Pascoli nella regione di Pukë

Pascoli nella regione di Pukë - fmartino/OBCT

Una regione montuosa, nel nord dell'Albania, impoverita dalla costante emigrazione e dallo scarso sostegno delle istituzioni. Ma ora, qualche speranza, arriva da agricoltura e turismo. Un'intervista

06/11/2017 -  Francesco Martino Pukë

Sabah Djaloshi è il direttore di Agropuka, un'associazione di produttori agricoli impegnata nello sviluppo dell'agricoltura sostenibile e nella promozione di democrazia locale e inclusione sociale nell'area di Pukë, distretto montano nel nord dell'Albania. Lo abbiamo incontrato nella sede dell'organizzazione per discutere delle problematiche e delle prospettive della regione.

Di cosa si occupa Agropuka?

Agropuka è un’organizzazione no-profit fondata nel 2001 grazie all’iniziativa di alcuni specialisti in ambito agricolo e dell'allevamento. Coinvolge attualmente 300 persone, soprattutto agricoltori, ma anche tecnici specializzati e piccole associazioni. Si è sviluppata grazie all’impegno della gente, e, naturalmente, anche grazie al contributo di alcuni donatori tra cui la Swiss Development Cooperation, WeEffect e l'Unione europea. Il sostegno dei donatori internazionali per lo sviluppo rurale dell’area di Pukë è stato – ed è tutt’ora – di fondamentale importanza.

Fin dagli anni '90 la popolazione di Pukë si è notevolmente ridotta a causa dell'emigrazione. Molti si sono trasferiti o in pianura, nella capitale o a Durazzo, oppure all'estero. Le aziende agricole dell'area sono molto piccole, con una produzione diversificata e situate su terreni difficili. Pukë è una regione di montagna con villaggi collocati a grandi distanze l’uno dall’altro.

Ma c'è del potenziale che potrebbe essere sviluppato anche nella regione di Pukë. Ed è per questo che la nostra organizzazione sta cercando di migliorare le condizioni di vita degli abitanti di questa zona.

Definirebbe Pukë una zona povera?

Pukë è la regione più povera dell’Albania. È povera perché ha poche risorse. Il terreno arabile è molto limitato: in tutta la regione ci sono cinquemila ettari di fondi registrati come arabili, ma in realtà quelli utilizzabili non ammontano a più di 2.500 ettari, il che significa che la grandezza di una fattoria a Pukë non supera i 0.5 o i 0.7 ettari per famiglia.

Cosa può coltivare un agricoltore, o cosa può produrre e vendere sul mercato con un terreno arabile così limitato? Inoltre, come ho già accennato prima, è un'area impoverita dal flusso di emigrazione diretto all’estero o verso altre parti dell’Albania. Sono perlopiù i giovani ad emigrare, molte delle persone rimaste qui sono anziane. Per loro non è facile fare tutto il lavoro necessario nelle fattorie per produrre qualcosa e ottenere così un reddito. Quindi, in sostanza, il benessere della maggior parte delle persone di quest’area di campagna dipende, da una parte, dalle rimesse dall’estero e, dall’altra, dalla vendita di eventuali prodotti in eccesso rispetto a quello che consumano nelle loro famiglie.

Quali sono le prospettive a lungo termine per chi decide di rimanere a Pukë, rispetto invece a quelle di chi se ne è andato?

La gente non ha abbandonato le zone rurali di Pukë solo per le difficoltà economiche, ma anche per altri problemi, in particolare nei settori dell'educazione e della sanità. Se l’insegnante se ne va, se l’infermiera se ne va, se il dottore se ne va, cosa si fa con i bambini? Dove si potrà ottenere assistenza medica? Dove far andare i bambini a scuola?

Ciononostante credo che ci siano stati dei miglioramenti negli ultimi anni. La gestione da parte delle autorità locali è migliorata, c’è meno disparità tra le zone più sviluppate e quelle meno sviluppate, e c’è più interesse a sostenere la crescita rurale di Pukë da parte di donatori internazionali. Grazie a tutto questo, siamo stati in grado di produrre e commercializzare prodotti che hanno dato un nome a Pukë e una speranza agli agricoltori.

Quali sono i prodotti che la regione di Pukë può offrire ai mercati dell’Albania e a quelli internazionali?

Nel 2013 abbiamo definito quattro priorità nella produzione e nella crescita: lo sviluppo del settore dell’allevamento e della produzione di formaggi di qualità destinati ai mercati locali e a quelli dell’intero paese provenienti, in particolare, da piccoli ruminanti come le capre; lo sviluppo della produzione di prodotti come funghi e frutti di bosco, che possono sia essere coltivati che raccolti; lo sviluppo del turismo montano, che è ancora in una fase di sviluppo potenziale, ma che può iniziare a crescere. L’ultima, ma non meno importante priorità, è l’apicoltura.

Questi prodotti riescono oggi a raggiungere i mercati albanesi e internazionali?

Con gli ortaggi e i cibi lavorati, specialmente quelli essiccati, come i funghi, siamo riusciti a raggiungere il mercato nazionale. Buona anche la domanda rispetto al miele. Per quanto riguarda i formaggi, invece, i tentativi di migliorarne la qualità di produzione sono incominciati soltanto un anno fa. Prima non esistevano caseifici nel distretto di Pukë, e le condizioni del bestiame erano pessime.

