Foto PR Centar

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La giornalista investigativa del quotidiano montenegrino Vijesti Olivera Lakić è stata ferita a colpi di pistola davanti alla sua abitazione, nello stesso luogo dove era stata picchiata sei anni fa. Il difficile mestiere del giornalista in Montenegro

11/05/2018 -  Damira Kalač Podgorica

Martedì, 8 maggio 2018, Podgorica. Su un lato del viale Svetog Petra Cetinjskog si sente della musica: circa un migliaio di persone si sono radunate per assistere a un concerto organizzato in occasione del Giorno della vittoria sul fascismo. Sul lato opposto, ad un certo punto, si sente uno sparo.

Al momento è ancora ignota l’identità della persona che lo scorso 8 maggio, intorno alle 21:00, ha sparato a Olivera Lakić , giornalista del quotidiano Vijesti. Quello stesso quotidiano che il nuovo-vecchio presidente del Montenegro Milo Đukanović ha recentemente accusato di promuovere il fascismo .

“Felice Giorno della vittoria sul fascismo. Il regime lo ha già omaggiato sparando a Olja! Del fascista Vijesti“, ha scritto sui social la giornalista Ratka Jovanović una volta appresa la notizia dell’attacco alla collega.

Olivera Lakić è stata ferita davanti alla sua abitazione, nello stesso posto dove, sei anni fa, era stata picchiata.

Recentemente ha pubblicato una serie di articoli sul contrabbando di sigarette, un argomento di cui si era già occupata in passato.

Nel 2011 Lakić aveva indagato sull'azienda “Tara“ a Mojkovac, dove si sospettava che venissero prodotte sigarette contraffatte, poi stoccate in un magazzino a Donja Gorica e contrabbandate. Nei suoi articoli aveva denunciato il coinvolgimento di alcuni funzionari di polizia e dell’Agenzia per la sicurezza nazionale in questo business illecito.

Lakić già in passato è stata bersaglio di diverse minacce e intimidazioni. Dopo essere stata aggredita fisicamente nel 2012, ha vissuto sotto scorta per quasi tre anni. In quel periodo si era temporaneamente ritirata dal giornalismo.

A tutt’oggi rimangono ancora ignoti i mandanti dei precedenti attacchi a Olivera Lakić.

La mancata tutela dei giornalisti

Dal 2004, quando è stato ucciso il caporedattore del quotidiano Dan Duško Jovanović, in Montenegro sono stati registrati 76 casi di attacchi contro giornalisti, di cui 43 hanno avuto un epilogo giudiziario, 25 sono ancora oggetto di indagini, mentre nei restanti 8 casi le indagini non sono nemmeno state avviate.

L’opinione pubblica montenegrina ha recentemente avuto modo di rinfrescare la memoria sugli attacchi contro i giornalisti grazie a un documentario intitolato Silom na sedmu , andato in onda lo scorso 10 aprile.

Nel documentario, realizzato dalla ong “35mm” e da tv Vijesti, viene ricordato che i dipendenti statali che, ostruendo le indagini, hanno garantito l’impunità ai responsabili dei più gravi attacchi contro i giornalisti – compromettendo seriamente lo stato di diritto in Montenegro – , non sono mai stati processati, e che le dimissioni di chi ha commesso errori nell’esercizio della propria professione sono una vera rarità nella società montenegrina.

Commentando l’attacco a Olivera Lakić, il caporedattore del quotidiano Vijesti Mihajlo Jovović ha dichiarato che la polizia non ha mai indagato su quello che la giornalista ha scoperto. “Non ho parole. Fino a quando queste cose continueranno ad accadere nel nostro meraviglioso Montenegro? Nessun attacco contro di lei ha avuto un epilogo giudiziario. Molti crimini che ha denunciato nei suoi articoli non sono mai stati indagati. Fino a quando dovremo temere questi vigliacchi?”

Secondo il giornalista e blogger serbo Nebojša Vučinić, “watchdog della democrazia” è il termine che meglio descrive l’essenza della professione giornalistica, per cui non c’è da stupirsi se i giornalisti sono bersaglio di attacchi anche nelle democrazie sviluppate. “A maggior ragione lo sono nei piccoli quasi-stati semicoloniali e postsocialisti. Per intenderci, queste cose succedevano anche prima, ma gli operatori dell’informazione godevano di una certa tutela ed erano motivati a occuparsi di problematiche sociali”, spiega Vučinić.

