Società civile

ONG in Macedonia: un commento alla nostra ricerca

24/10/2001 -  Claudio Bazzocchi

A fine agosto l'Osservatorio sui Balcani ha pubblicato un'indagine sulle ONG italiane operanti in Macedonia. Ora presentiamo un commento scritto da Claudio Bazzocchi, che affronta e rende visibili i nodi critici emersi dalla ricerca.

Perugia - Assisi: la presenza dell'Osservatorio sui Balcani

09/10/2001 -  Anonymous User

Anche l'Osservatorio sui Balcani sarà presente alla Marcia della Pace Perugia - Assisi per "Cibo, acqua e lavoro per tutti" di domenica 14 ottobre prossimo.

Kosovo: le elezioni dell''indipendenza'

08/10/2001 -  Anonymous User

E' iniziata la campagna elettorale per le elezioni generali in Kossovo , che dovrebbero tenersi il 17 novembre, senza che vi siano sostanziali divergenze tra i principali contendenti. Tutti vogliono che la loro provincia diventi uno Stato sovrano. Gli elettori dovranno solo decidere chi sarà a guidare i kossovari su questa strada.
A differenza del clima di violenza che ha caratterizzato le elezioni locali dello scorso anno, i partiti politici, in particolar modo i più militanti, hanno favorito un'apparenza più liberale e progressista, rendendosi conto di avere maggiori probabilità di raggiungere il potere dimostrandosi convinti sostenitori dei valori della democrazia.
Nonostante sia quasi scontata la vittoria dell'Alleanza Democratica di Ibrahim Rugova, LDK, sembra probabile che quest'ultimo sarà costretto a governare in coalizione.L'uomo che durante gli anni '90 e la lotta di resistenza passiva a Milosevic godeva praticamente del supporto della totalità della popolazione albanese, ora è appoggiato solo dalla metà di questi ultimi.
Ma i suoi principali rivali, Hashim Thaqi e Ramush Haradinaj, ritengono il suo tempo sia passato e il suo approccio ritenuto debole e troppo aperto al compromesso rischi di bloccare, se non impedire, l'indipendenza del Kossovo.
Molti consensi da Rugova sono passati ai due partiti nati dall'UCK, l'esercito di liberazione del Kossovo: il Partito Democratico del Kossovo di Thaqi, PDK, e l'Alleanza per il futuro del Kossovo di Haradinaj, AAK. I sondaggi prevedono che questi due partiti si attestino rispettivamente sul 30% ed il 10% dei consensi. I loro sostenitori sperano in una continua ed inesorabile erosione della popolarità ed influenza di Ibrahim Rugova.
L'LDK invece sosterrà con tutta probabilità durante questa campagna elettorale che è merito di Ibrahim Rugova, e della sua lunga opposizione al regime, se la questione kossovara è assurta a fondamentale nell'arena internazionale. Il suo carisma e la sua esperienza, ritengono i suoi sostenitori, garantiscono basi maggiori per la richiesta dell'indipendenza, che non le dichiarazioni di Thaci e Haradinaj, da loro visti come violenti, nervosi e soprattutto privi della necessaria esperienza politica.
Ma Thaqi e Haradinaj, entrambi famosi ex-comandanti dell'UCK, si stanno preoccupando di raffinare la loro immagine proponendosi come alternativa politica di valore piuttosto che opzione "militante" per l'elettorato.
Oltre a criticare Rugova per la sua tendenza al compromesso, il PDK ha sottolineato più volte come egli abbia fallito nel creare una piattaforma comune dei kossovaro-albanesi per l'autogoverno del Kossovo in seguito alla fine del conflitto nel 1999.
In questo processo di "make-up" l'AKK sta tentando invece di riformare la sua immagine di coalizione di sinistra composta da radicali e militanti. Per protesta molti sostenitori della linea dura hanno lasciato il partito.
La coalizione ha cercato di avvicinare i partiti liberali ed è riuscita addirittura a reclutare tra le proprie file Mahmut Bakali, ex-leader comunista, fuori dallo scenario politico negli ultimi due decenni ma stimato intellettuale il cui arrivo porterà all'AKK un significativo numero di voti.
Sia Bakali che Haradinaj sostengono che in questo specifico momento storico per il Kossovo, così vicino all'indipendenza, si dovrebbe proporre la formazione di una coalizione governativa che comprenda tutti i partiti sulla scena politica e non tanto permettere che le scelte in merito al futuro della provincia possano essere prese da un unico partito o dalla coalizione da esso guidata.
Ed è proprio la questione dell'indipendenza che sta causando molti dubbi sulla partecipazione dei circa 170.000 serbi-kossovari. Nonostante più della metà di questi ultimi si sia registrata per votare non è chiaro quanti effettivamente si recheranno al seggio. Visto che, per ragioni demografiche, il parlamento della provincia sarà dominato da kossovari-albanesi che spingeranno per ottenere un loro Stato sovrano, i leader della comunità serba ritengono ci sia il rischio di legittimare il processo di indipendenza recandosi alle urne il 17 novembre prossimo.
La comunità internazionale sta tentando di convincere i serbi a partecipare al voto argomentando che questo garantirà loro un'influenza sulle decisioni in merito all'indipendenza della Provincia. Dieci posti del parlamento kossovaro sono riservati alla comunità serba. Se prendessero parte alle elezioni potrebbero riuscire ad ottenere fino a 27 deputati.
Sembra che queste elezioni si terranno in condizioni molto migliori rispetto a quelle locali dello scorso ottobre, oscurate dalla violenza. Mentre i partiti albanesi tentano di migliorare la loro immagine si ha la percezione che la spigolosa rivalità tra moderati e militanti si sia attenuata. Sono diminuite le intimidazioni, le minacce ed i pestaggi.
I leader kossovari sembrano aver capito che devono essere pazienti ed adattarsi inizialmente ai poteri limitati che i vincitori acquisiranno con queste elezioni. Hanno compreso che il Paese continuerà ad essere governato dall'Alto Rappresentante delle Nazioni Unite e che, nel breve periodo, i poteri della nuova assemblea saranno limitati.
Detto questo, vi è anche la convinzione che chi sarà eletto giocherà un importante ruolo nelle negoziazioni sul futuro status del Kossovo e come conseguenza che la provincia ha bisogno di un'amministrazione efficiente ed una squadra politica forte in grado di condurre quelle stesse negoziazioni.


