Nils Muižnieks

Nils Muižnieks

Dopo cinque giorni di monitoraggio a Zagabria, il Commissario per i Diritti umani del Consiglio d’Europa Nils Muižnieks traccia il punto della situazione su libertà di espressione e pluralismo. Un’intervista

02/05/2016 -  Giovanni Vale Zagabria

Commissario, è preoccupato per l’attuale situazione in Croazia riguardo alla libertà di stampa?

Sì, sono preoccupato. È inevitabile, quando si vedono cambiamenti così bruschi nella televisione e nella radio pubblica, a cui si aggiungono anche attacchi contro i giornalisti.

Ne ha parlato con i membri del governo croato?

Ho discusso delle intimidazioni ai giornalisti con diversi membri dell’esecutivo e nessuno di essi si rende davvero conto che si tratta di un problema. Dicono che non ci sono statistiche al riguardo, che è impossibile sapere se queste persone sono state attaccate in quanto giornalisti o per altri motivi. Non ho riscontrato quindi alcun senso di consapevolezza da parte dell’élite politica, non si capisce che gli attacchi ai giornalisti sono attacchi alla democrazia e che il governo ha una responsabilità particolare nel condannare e nel punire chiunque minacci un giornalista.

In seguito al caso di Ante Tomić (il giornalista attaccato a Spalato qualche settimana fa), il ministro della Cultura Zlatko Hasanbegović si è espresso in modo scioccante, condannando la violenza, ma ricordando che si è sostanzialmente responsabili di ciò che si scrive o dice in pubblico. È normale?

Ne ho parlato con lui. Il ministro sostiene di essere stato frainteso o che le sue frasi sono state estrapolate dal contesto. Io l’ho invitato a inviare un messaggio inequivocabile, ovvero che la violenza è inaccettabile e che chiunque commetta un atto di violenza contro un giornalista sarà punito. Questo senza spiegare, giustificare, legittimare o qualificare le considerazioni sul giornalista.

L’ultima minaccia alla libertà di stampa in Croazia riguarda il caso della Voce del Popolo, il quotidiano della minoranza italiana che si è visto tagliare i finanziamenti del 50% per quest’anno e che, a detta dello stesso ministro, non ne avrà proprio per l’anno prossimo. Hasanbegović le ha promesso qualcosa al riguardo?

Non abbiamo discusso di questo caso in particolare, ma le ONG me ne hanno riferito, come esempio di un media sotto pressione per il taglio di fondi pubblici. Con Hasanbegović ho affrontato il discorso più generale dei media no-profit e il ministro mi ha detto che il fondo pubblico a sostegno di tali media era un “esperimento”, iniziato di recente, e che lui ha semplicemente “interrotto l’esperimento”. Si è giustificato dicendo che il ministero della Cultura non dovrebbe essere nel business del finanziamento dei media. Tuttavia, molti giornalisti che ho incontrato sono preoccupati poiché considerano questo atto come parte di un progetto più ampio e volto a zittire le voci critiche o indipendenti. Mi hanno dunque fatto la lista dei tagli ai media no-profit, alle ONG, alla scena culturale indipendente, alle minoranze… C’è uno schema ricorrente che preoccupa in quanto mira ad indebolire il pluralismo in Croazia. È necessario mantenere vivo il pluralismo ed è per questo che i media pubblici sono importanti, perché se il pluralismo smette di esistere anche in quel contesto allora sarà un colpo enorme alla società.

Ho discusso con alcuni giornalisti della televisione pubblica HRT, che mi hanno riferito di un diffuso sentimento di paura tra i colleghi per la possibile perdita del posto di lavoro, dopo i recenti stravolgimenti.

Sì, si teme che il governo intervenga sulle scelte editoriali e quello che ho chiesto alle autorità è di assicurare che questo non accada. Molti dei giornalisti che sono stati licenziati si stanno opponendo al licenziamento in tribunale, quindi resteremo a vedere come si pronuncerà la giustizia. In Polonia, ad esempio, i giornalisti licenziati non hanno fatto ricorso in tribunale per cui è sicuramente una cosa positiva che le persone abbiano ancora fiducia nel sistema giudiziario nazionale.