Aggiunge inoltre che i giornalisti, e gli operatori dei media in generale, vengono attaccati in vari modi, ma lo scopo è sempre quello di impaurirli e incutere timore nella popolazione. “Questo seme della violenza attecchisce facilmente nelle società dove tradizionalmente nessun problema viene risolto in modo democratico e attraverso il dialogo”, afferma Vučinić.

Đukanović, l’UE e gli USA...

A seguito dell’attacco a Olivera Lakić, si è fatto sentire  anche Milo Đukanović.

“L’attacco alla giornalista Olivera Lakić è la conferma che lo stato deve contrastare l’arroganza delle strutture criminali”, ha detto il leader del Partito democratico dei socialisti e neoeletto presidente del Montenegro.

Quando il regime esprime indignazione per l’attacco a Olja, per Vijesti, o per qualsiasi altro giornalista indipendente in Montenegro, si tratta, secondo Ratka Jovanović, editorialista di Vijesti, di pura insolenza.

Oltre a condannare la classe politica montenegrina Ratka Jovanovićnon risparmia critiche nemmeno ai funzionari europei e statunitensi.

“Non so come definire quello che stanno facendo i funzionari e i diplomatici europei e statunitensi: ipocrisia, immoralità o puro commercio. Pronunciano due, tre banalità sull’importanza del giornalismo, dicono che gli attacchi sono inaccettabili, e poi ritornano tra le braccia di qualche esponente del regime. Sanno esattamente chi picchia e chi spara, e continuano a collaborare con i picchiatori e gli assassini. Io non mi fido più dell’Occidente già da quando ha contribuito a distruggere la Bosnia Erzegovina, ma questo popolo smarrito si fida dei politici occidentali”, ha scritto la Jovanović.

A suo parere, chi ha sparato a Olivera Lakić lo ha fatto seguendo gli ordini del regime, ma a mettere la pistola nelle sue mani sono stati l’Ue e gli Stati Uniti.

La giornalista ha invitato a non pubblicare “le loro dichiarazioni ipocrite sull’aggressione a Olja”.

“Non abbiamo bisogno del loro cordoglio. Sono ormai 30 anni che stanno a guardare come il regime ci sta uccidendo, e dopo ogni tornata elettorale macchiata da frodi e compravendite di voti dicono che è stato compiuto un ulteriore passo verso l’Europa. Io non voglio avere nulla a che fare con una tale Europa, nemmeno indirettamente, attraverso i media”.

Željko Ivanović, direttore di Vijesti (foto PR Centar)

Il silenzio dei cittadini

All’indomani dell’aggressione a Olivera Lakić è stata organizzata una manifestazione di protesta davanti alla sede del governo a Podgorica.

Il concerto del giorno prima ha attirato circa un migliaio di cittadini, mentre alla protesta hanno partecipato poche centinaia di persone, gli stessi volti che si vedono sempre nei raduni di questo tipo.

“Non deve stupire l’apatia popolare, perché ognuno si preoccupa solo di se stesso”, dice Vučinić, aggiungendo che, pur essendo consapevoli che anche a loro può succedere la stessa cosa, i cittadini continuano ad essere inerti, conformisti e disinteressati.

“Le proteste contro gli attacchi ai giornalisti e media il più delle volte vengono organizzate, non tanto per chiedere protezione, quanto per contribuire al cambiamento della leadership politica, anche se ogni nuova leadership si comporta nello stesso modo nei confronti dei media. Ne sono la prova i cambiamenti politici avvenuti in Serbia dopo l’omicidio di Zoran Điniđić e il fatto che il seme di quello che sta accadendo oggi nel paese è stato gettato all’epoca in cui al governo c’era il Partito democratico”, spiega Vučinić.

“Il giornalismo e i giornalisti sono la prima vittima di un sistema degenerato. Quando questo sistema crolla – e per farlo crollare non basta l’impegno dei giornalisti e media, deve mobilitarsi l’intera società – il giornalismo e i giornalisti avranno la possibilità di ‘guarire’”.

Olivera Lakić è stata ferita ad una gamba e non è in pericolo di vita.

Questa pubblicazione è stata prodotta nell'ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto


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