Il parlamento della Bosnia Erzegovina a Sarajevo (foto © BalkansCat/Shutterstock)

Il parlamento della Bosnia Erzegovina a Sarajevo (foto © BalkansCat/Shutterstock)

Il paese sta scivolando sempre più in una situazione critica: i partiti etno-nazionalisti la fanno da padrone dilaniando la società con clientelismo, corruzione e nazionalismo. Fino a quando?

13/07/2020 -  Ahmed Burić Sarajevo

La Bosnia Erzegovina sta seguendo con attenzione la situazione in Croazia dopo le recenti elezioni politiche: la larga vittoria dell’Unione democratica croata (HDZ), con una bassa affluenza alle urne, non lascia presagire alcun cambio di rotta nelle relazioni tra i due paesi. La Croazia continuerà a comportarsi più o meno allo stesso modo nei confronti della Bosnia Erzegovina, paese la cui esistenza è legittimata solo da un apparato amministrativo creato da tre oligarchie nazionaliste. Tutti gli altri ambiti della vita in Bosnia Erzegovina sono attraversati da una crisi profonda e permanente, pertanto è quasi impossibile pensare al prossimo futuro.

L’ipotesi di una riforma del sistema giudiziario, annunciata in pompa magna tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, in questo momento appare del tutto irrealistica. Lo ha affermato anche Damir Arnaut, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta incaricata di esaminare lo stato delle istituzioni giudiziarie in Bosnia Erzegovina e di esprimere un parere sull’annunciata riforma.

Milan Blagojević, giurista e giudice di grande esperienza di Banja Luka, ha affermato senza mezzi termini che “con l’attuale Consiglio Superiore della Magistratura è impossibile riformare il sistema giudiziario della Bosnia Erzegovina, né tanto meno è possibile adeguarlo alle tendenze [giuridiche] mondiali”. Professore ordinario e autore di una trentina di libri giuridici, Blagojević certamente sa di cosa parla.

In casi come questo emerge chiaramente il modello di (non) funzionamento di uno stato che, pur non essendosi ancora dissolto, non si è mai veramente unito, in nessun senso. Una proposta di legge sulla cessazione del mandato del Consiglio Superiore della Magistratura è stata presentata qualche mese fa da Dragan Mektić, ex ministro della Sicurezza e uno dei pochi politici bosniaco-erzegovesi fermamente impegnati nella lotta alla criminalità organizzata, poliziotto di vecchia scuola (quella jugoslava), con un forte senso di giustizia.

In queste situazioni il copione è quasi sempre lo stesso: una proposta di legge contro la criminalità organizzata e la corruzione viene presentata alla Camera dei rappresentanti dell’assemblea parlamentare della Bosnia Erzegovina. Se viene approvata – e per questo è necessaria un’enorme pressione da parte della comunità internazionale e un certo grado di consenso da parte dell’opposizione – , la proposta viene inviata alla Camera dei popoli, dove di solito viene bocciata. È la stessa Camera dei popoli che ha votato contro una recente proposta di modifica alla legge elettorale volta a impedire ai criminali di guerra di candidarsi alle elezioni.

La proposta di legge sul Consiglio Superiore della Magistratura è stata bocciata con i voti contrari dell’Unione dei socialdemocratici indipendenti (SNSD, il principale partito serbo) e dell’Unione democratica croata della Bosnia Erzegovina (HDZ BiH). Questi due partiti on tengono in alcun considerazione i lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta e hanno ottenuto la maggioranza alla Camera dei popoli solo grazie al Partito di azione democratica (SDA, il principale partito dei musulmani bosniaci) che ha rinunciato a due seggi in favore di SNSD e HDZ BiH.

L’SDA è dichiaratamente favorevole al rafforzamento dello stato di diritto, mentre in realtà sta derubando e dividendo la Bosnia Erzegovina insieme ai partiti che cercano di ostacolare il funzionamento delle istituzioni dello stato.