 

Che cosa può fare il Consiglio d’Europa per far cambiare direzione al governo di Zagabria?

Quello che farò personalmente è scrivere un rapporto in cui la libertà di stampa sarà uno dei tre temi principali. Analizzerò questo argomento seguendo gli standard del Consiglio d’Europa e informerò in seguito i colleghi così come le altri istituzioni, dei risultati ottenuti. Intendo anche tornare per continuare il dialogo con le autorità di Zagabria e la società civile e per aiutarli a seguire la strada giusta. Inoltre, la piattaforma per la protezione dei giornalisti  recentemente attivata dal COE è uno strumento a disposizione anche dei giornalisti in Croazia: se questi si sentono minacciati possono portare la propria situazione all’attenzione dei 47 Stati. E molto spesso gli stati rispondo a queste preoccupazioni. C’è poi la Corte europea dei Diritti dell’Uomo a cui le persone possono fare ricorso, anche se ovviamente questo richiede più tempo. Per quanto possibile, vogliamo evitare i problemi prima che emergano questioni legali e prima che il pluralismo sia distrutto. Il mio lavoro qui è quello di suonare la campanella d’allarme e dire “fermatevi”, “riflettete su quello che state facendo”, “guardate l’impatto delle vostre misure”.

Anche perché il comportamento della Croazia potrebbe essere di cattivo esempio per gli altri stati della regione…

Certo. La Croazia e la Slovenia hanno in qualche modo guidato il processo di riforme, ma molte persone mi hanno fatto notare che c’è stato una sorta di “propulsione” fino all’ingresso nell’Unione europea e che da allora questa si è invertita. Nell'ambito della libertà di stampa, questo processo è evidente. La Croazia ha in qualche modo guidato il cammino: l’Associazione dei giornalisti croati è considerata ad esempio un modello nella regione. Se esaminiamo le minacce e gli attacchi ai giornalisti in altri paesi, come in Serbia o in Montenegro, posso dire che quelli che sono dei cambiamenti relativamente recenti qui, esistono da più tempo in altri contesti… Infine, per quanto mi riguarda, questo fondo per i media no-profit era un esempio di buona prassi. Non l’ho visto da altre parti per cui non posso dire che toglierlo sia stata una violazione, ma si trattava certamente di uno strumento valido e non capisco ancora perché sia stato cancellato.

Oltre alla questione della libertà di stampa, c’è anche un problema più generale in Croazia in quanto alla relativizzazione dei valori su cui l’Europa si è fondata a partire dalla Seconda guerra mondiale. Penso a cosa è successo con la commemorazione di Jasenovac e al clima di revisionismo denunciato anche dalla comunità ebraica.

È un problema, certo. Quello che mi ha stupito qui è la polarizzazione sulla politica e sulla storia e il senso che ci sia in corso una sorta di ricaduta indietro, in quanto alla comprensione della storia e alla tolleranza dei simboli e dei gesti ustascia. Le minoranze hanno espresso la loro preoccupazione pubblicamente non soltanto riguardo alla retorica [del governo, ndr.], ma anche ai discorsi di odio e ai crimini legati all’odio e alla mancanza di consapevolezza e di reazioni forti da parte dell’esecutivo. Le minoranze oggi hanno bisogno di essere rassicurate.

Prima di lasciare Zagabria, ha dato una scadenza al governo croato per dare prova di cambiamento? Quali saranno i prossimi passi?

Come dicevo, ora scriveremo un rapporto, che oltre alla libertà di stampa, si occuperà anche della giustizia di transizione e della coesione sociale, così come del tema delle migrazioni. Diversi ministeri ci hanno promesso dei dati aggiuntivi e ci vorranno circa tre mesi perché tutti i dati siano analizzati e il rapporto pubblicato. Poi, continueremo il dialogo col governo sulla base del rapporto.

Questa pubblicazione è stata prodotta nell'ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto


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