di Shkelzen Maliqi
IWPR (traduzione a cura dell'Osservatorio sui Balcani);

Gorizia oltre il confine

08/10/2001 -  Davide Sighele

Gorizia, una città sul confine che finalmente si ferma per riflettere di migranti, immigrati e dello sconfinare.

RFY: 5 ottobre, un anno dopo

05/10/2001 -  Luka Zanoni

La Serbia ad un anno dalla caduta del regime di Slobodan Milošević. La situazione economica, la politica del nuovo corso e lo shock della transizione. Nostra analisi

FRY: cala la popolarità di Kostunica, sale la paura del potere

04/10/2001 -  Anonymous User

Se oggi stesso tutti i partiti della Serbia andassero alle elezioni vincerebbe la DOS e Vojislav Kostunica sarebbe ancora il presidente, ma vincerebbe drasticamente meno rispetto al 24 settembre 2000, e i cittadini serbi voterebbero in questo momento con una grande paura del potere. Questi, in breve, sono i risultati della ricerca condotta dall'agenzia di Novi Sad "Scan"che sono stati presentati mercoledì, dalla sua direttrice Milka Puzigaca, all'Istituto per la filosofia e la teoria sociale. La ricerca comparativa sui cambiamenti dell'opinione pubblica nelle città di Nis e novi Sad è stata condotta nel periodo compreso tra agosto 2000 e la metà di settembre di quest'anno. Su un campione di 1.200 intervistati, l'agenzia "Scan" è giunta ai risultati che possono dare una risposta alla domanda circa il gradimento del nuovo potere un anno dopo i cambiamenti in Serbia, e alla luce delle divisioni all'interno della coalizione di governo.
Come sostiene Puzigaca "se il Partito democratico della Serbia (DSS) uscisse dal potere, la DOS prenderebbe il 39 percento, mentre il Partito Democratico della Serbia il 22 percento di voti. Dopo le elezioni, la popolarità di Kostunica è improvvisamente aumentata, a dicembre era praticamente senza concorrenti, ma in questo momento la sua caduta è piuttosto netta, a dicembre aveva il 58 percento, mentre oggi è caduto al 31 percento". Puzigaca richiama inoltre l'attenzione sul ritorno della paura del potere. "Per questi undici anni non ricordo che in un così breve periodo abbiamo riscontrato un improvviso aumento della paura, e non ci sono state guerre. Questa paura indica che i cittadini iniziano di nuovo a non sentirsi sicuri e i cittadini stessi riconoscono la divisone nella coalizione di governo". Secondo le sue parole, l'agenzia "Scan" ha notato anche l'aumento delle paure sociali, come lo sono le paure dell'inflazione, delle agitazioni sociali, dei licenziamenti dei lavoratori così come un aumento della paura delle privatizzazioni.

