Milorad Dodik (© Stanisic Vladimir/Shutterstock

Milorad Dodik (© Stanisic Vladimir/Shutterstock

Milorad Dodik - attuale membro della presidenza tripartita statale - ha lanciato la RS-Exit, per la secessione della Republika Srpska dalla Bosnia Erzegovina. Per alcuni l'ennesimo bluff, per altri segnale pericoloso. Sotto attacco, collateralmente, la Corte costituzionale

25/02/2020 -  Alfredo Sasso

Già quattro anni fa il conto era arrivato a trenta. Alcuni mesi fa, un politico dell’opposizione lo aggiornò a quarantadue : sarebbero queste, e probabilmente sono molte di più, le volte in cui Milorad Dodik ha promesso la realizzazione di un referendum per la secessione della Republika Srpska dalla Bosnia Erzegovina.

Dodik, attuale membro serbo della presidenza tripartita statale, ha annunciato l’ennesimo referendum lo scorso 17 febbraio davanti all’Assemblea della Republika Srpska. Questa volta esordendo con uno slogan inedito: “Goodbye BiH, welcome RS-exit ”, pronunciato proprio così, in un per lui insolito e stentato inglese, come per alludere a una campagna di riconoscimento internazionale che segua il frame discorsivo del Brexit – un effetto-emulazione già visto ai tempi del referendum scozzese del 2014, dal quale a Banja Luka si mutuò una campagna social dal titolo ‘Yes Srpska’ -. Uno slogan che, molto probabilmente, tornerà utile in vista delle elezioni municipali bosniache dell’autunno 2020.

Per alcuni, quest’operazione è un bluff, l’ennesimo di una lunga e proficua carriera, per riscuotere consenso, creare pressione sulle controparti politiche e sulla comunità internazionale. Per altri, queste dichiarazioni e soprattutto gli atti che le hanno accompagnate – il ritiro dei rappresentanti della RS dalle istituzioni statali, rimaste così bloccate da allora – sono una minaccia concreta. “Dodik è ostaggio delle sue parole e azioni”, ha affermato Željko Komšić, membro croato della presidenza. “Posizioni incostituzionali e pericolose”, le ha definite Matthew Palmer, l’inviato speciale degli Stati Uniti per i Balcani occidentali. “Il ritiro unilaterale dalle istituzioni o il blocco delle prese di decisioni è inaccettabile e controproducente. […] Le decisioni della Corte costituzionale bosniaca, come quelle della corte costituzionale di un qualunque paese, sono definitive e vincolanti, e si devono applicare”, affermava il comunicato congiunto dei paesi Quint (USA, Regno Unito, Francia, Germania, Italia).

La crisi

Per capire il casus belli della crisi bisogna andare a ritroso di qualche mese. Nel dicembre 2019, l’Assemblea della Republika Srpska approvò una legge che attribuiva la proprietà esclusiva dei terreni agricoli pubblici alla stessa RS anziché allo stato. Il 7 febbraio scorso, la Corte costituzionale statale rigettava ampie parti della legge, restituendo quindi la proprietà dei terreni pubblici allo stato. In risposta, le autorità della RS convocavano la sessione parlamentare straordinaria del 17 febbraio, svolta sotto la grande attenzione dell’opinione pubblica del paese, trasmessa in una diretta televisiva di otto ore da RTRS, il canale pubblico della Republika Srpska. A maggioranza quasi unanime (72 favorevoli e solo 2 contrari), l’Assemblea ha votato un documento di sei punti, tra i quali spiccano due provvedimenti: l’ordine di ritirare “tutti i rappresentanti della RS” dalle istituzioni statali, finché non sarà adottata una riforma della Corte costituzionale che ne modifichi la composizione; e la richiesta di segnare chiari confini di demarcazione tra la Republika Srpska e la Federazione di BiH, cioè tra le due entità della Bosnia Erzegovina.

Da un canonico conflitto di competenze, lo scontro politico si è dunque spostato sulla Corte costituzionale, organo vitale per gli equilibri istituzionali di ogni paese, e tanto più nel delicato contesto della Bosnia Erzegovina. La composizione della Corte è di nove giudici: sei devono essere cittadini bosniaci e tre stranieri, questi ultimi inseriti nell’ambito della supervisione internazionale che era stata stabilita dagli accordi di Dayton. I giudici bosniaci sono ripartiti per ciascuno dei popoli costitutivi (due bosgnacchi, due serbi, due croati) e designati dai parlamenti dell’entità di riferimento, mentre i giudici stranieri sono indicati dal presidente della Corte Europea dei Diritti dell’uomo previa consultazione con la presidenza statale: attualmente si tratta della nord-macedone Margarita Caca-Nikolovska, del moldavo Tudor Pantriu, e della tedesca Angelica Nussberger, che ha recentemente sostituito l’italiano Giovanni Grasso.

Ciò che chiede il partito di Dodik, l’SNSD e i suoi alleati serbo-bosniaci e non – su questo punto infatti converge il supporto degli omologhi nazionalisti croato-bosniaci dell’HDZ - è che dalla Corte vengano esclusi i giudici stranieri e rimangano solo quelli dei popoli costitutivi. Questo permetterebbe alle componenti serba e croata di avere maggiore controllo sull’organo e, nei desideri dei rispettivi partiti nazionalisti, di orientare in senso più restrittivo ed etno-centrico l’interpretazione della Costituzione del 1995, in particolare sulle questioni più sensibili come le leggi elettorali e gli ambiti di sovranità stato-entità-cantoni.

