Lungo la rotta balcanica (foto di © Stefano Lusa)

Lungo la rotta balcanica (foto © Stefano Lusa)

La percezione di un'emergenza migranti percorre come una febbre i Balcani, ma in nessun paese assume sembianze surreali come in Montenegro, dove si lavora alacremente per affrontare arrivi di massa che almeno per ora non sono ancora avvenuti

01/08/2018 -  Christian Elia

(Pubblicato originariamente da Open Migration )

La narrazione di un problema, a volte, precede il problema stesso. Sembra questo il caso del Montenegro, che negli ultimi tempi ha guadagnato gli onori delle cronache con il tema forte di stagione: i migranti. I richiedenti asilo, per la precisione.

Negli ultimi due mesi il governo di Podgorica ha prima dichiarato di valutare la costruzione di un muro al confine con l’Albania, le cui forze dell’ordine lascerebbero passare una quota crescente e preoccupante di migranti rifiutandone il respingimento. Pochi giorni dopo, l’esecutivo montenegrino ha discusso di un’adesione a Frontex, l’agenzia delle frontiere europee. Posizioni pubbliche premiate dal governo ungherese, pronto a donare a Podgorica il filo spinato necessario a mettere in “sicurezza” almeno 25 chilometri del proprio confine meridionale.

Al centro per richiedenti asilo di Spuž

La strada verso il centro per richiedenti asilo di Spuž, a mezz’ora da Podgorica, è una sonnolenta statale di provincia per Nikšić e il Montenegro settentrionale. Una strada di campagna si srotola tra alberi di fichi e arbusti, prima di finire in uno spiazzo sul quale si affacciano due strutture. Entrambe recintate, simili dall’esterno, sono molto diverse all’interno. Una delle due è il carcere di Podgorica, l’altra è quella dove un gabbiotto di addetti alla sicurezza, disarmati, chiamano i responsabili della struttura.

“Dipendiamo dal ministero degli Interni adesso”, spiega Anđela Šekularac-Terzić, giovane psicologa del centro, mentre ci accoglie sorridente all’ingresso. “Prima questo centro dipendeva dal ministero del Lavoro e da quello delle Politiche Sociali, ma il 1° gennaio 2018 c’è stata la riforma e da Centro per i Richiedenti Asilo abbiamo cambiato nome in Centro per Richiedenti Protezione Internazionale” aggiunge Tamara Lakić, avvocato e consulente legale per le persone che risiedono nel centro. “Noi ci occupiamo di accoglienza, alloggio, supporto legale e sanitario, sostegno psicologico, trasporti e attività, mentre un nuovo dipartimento ad hoc – sempre sotto la responsabilità del ministero degli Interni – si occupa di analizzare la richiesta di asilo secondo i termini di legge [21 mesi al massimo, NdA]. Qui arrivano le persone che, entrate nel paese, fanno richiesta come richiedenti asilo o protezione sussidiaria. I nostri colleghi, con interviste mensili, ricostruiscono e verificano le motivazioni della richiesta e decidono se concederla o meno”.

Tamara e Anđela sono professionali, preparate, disponibili. Dopo un caffè in un ufficio pieno del fumo di mille sigarette, ci guidano a visitare la struttura, in un tour che a tratti sembra quasi promozionale. “Ci sono tre blocchi, uno per gli uomini soli, uno per le donne sole e un altro per le famiglie. In caso di necessità, però, possiamo fare conto su strutture di emergenza”. Che sono dei container sistemati nel cortile del centro, ma che verranno sostituiti presto, racconta Anđela, da casette prefabbricate dell’Ikea che hanno pure vinto un premio di design. E sorride. Per i minori non accompagnati, invece? “In quel caso viene nominato dal tribunale un tutore che si occupa di loro e delle loro necessità”.

Quindi nel paese che vuol costruire un muro al confine con l’Albania, al momento, c’è un centro con 80 posti (57 dei quali occupati al momento della visita) che è più che sufficiente a colmare le necessità. Ma chi sono le persone ospitate dal centro?

Matoub, Alì, Mohammed

Matoub lo noti subito, per come sorride, per come cerca il tuo sguardo, per una voglia di comunicare che arriva prima di lui. “Vengo dall’Algeria, sono un cabilo [regione settentrionale a maggioranza tamazigh, di origine berbera]. Per noi arrivare a Istanbul non è un problema, non abbiam bisogno di visto. Poi, da là, in Grecia, poi in Albania e ora qui. Ma appena riesco, riparto, vero?” chiede rivolgendosi ai due amici ai suoi fianchi, algerini e cabili come lui, che annuiscono sempre. “Io voglio arrivare a Marsiglia, prima o poi ci riuscirò. Là c’è gente che conosco, voglio sfondare nel mondo della musica. Ho 23 anni, posso ancora farcela. Dell’Algeria mi manca la famiglia, gli amici, la mia bellissima terra. Ma non ho un futuro, perché la vita è dura per tutti, ma per noi cabili ancor di più. Un governo corrotto, una società conservatrice. Ho una vita soltanto, giusto?”.

