Sede della Presidenza tripartita a Sarajevo (foto me5otron)

Sede della Presidenza tripartita a Sarajevo (foto me5otron CC BY 2.0)

La Bosnia Erzegovina sembra sprofondare nel buio più pesto e l’imminente tornata elettorale non pare possa migliorare la situazione

19/09/2018 -  Ahmed Burić Sarajevo

A prescindere dall’esito delle imminenti elezioni politiche in Bosnia Erzegovina, previste per il prossimo 7 ottobre, sembra evidente che neanche questa tornata elettorale segnerà un punto di svolta. Questo soprattutto a causa di un clima di apatia generale che regna nel paese ormai da 23 anni – quanti ne sono passati dalla fine della guerra – e in cui per raggiungere un “successo” politico è sufficiente mantenere vive le tensioni tra i popoli costituenti, ovvero tra i partiti politici che li rappresentano.

Basta sentire o leggere una volta sola le affermazioni di Bakir Izetbegović, Milorad Dodik o Dragan Čović, per capire che, pur non essendo mai d’accordo su nessuna delle questioni chiave per il paese, i leader politici sono accomunati dalla stessa retorica imperniata sulla minaccia di guerra e di ridefinizione dei confini nazionali, motivo per cui tra di loro c’è “armonia”. O meglio, una cacofonia in cui l’unico obiettivo di chi sta al potere è quello di preservare la ricchezza accumulata. Invece di costruire una società democratica, è stato creato un sistema di caste, un paese che non è governato da istituzioni bensì da pochi individui potenti, che spesso non si presentano nemmeno alle elezioni, ma continuano a governare nell’ombra, decidendo la sorte di uno dei paesi più poveri d’Europa.

Vi chiederete da dove viene questo pessimismo. È tutto così nero che tra i circa 7500 candidati, quanti si presenteranno alle prossime elezioni, in 800 liste elettorali, in circa 100 seggi elettorali, non vi è nessuno che rappresenta gli interessi dei cittadini, e che per questo meriterebbe di essere votato? Si potrebbe rispondere con un sì e no, ma è più che evidente che gli impegni, relativi al rispetto dei valori democratici, presi con l’Unione europea, in pratica vengono trasformati in ripetute offese alla coscienza civile: corruzione, nepotismo, clientelismo, sono queste le principali malattie che affliggono la giovane democrazia bosniaco-erzegovese, ma alle quali non è immune nessun paese in transizione.

Il principale problema con cui attualmente si scontra la società bosniaca è la svalutazione del lavoro, ovvero l’impossibilità di trovare un impiego per chi non appartiene a uno dei principali partiti politici, che decidono la sorte di un paese dal quale i giovani continuano ad andarsene, o meglio a fuggire. In questo senso, i partiti nazionali si sono trasformati in veri e propri cartelli, che continuano a piazzare i loro “quadri” nella pubblica amministrazione, assicurandosi in tal modo i voti. Quello che non conquistano legittimamente, se lo prendono in un altro modo: esercitando pressioni, o semplicemente falsificando le schede elettorali.

L’Agenzia per la sicurezza nazionale (SIPA) non ha ancora reso noti i risultati delle indagini sulla scomparsa di 10 tonnellate di carta per le schede elettorali dalla sede della Commissione elettorale centrale. Un’operazione come questa, di stampo mafioso, può essere organizzata solo da qualcuno che ha forti legami all’interno della stessa Commissione elettorale e del ministero dell’Interno, di certo non da piccoli partiti di opposizione. Compiere un furto all’interno di un’organizzazione che ha il compito non solo di organizzare le elezioni ma anche di assicurare che siano effettivamente democratiche, è possibile solo con l’aiuto della criminalità, profondamente radicata nelle strutture statali.

In questo senso, è meno importante – seppur non del tutto irrilevante – chi dopo questa tornata elettorale arriverà a ricoprire i più alti incarichi nelle istituzioni statali. Per quanto riguarda la Presidenza della Bosnia Erzegovina, il più alto organo dello stato, composta da tre membri dei popoli costitutivi, è quasi certo che Milorad Dodik, attuale presidente della Republika Srpska, diventerà il rappresentante serbo della Presidenza, e parliamo di un politico che nega la Bosnia Erzegovina come stato sovrano. Alcuni analisti vedono in questo scenario l’inizio della dissoluzione della Bosnia Erzegovina e una possibile escalation del conflitto. A dire il vero, Dodik ha già da tempo oltrepassato ogni limite ed è difficile immaginare che possa collaborare allo sviluppo della Bosnia Erzegovina.

La corsa per la carica di membro croato della Presidenza potrebbe rivelarsi più incerta. Il presidente dell’Unione democratica croata della Bosnia Erzegovina (HDZ BiH) Dragan Čović, che attualmente ricopre questo incarico, dà quasi per scontato che sarà rieletto, ma a guastargli la festa potrebbe essere Željko Komšić, ex membro del Partito socialdemocratico (SDP), che conta sul voto dei bosgnacchi.

Il principale favorito per ricoprire la carica di membro bosgnacco della Presidenza è Fahrudin Radončić, leader dell’Alleanza per un futuro migliore (SBB), anch’egli molto abile a combinare la retorica populista con metodi manipolatori. Uscito dall’ombra di Bakir Izetbegović, Radončić ha accumulato una notevole ricchezza come proprietario del quotidiano Dnevni avaz, mentre la sua popolarità deriva dalla sua capacità di presentarsi al contempo come un altruista che aiuta i poveri e disagiati e un grande uomo d’affari.

Quest’ultima cosa non si può negare, anche se il suo debito ipotecario è davvero enorme. Accusato di traffico di influenze illecite e di ostruzione alla giustizia, e noto per il suo coinvolgimento, (solo?) come testimone, nel processo a carico di Naser Kelmendi (imputato di omicidio e traffico di droga), Radončić è lo specchio della “politica” bosniaca. Immersa in un buio denso e puro, senza tracce di luce, formato da strati sovrapposti di memoria storica non elaborata e di una mentalità egoista, spinta da avidità e guidata dalla logica dell’accumulazione di capitale.

Non bisogna però dimenticare che questo scenario buio è in parte colpa della comunità internazionale, che si astiene dall’intervenire di fronte a quanto sta accadendo in Bosnia Erzegovina. Senza un rafforzamento della magistratura e la destituzione di decine di funzionari che continuano a ricoprire alti incarichi istituzionali, mentre avrebbero dovuto essere dietro le sbarre già da molto tempo, è irrilevante quanti voti si aggiudicherà l’opposizione.

La comunità internazionale si aspettava che in Bosnia avvenisse un “cambiamento organico”, come lo definiscono alcuni funzionari europei e statunitensi. Invece, si sono moltiplicati i rifiuti politici non riciclabili, che mostreranno la loro vera faccia forse già all’inizio dell’anno prossimo, alla scadenza del mandato dell’attuale ambasciatrice degli Stati Uniti in Bosnia Erzegovina Maureen Cormack. Il prossimo ambasciatore statunitense dovrà essere accreditato dal nuovo presidente della Presidenza tripartita, che probabilmente sarà Milorad Dodik, il cui nome figura sulla “lista nera” degli Stati Uniti.

In quell’occasione la democrazia mostrerà uno dei suoi lati più grotteschi, un’inquietante smorfia ghignante, e non sarà l’ultima volta che assisteremo a cose del genere. Ma al momento nessuno se ne preoccupa.

Perché si stanno avvicinando le ennesime “elezioni storiche”, che non porteranno grandi cambiamenti. Perché il problema non riguarda solo i quadri della politica ma l'intera società.


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