Ora grazie agli interventi fatti da Reggio Terzo Mondo, uno dei nostri partner, c’è stato un miglioramento significativo e adesso due o tre piccoli caseifici hanno iniziato a produrre formaggi di buona qualità.

Per il collocamento dei prodotti sul mercato, la sfida principale è rappresentata dal rispetto degli standard. Tutti noi dobbiamo lavorare moltissimo affinché i nostri prodotti possano raggiungere standard europei. Rimane poi il problema delle quantità: per ora sono limitate e possiamo parlare soltanto di chili, non di tonnellate di prodotti.

La popolazione dei villaggi della zona si è ridotta negli ultimi vent’anni. Secondo lei c’è qualche possibilità che questo fenomeno possa arrestarsi o, addirittura, invertirsi?

Le risorse umane sono uno dei punti critici per lo sviluppo, specialmente la presenza di giovani. Ma sto notando delle reazioni positive, a partire dalle autorità locali e dai nostri donatori. Negli ultimi due anni stanno iniziando ad assumere sempre più giovani. Questa è una tendenza positiva che offre loro delle possibilità.

Noi di Agropuka stiamo cercando di incoraggiare non solo lo sviluppo economico della regione, ma anche di migliorare i servizi, aspetto altrettanto importante. Rispetto ai giovani cerchiamo di offrire loro attività, incentivi e possibilità di essere coinvolti nei nostri progetti, provando a identificare le aree in cui potrebbero avere più interesse a lavorare. L’agricoltura è un settore difficile, non per tutti, ma molti guardano positivamente ad esempio al turismo.

Le associazioni di donatori sono importanti e benvenute. Ma, solitamente, quando si tratta dello sviluppo di una regione, le istituzioni giocano un ruolo centrale. Cosa pensa delle politiche implementate dalle istituzioni centrali? Abbiamo sentito numerose lamentele per quanto riguarda, ad esempio, le infrastrutture...

Non è solo una questione di infrastrutture non adeguate, ma anche di scuole, servizi sanitari... Per esempio abbiamo problemi con i diritti di proprietà che andrebbero risolti al più presto. In sostanza gli agricoltori non sono i veri proprietari delle loro terre: tradizionalmente lo sono, ma non dal punto di vista prettamente legale.

Le autorità si sono concentrate più sullo sviluppo delle aree urbane e meno di quello delle aree rurali. Gli agricoltori si trovano spesso soli ed hanno a volte il sostegno solo di qualche associazione sostenuta da donatori internazionali.

A mio avviso è quantomai necessario che le autorità locali mettano a disposizione di agricoltori ed allevatori dei tecnici in grado di affiancarli nello sviluppo e adeguamento delle loro aziende: senza questo tipo di competenze non possiamo aspettarci risultati concreti in questo settore.

Pensa che i problemi delle piccole attività familiari possano essere superate, per esempio, tramite il sistema della cooperazione?

E' molto importante incentivare gli agricoltori a cooperare tra loro. Le aziende agricole in quest'area sono molto piccole ed è l'unico modo per uscire dalla produzione esclusiva per l'autosostentamento. La cooperazione è un tema sul quale la nostra organizzazione sta lavorando. Abbiamo fondato gruppi di cooperazione e stiamo notando reazioni positive tra chi vi aderisce.

Lo sguardo sulla cooperazione è ancora negativamente influenzato dall’eredità del vecchio regime comunista?

A volte sì, gli agricoltori sono diffidenti. Occorre però trovare modalità per farli cooperare, ad esempio istituendo gruppi di cooperazione che coinvolgano in particolar modo le donne. Questi gruppi hanno un effetto doppiamente positivo: nelle condizioni di Pukë, la cooperazione non significa soltanto produrre e vendere insieme, ma anche fare in modo che la gente possa socializzare. Le persone del villaggio a volte si ritrovano tutte insieme soltanto per matrimoni o funerali. I nostri gruppi ricostruiscono le comunità.

Qual è stata la risposta generale alle iniziative che coinvolgono le associazioni femminili?

C’è bisogno di tempo per svilupparle. Con l’aiuto dei nostri partner svizzeri, dal 2005 abbiamo dato vita a sei gruppi femminili. Il punto fondamentale è trovare una figura chiave nel villaggio, una donna che riesca ad attirare anche le altre donne. A causa della pressione esercitata dagli uomini, dalla comunità e dalla società in generale, i leader sono personalità indispensabili in quest’area. In questi gruppi, le donne possono identificarsi come parte integrante della comunità, senza più sentirsi escluse e prive di un ruolo sociale. Tramite questi gruppi si riesce a dar loro un’identità. Abbiamo formato il primo gruppo in città e, in seguito, le partecipanti sono andate nei villaggi e hanno organizzato gli altri gruppi.

Sono originario di queste parti e lavoro qui da molti anni. Vedo grandi progressi per quanto riguarda la situazione delle donne. La chiave di questo miglioramento sta, secondo me, nella cooperazione. Prima, nei villaggi, le donne si ritrovavano forse una volta all’anno. Facendo parte di un gruppo, però, possono incontrarsi una volta al mese.

Intende dire che per una donna non è facile uscire dalla propria casa?

Non è facile perché devono occuparsi di tutto il lavoro in casa. Non hanno una vita sociale. Possiamo porre rimedio a tutto questo sviluppando delle aziende al femminile. È fondamentale riuscire a trovare un modo per riavvicinare queste persone.


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