I Balcani e l'Europa: integrazione o nuovi muri?

25/09/2001 -  Anonymous User

In preparazione della Marcia della Pace Perugia-Assisi, promosso da Regione Umbria, Comune di Perugia,Coordinamento Nazionale Enti Locali per la Pace, Consorzio Italiano di Solidarietà, Tavola della Pace, mercoledì 10 ottobre si terrà a Perugia anzichè ad Ancona come a suo tempo annunciato, il convegno organizzato dal Consorzio Italiano di Solidarietà in collaborazione con l'Osservatorio sui Balcani: l'appuntamento sarà di rilievo con la partecipazione di parecchi intellettuali, politici, esponenti di movimenti e gruppi della società civile dei Balcani.

Aprire l'Europa, non chiuderla

24/09/2001 -  Anonymous User

I Sindaci di Roma e Sarajevo hanno presentato oggi in Campidoglio un Appello per l'integrazione della regione balcanica nell'Unione Europea.

RFY: 'Le donne possono ancora farcela'

19/09/2001 -  Anonymous User

Il meccanismo della partecipazione delle donne nella politica e nel potere si è mosso lentamente e ancora non mostra dei risultati spettacolari. Però, esso rappresenta un passo avanti rispetto le condizioni che ci sono state nel nostro paese fin adesso- questa è stata la conclusione della conferenza stampa di ieri dal titolo "Zene to i dalje mogu" (Le donne possono ancora farcela), che è stata fatta dal Gruppo di lavoro per i poli del Patto di stabilità per l'Europa sud-orientale.-Le ricerche dell'opinione pubblica hanno dimostrato che i giovani e le donne hanno smosso il corpo elettivo assopito alle elezioni dell'anno scorso, e con ciò hanno contribuito anche ai cambiamenti democratici da noi attesi da tanto tempo. Sebbene abbiamo fatto tanto e abbiamo ricevuto alcune eccellenti funzioni di potere, il punto raggiunto è ancora lontano dalle nostre capacità e dalle nostre mete- ha detto Sonja Lokar, la presidentessa del Gruppo di lavoro per i poli del Patto di stabilità per l'Europa sud-orientale. Lo scopo del prossimo passo di questo gruppo è che le donne in modo pensato ed organizzato incorporino i propri interessi nelle leggi esistenti di modo che possano assicurarsi innanzitutto una miglior posizione economica nella società. Per ottenere ciò è necessaria una collaborazione costante e sincronizzata fra le organizzazioni non governative femminili e le donne che sono in politica, che, benché fosse stato accordato con i 14 membri della DOS, non hanno occupato il 30% di posti nel nostro Parlamento.
- Il Gruppo di lavoro per i poli del patto di stabilità per l'Europa sud-orientale contribuirà come ha fatto finora al miglioramento della collocazione delle donne e alla loro integrazione in tutti i settori sociali ed economici locali, con diversi programmi e campagne che verranno sostenuti anche dal governo italiano- ha detto Tanja Ignjatovic, la coordinatrice delle organizzazioni non governative.

Il sindaco moderato di Mostar espulso dall'HDZ

18/09/2001 -  Anonymous User

Neven Tomic, sindaco di Mostar, è stato escluso dal partito nazionalista HDZ (Unione Democratica Croata). La decisione - "incondizionata espulsione di Neven Tomic dall'HDZ" - è stata presa dalla cosiddetta Corte d'Onore del partito . La giunta della Corte si è riunita il 5 settembre sotto la guida di Miro Cilic.
Tomic ha immediatamente reagito inviando una lettera aperta alla Corte d'onore, dove dice che la procedura con cui si è giunti alla decisione è stata una farsa. Nessun argomento, né fatto, né prova. Tutto svolto in segreto. Il sindaco sottolinea che, come riportato dai media, secondo alcuni deputati la riunione non è stata nemmeno tenuta. Tomic conclude che apparentemente questa sembra una decisione partitica, ma allo stesso tempo qualcuno potrebbe avere organizzato una resa dei conti personale per impedire che proceda la normalizzazione della vita a Mostar.
Ricordiamo che Tomic è sindaco di Mostar, città al centro di delicati intrecci politico-affaristici, e ultimamente ha compiuto parecchie mosse verso l'unificazione della città. Forse questo non è piaciuto all'ala dura dell'HDZ. "Non mi ritiro dalla funzione di sindaco di Mostar" dice ancora Tomic "a decidere su questo devono essere i membri del Consiglio comunale (cioè i deputati di tutte e tre le nazionalità ndr).