Il centro è tenuto bene, pulito, ogni blocco è affidato per la gestione delle pulizie quotidiane agli ospiti stessi. Tre piani, ogni piano due spazi comuni, uno ad uso di piccola cucina, uno per la televisione e, nel blocco delle famiglie, per i bimbi. Matoub non si lamenta. “Ci trattano bene, anzi, io ho sentito molte brutte storie di persone che hanno fatto un viaggio simile al mio, ma io non mi lamento. Io i problemi li ho avuti con gli arabi! Che non mi sopportano, perché bevo e fumo, ma per il resto basta pagare e si va avanti lungo la strada. I turchi sono i più furbi: si fan pagare dall’Europa per fermarci, si fan pagare da noi per lasciarci passare, così guadagnano due volte! Continuerò a pagare e arriverò a Marsiglia”.

Con Matoub e i suoi amici c’è un gruppo di ragazzi dall’Afghanistan. Solo Alì parla inglese, gli altri gli si stringono un po’ attorno, lui sembra quasi proteggerli con la sua mole imponente. “Arrivo da un piccolo paese al confine tra Afghanistan e Pakistan, zone pericolose, per tutti. Prima di passare dalla Grecia e dall’Albania sono andato in Turchia, passando dall’Iran. Spero di ripartire subito”.

Nelle altre stanze ci sono Mohammed, libico, anche lui arrivato via Istanbul, e un ragazzo russo e un ragazzo serbo, schivi, che se ne stanno in disparte. La loro è una storia differente, che non hanno voglia di raccontare, ma che li ha portati nello stesso luogo di queste vite in transito.

Dal campo profughi di Yarmouk al Montenegro

Le due famiglie del centro sono siriane. “Ah, beh, i siriani sono diversi, sono davvero fantastici”, sospira Anđela con ammirazione. Vengono tutti da Yarmouk, il campo profughi palestinese di Damasco, devastato dalla guerra che dal 2011 distrugge la Siria. Non parlano inglese, le traduzioni sono complicate. Facile invece parlare con Ana, una giovanissima ragazza cubana, ospite del centro con i due bimbi. E non è un caso raro. I cubani, che non hanno bisogno di visto per Belgrado e da là si muovono verso i paesi della frontiera orientale, non sono pochi, arrivando a rappresentare il terzo o quarto gruppo per provenienza di tutti i richiedenti asilo in Montenegro.

“Appena arrivano noi ci occupiamo di una visita medica specifica, se vengono riscontrate delle patologie particolari, vengono riferiti all’ospedale statale di Podgorica. I casi più gravi, per noi, sono stati Aids, tubercolosi, epatite, ma davvero pochi in questi anni. Ricordo, invece, una bimba cubana, arrivata con la famiglia dall’Albania, con un principio di assideramento. Le hanno dovuto amputare le dita dei piedi”, ricorda Anđela, spegnendo per un attimo il suo sorriso da guida turistica. “Rispetto al mio lavoro, invece, i traumi sono spesso quelli di persone che hanno subito torture e traumi: paranoia, depressione e altri disturbi, che è però difficile seguire a fondo, perché la maggioranza di loro va via dopo una notte”.

Quindi è lecito dire che non esiste alcuna emergenza in Montenegro? “Il centro è sufficiente, per ora”, ammette Anđela senza rispondere nel merito, “ma è in fase di progettazione un centro di transito – al confine con l’Albania – per coloro che non si vogliono fermare qui”. Che servirebbe molto di più, perché la maggior parte degli ospiti della struttura non resteranno oltre una buona dormita, una doccia e un pasto caldo. Quanti hanno ottenuto la protezione internazionale? “In Montenegro la media è di massimo dieci persone all’anno”.

L’emergenza che non c’è

Per tornare in città ci chiamano un taxi, che arriva con un carico di birra per le sorridenti guardie del centro. “Giornalisti? Avete visitato il centro? Eh, purtroppo non si può accogliere tutti, sono troppi, noi siamo un paese povero”. Perché, appunto, la narrazione di un problema a volte arriva prima del problema stesso.

Mensur Bajramspahić è un ragazzone dalla faccia simpatica, dai modi affabili e cordiali, che ne fanno un ottimo portavoce per l’Unhcr a Podgorica.

“In Montenegro, dall’inizio di quest’anno, sono state 1380 le persone che han fatto richiesta di asilo. Dal 2006, da quando cioè esiste una legge in Montenegro, il numero di richiedenti asilo nel paese è di circa 13mila. Un trend in crescita, sicuramente, ma non ha assunto il profilo della crisi.

In media, restano in Montenegro solo per alcuni giorni prima di dirigersi verso i paesi dell'Ue e la rotta, più o meno, è sempre quella: dall’Albania arrivano qui, per andare in Bosnia Erzegovina e in Croazia e poi proseguire”.