Dayton

Dodik ha rivolto parole durissime verso l’operato della Corte, definita “occupante”, “inquisitrice”, “contraria alla Costituzione e agli accordi di Dayton”. Tuttavia diversi osservatori hanno segnalato che la costituzione - più precisamente l’articolo 6.3 - indica chiaramente la Corte come unico ente con “giurisdizione esclusiva” sui conflitti di competenze, così come l’Allegato 2 degli accordi afferma che a separare le entità sono “linee di confine” (boundary lines) nel senso di demarcazione amministrativa, che non possono quindi essere traslate in una frontiera fisica.

In altre parole, anche se nella propria narrazione Dodik si presenta come il più strenuo difensore degli accordi di Dayton, la sostanza è che l’attuale membro serbo della presidenza starebbe ancora una volta forzando i termini costituzionali, selezionando a piacere gli articoli e le sezioni di Dayton che gli sono utili e omettendo tutto ciò che non gli è congeniale al momento: un po’ come davanti a un menù o al banco della frutta del mercato, come mostra l’eccellente vignetta di Zoran Herceg .  

Va precisato che l’approccio à la carte nei confronti di Dayton non è un’esclusiva di Dodik: anche i suoi colleghi degli altri partiti e delle altre comunità nazionali ne hanno fatto e continuano a farne ampio uso, sebbene in modo difensivo e reattivo. Come succede da anni, nessun protagonista della scena politica bosniaca ha il ritmo e la capacità d’iniziativa di Dodik; né è in grado di apportare proposte innovative e credibili per una riforma costituzionale, un “Dayton 2”, per quanto periodicamente il tema riaffiori in ambito internazionale – l’ultima volta è stata a metà gennaio, a quanto pare per un abbozzo di iniziativa croato-turca, di cui però non risultano sviluppi.

Quindi perché, proprio ora e proprio in questo modo, Dodik ha rimesso in moto il “cerchio perfetto” della paralisi istituzionale bosniaca (o, come più brutalmente ha commentato l’analista David Kanin a Radio Slobodna Evropa,  “il criceto nella ruota, che gira costantemente in tondo: queste crisi portano sempre allo stesso punto”)? Ci sono due possibili risposte.

I motivi della crisi

La prima riguarda la politica locale. Come già accennato, a ottobre ci saranno le elezioni amministrative. Scatenare una crisi attorno alla sovranità è sempre utile per mobilitare la propria base. La stessa questione del controllo dei terreni demaniali, in una RS in cui il 32% è occupato nell’agricoltura -, può avere effetto. Poi per Dodik c’è da recuperare il consenso che potrebbe essersi smarrito di recente: a novembre, come compromesso per sbloccare l’impasse della formazione del governo statale nel quale il suo partito ha avuto un ruolo chiave, Dodik aveva firmato un documento che consolidava gli impegni della Bosnia Erzegovina verso l’Alleanza Atlantica.

Pur rimanendo ambiguo riguardo alla futura adesione, quella mossa si discostava dalla tradizionale posizione pro-russa e NATO-scettica dell’SNSD, scatenando le accuse di “tradimento” da parte dell’opposizione a Banja Luka. Ricavalcare la secessione permette di ricostruire l’identificazione Srpska-Dodik nell’immaginario collettivo e di mettere all’angolo i partiti serbo-bosniaci avversari. Questi ultimi, nonostante la forte contrapposizione verbale a Dodik, hanno mostrato ancora una volta la propria subalternità di sostanza, votando insieme all’SNSD la mozione di ritiro dalle istituzioni statali.

La seconda risposta è di carattere regionale. I Balcani occidentali vivono un momento di grande incertezza, per via delle crisi bilaterali e interne (Bosnia, Kosovo-Serbia, ora Montenegro-Serbia per la legge sulle proprietà religiose) e delle mosse tutte da capire degli attori internazionali: dopo la frenata ai negoziati di fine 2019, l’allargamento UE è atteso alla prova della “nuova metodologia ” lanciata lo scorso 5 febbraio mentre gli USA sembrano immersi in una nuova fase di interventismo nella regione, che però resta concentrata per lo più sul dialogo Pristina-Belgrado.

L’intento di Dodik sarebbe dunque quello di accentrare l’attenzione su di sé, rilanciandosi come dominus imprescindibile della politica bosniaca e come referente regionale dell’irredentismo serbo-ortodosso. Rafforzare la propria posizione regionale e prolungare la crisi di sistema permette a Dodik (ma anche ai leader degli altri partiti nazionalisti che hanno governato la Bosnia Erzegovina nella storia recente) di evitare che i nodi vengano al pettine, cioè quelle riforme della giustizia e dello stato diritto che l’UE sta chiedendo con sempre maggiore vigore: riforme che, come è ben noto, metterebbero a rischio il potere della classe etno-politica.

The real RS-exit

Nel frattempo, c’è un “RS-exit” che è già avvenuto e che si ripete tutti i giorni. Più che un’uscita, un esodo: quello delle migliaia di persone che lasciano la Republika Srpska per cercare lavoro e dignità all’estero. Sono dai 17 ai 30 mila ogni anno, afferma il profilo twitter creato proprio per denunciare “the real RS-exit” e attaccare la retorica trionfalista delle istituzioni di Banja Luka. L’account riporta cifre e notizie allarmanti, tra crollo delle nascite (“il 16 febbraio non è nato nessun bambino in tutta la RS”), il calo di più del 4% degli alunni delle scuole primarie della Srpska in 4 anni, i flussi di investimenti e turismo di gran lunga più bassi rispetto alla Federazione.

Uno degli utenti commenta : “Quando sento RSexit, penso a Gradiška [principale città di frontiera tra il territorio della Srpska e la Croazia] e al visto per la Germania“. Un'altra aggiunge : “Il visto per la Germania: solo questo dovrebbe imparare a dire Dodik in inglese“.


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