L’unica differenza è che l’SDA riconosce formalmente la statualità della Bosnia Erzegovina, ma in realtà sta distruggendo la società. Così i cittadini bosniaco-erzegovesi, oltre ad essere lasciati a se stessi, sono doppiamente in ostaggio. Da un lato sono schiacciati da un buio dilagante: la libertà dei media è quasi completamente soppressa, la corruzione permea ogni segmento della società, e la violenza sta diventando un comportamento accettabile. L’opposizione civica resta divisa tra vari partiti e i partiti (etno)nazionali sono gli unici veri detentori del potere e rappresentano il terreno ideale per la nascita di formazioni paramilitari. Non è difficile immaginare cosa potrebbe accadere se le casse dello stato dovessero svuotarsi. Le casse statali vengono riempite grazie ai prestiti del Fondo monetario internazionale e alle tasse [pagate dai contribuenti] estremamente alte rispetto allo standard di vita. Vari accordi di facciata, che vengono conclusi tra i leader dei gruppi etno-nazionali – come il recente accordo sulle elezioni amministrative a Mostar – in realtà mantengono lo status quo.

I leader dei tre partiti etno-nazionali sono facilitati nel raggiungimento dei loro obiettivi soprattutto dai rappresentanti della comunità internazionale, che ad oggi non hanno messo in atto nessuno strumento per creare una società civile. Inerti e inclini a usare una retorica basata sui luoghi comuni, nonché a chiudere un occhio di fronte alle violazioni dei diritti, i rappresentanti dell’amministrazione internazionale in Bosnia Erzegovina credono di essersi garantiti un “riparo” politico. Sembra che la Bosnia Erzegovina, a causa dell’impunità di cui godono le mafie politiche, sia stata lasciata affondare nei propri problemi. Nel frattempo, quelle mafie rubano quel poco che è rimasto nelle casse delle istituzioni nazionali e aspettano di cominciare a derubare i cittadini, per soddisfare la propria bramosia.

Izetbegović, Čović e Dodik sicuramente auspicano che la situazione in Bosnia Erzegovina rimanga buia. Izetbegović e Čović fanno il possibile per rinviare le elezioni amministrative e mantenere lo status quo. Ma può anche darsi che non ci riescano. Elmedin Konaković, leader del movimento Popolo e Giustizia (NP) ed ex primo ministro del governo del cantone di Sarajevo, annuncia proteste e afferma: “Non ci saranno elezioni secondo il loro scenario. Dopo aver rubato al popolo e ai cittadini tutto quello che hanno potuto rubare, ora stanno privando i cittadini del diritto di eleggere il governo. Per rispetto delle vittime del genocidio di Srebrenica, aspetteremo che passi questo triste fine settimana. Dalla prossima settimana cambiamo l’hashtag. Al posto dell’hashtag #izbori2020 [elezioni2020] lanciamo #protesti2020 [proteste2020]. Bisogna reagire in modo adeguato a questa arroganza!”.

Il fine settimana dedicato alla commemorazione dei 25 anni dal genocidio di Srebrenica è passato e ora tocca ai cittadini bosniaco-erzegovesi agire. Izetbegović ha replicato all’affermazione di Konaković con un certo nervosismo, sostenendo che il leader del NP auspica che in Bosnia Erzegovina si verifichi lo scenario belgradese [il riferimento è alle proteste che da qualche giorno si svolgono a Belgrado e in altre città serbe dove i cittadini sono scesi in strada per denunciare la malagestione della crisi del coronavirus] e aggiungendo di sperare che nessuno accolga l’invito di Konaković alla protesta.

Non sostenere cambiamenti di lungo termine in Bosnia Erzegovina significherebbe lasciare spazio al diffondersi di radicalismi di ogni tipo e al rischio chi si verifichi uno scenario mediorientale. O qualcosa di peggio. La questione del mantenimento della democrazia in Bosnia Erzegovina non è più una questione politica. È una questione di sopravvivenza.


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