria di Gruevski, condannato a due anni di carcere per l'acquisto illecito di una lussuosa automobile di rappresentanza. Oggi, ad oltre due mesi dalla sua "misteriosa" fuga, non c'è una chiara spiegazione dell'accaduto, e nessuna responsabilità politica è stata assunta dalle personalità più importanti del governo. Tutto questo ha incoraggiato le speculazioni che Gruevski sia stato autorizzato a fuggire come parte di un accordo fra opposizione e governo perché i parlamentari di VMRO-DPMNE votassero le modifiche costituzionali in linea con l'accordo di Prespa.

Una volta che l'accordo è entrato in parlamento, Zaev ha apertamente offerto l'amnistia per l'assalto all'Assemblea del 27 aprile 2017. Questa mossa gli ha assicurato otto voti dalla coalizione VMRO-DPMNE. Tre di questi parlamentari (Krsto Mukoski, Ljuben Arnaudov e Sasho Vasilevski) erano accusati di terrorismo per l'attacco all'Assemblea e sono stati rilasciati dai domiciliari dopo il discorso di Zaev sulla riconciliazione e il perdono.

Alla lunga serie di dubbie concessioni si sono aggiunte le ultime avanzate da Alleanza per gli albanesi e Besa. Presentate come ulteriore riaffermazione del carattere multietnico del paese, erano in realtà poco più che semplici capricci etno-nazionalisti.

E ora?

Indubbiamente, risolvere problemi aperti è sempre difficile, specialmente quelli carichi di emotività come la disputa sul nome con la Grecia. È evidente che Zaev ha pagato un prezzo pesante per ottenere la maggioranza qualificata necessaria per la ratifica dell'accordo di Prespa, ma solo il tempo – nemmeno le prossime elezioni – ci dirà se ne è valsa la pena, e se Zaev e il ministro degli Esteri Nikola Dimitrov sono politici visionari o miopi. Ora le due nazioni hanno la possibilità di avviare una cooperazione strategica: perché ciò accada, però, le cose devono cambiare nei cuori e nelle menti delle persone.

Ora, se la Grecia ratificherà l'accordo, i cittadini macedoni dovranno abituarsi al nuovo nome di Macedonia del Nord. Almeno all'inizio, dovranno spendere non poca energia per spiegare al resto del mondo che si sentono ancora pienamente macedoni in senso nazionale ed etnico.


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