Come è possibile allora che si parli di emergenza? “In linea di massima, almeno rispetto ai paesi Ue”, spiega Mensur, “qui il dibattito è più pacato. Le notizie che riceviamo dalla Bosnia, soprattutto, ci allertano su un possibile aumento dei richiedenti asilo quest’estate, perché Sarajevo e dintorni stanno vivendo un momento di pressione; noi ci stiamo preparando, ma senza allarmismi”. Coinvolgendo anche la società civile? “Questo è un tema differente rispetto ai paesi Ue, ad esempio, perché qui è tutto affidato allo stato e a noi”.

Un fattore interessante, quello del silenzio della società civile. Si parla di muri, di filo spinato, di Frontex, ma allo stesso tempo invece, osservando la stampa locale durante le recenti elezioni presidenziali, nella campagna elettorale il tema è stato quasi completamente assente. Perché? Come se si volesse mandare un messaggio all’Unione europea, notoriamente sensibile all’argomento, più che all’interno del paese.

I giornalisti montenegrini che si occupano di rifugiati

Perché il Montenegro, di fatto, ha ben altri problemi e uno di questi è con l’informazione. Il paese, come già è accaduto altre volte in passato, è stato scosso dall’attentato contro la giornalista investigativa del quotidiano Vijesti Olivera Lakić, rimasta ferita l’8 maggio scorso. Un caso tutt’altro che isolato, visto che come ha scritto Damira Kalac in un articolo pubblicato da Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, “Dal 2004, quando è stato ucciso il caporedattore del quotidiano Dan, Duško Jovanović, in Montenegro sono stati registrati 76 casi di attacchi contro giornalisti”.

Uno di questi è Vladimir Otašević, del network di giornalismo investigativo Lupa, minacciato di morte dal fratello dell’allora primo ministro Marković. Otašević è anche uno dei pochi che si è occupato di profughi in Montenegro.

“Il problema dei profughi in Montenegro non è grande come in Ungheria, Germania o Italia, e i media non sono interessati a informare su questo tema” mi conferma Otašević. “Ogni tanto però si possono trovare informazioni e altri dati rilevanti, per esempio rispetto al traffico che viene fatto di queste persone. Io me ne sono occupato negli anni scorsi. I profughi entrano di solito dal valico di Božaj. Rimangono solo alcuni giorni nel campo di Spuž, dopodiché si dirigono verso Rožaje, nelle cui vicinanze attraversano la frontiera con la Serbia, nella maggior parte dei casi presso il valico di Dračenovac. Secondo i dati dei servizi di sicurezza i trafficanti utilizzano spesso i taxi, ma anche altri mezzi di trasporto. Sempre secondo quei dati, alcuni anni fa gli immigrati pagavano ai trafficanti 3.500 euro a persona per attraversare il Montenegro”.

Il tema degli affari fatti sulla pelle dei migranti stava a cuore a Andrijana Kadija, ex direttrice della Radiotelevizija Crne Gore (RTCG), l’emittente pubblica montenegrina, silurata con la colpa di essere nel board di una Ong. Perché il Montenegro – come ha scritto recentemente Dragoslav Dedović in un corsivo di commento alle ultime presidenziali (vinte ancora dal leader del Partito Democratico Socialista, Milo Đukanović) – vive dalla dissoluzione della ex-Jugoslavia una sorta di “giorno della marmotta”. Đukanović governa il paese – in pratica – dal 1998, nonostante tre annunci di ritiro dalla politica e una serie di processi che lo vedevano coinvolto in svariati traffici, compreso il lucroso affare delle sigarette negli anni Novanta, tema sul quale indaga da tempo proprio Olivera Lakić.

Đukanović, da anni, punta tutto sulla triade Ue/Nato/Euro, tenendosi fuori dal pantano dei nazionalismi della jugosfera. A Podgorica è normale trovare simboli della ex-Jugoslavia che convivono con il monumento alle vittime di Goli Otok, l’isola-prigione dove venivano confinati i dissidenti politici. Un colpo al cerchio, uno alla botte. Un europeista così convinto è di sicuro uno al quale non fare troppe domande in tempi così bui per la tenuta dell’Unione. Lui e il suo entourage usano il tema migranti per mostrarsi zelanti custodi di confini minacciati. Tanto quanto, come spiegava Dedović, l’opposizione montenegrina filorussa non oppone altro che una strumentalizzazione opposta della vicenda, cavalcando l’idea dell’invasione in salsa islamofobica e di pericolo terrorista per attaccare il governo sulla base di un problema che non c’è.

La giornata sta per finire, e attorno a uno dei ponti che collega la città a cavallo del fiume Morača che l’attraversa, riappare Alì, con lo sguardo dolce. Attorno a lui tutti gli altri afgani conosciuti al centro. Alì ha il suo zaino, anche gli altri. Stanno parlando con un tassista, Alì ci guarda, e sorride, come fosse stato sorpreso a far qualcosa che non va. Il tassista non li carica, va via, ne fermano un altro. Perché il viaggio continua, nonostante tutto.


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