Ex-Jugoslavia. Dopo 10 anni una pace ancora da costruire

01/09/2001 -  Anonymous User

27 GIUGNO 1991. PRIMI SCONTRI LUNGOIL CONFINE TRA TRIESTE E GORIZIA TRA LA DIFESA TERRITORIALE SLOVENA E L'ARMATA JUGOSLAVA, SCONTRI CHE PROSEGUIRANNO PER POCO PIÙ DI DUE SETTIMANE PROVOCANDO54 MORTI. È IL PRELUDIO, PIÙ O MENO ARTEFATTO, DELLA DISGREGAZIONE DELLA JUGOSLAVIA, LA SCINTILLA CHE FA DIVAMPARE UN INCENDIO LUNGO DIECI ANNI.
Sei diverse guerre combattute (tra Slovenia e Federazione Jugoslava, tra Croaziae serbi delle Krajine, tra serbi e croato-musulmani e tra croati e musulmani di Bosnia Erzegovina, tra Serbia e albanesi kosovari e infine l'intervento della Nato del 1999),almeno 300.000 morti, 2.700.000 tra profughi e sfollati a causa di una pulizia etnica spaventosa, l'assedio di Sarajevo durato oltre 1.000 giorni: questi i tristi dati "contabili"del bilancio decennale di una guerra che ha sconvolto il cuore dell'Europa. Accolto da molti come una improvvisa escrescenza violenta della crisi del dopo '89, sottovalutatocome una parentesi dai responsabili di governo, utilizzato inizialmente per provare
ad estendere l'area di influenza economica o politica, il conflitto in Jugoslavia hasconvolto il ruolo degli organismi internazionali, ha riportato la guerra generalizzata, la pulizia etnica, i campi di concentramento sul suolo europeo, ha permesso alla NATOdi affermare il proprio ruolo in un'area fino a qualche tempo prima "off limits". A dieci anni dall'inizio delle guerre jugoslave, i Balcani sono ancora sospesi tra emergenza e ricostruzione, conflitti e pacificazione. Una vera pace, ancora non c'è,nonostante la scatola mezza vuota del Patto di Stabilità, che ha esaurito rapidamente
la sua piccola "spinta propulsiva" e anche i tanti soldi (in gran parte, solo promessi).E ancora grandi le incognite, nonostante l'uscita di scena dei "signori della guerra" e delle leadership più nazionaliste. Altrettanto critico il bilancio "politico": inadeguatezza e fallimento dell'Europadi fronte allo scoppio del conflitto, crisi e umiliazione delle Nazioni Unite sacrificate sull'altare della realpolitik occidentale ("L'ONU è morta a Sarajevo", recita il titolo diun libro di G. Riva e Z. Dizdarevic), violazione del diritto internazionale con l'intervento della Nato e diffusa impotenza di fronte alle tante violazioni dei diritti umani. E così,due anni fa, per 78 giorni, bombardieri occidentali da 7-8.000 metri in nome di una falsa "ingerenza umanitaria" hanno ribadito l'idea di un ordine internazionale fondatosulle armi, provocando una guerra mai decisa da nessun organismo democratico,
né dall'ONU, né da nessun parlamento nazionale, ma solamente dal "club esclusivo"delle grandi potenze. I Balcani hanno dunque rappresentato un laboratorio per sperimentare nuovi assetti di potere (economici e militari) nelle relazioni internazionali dopo la vittoria occidentale nella guerra fredda. Il conflitto mette così in luce contraddizioni, nodi politici e culturali non sciolti.Questi sono: il nazionalismo come reazione ai processi di modernizzazione, il difficile rapporto tra i principi della cittadinanza e la pratica della convivenza multietnica(interrogando anche validità, limiti e regole del principio di autodeterminazione), la ridefinizione del ruolo degli stati messo in crisi dalla globalizzazione, le forme e gli strumenti dell'intervento delle Nazioni Unite di fronte alle violazioni dei diritti umani. Edinfine la questione di un'Europa ancora dimezzata dal perdurare di nuove mura, come recentemente denunciato dal sindaco di Sarajevo.

LO SPECCHIO, DI LÀ DEL MARE

Un'Europa che in questi anni ha sostanzialmente rimosso la tragedia che si andavaconsumando di là dell'Adriatico. Una rimozione che non riguardava solo le cancellerie, una rimozione collettiva che non corrispondeva semplicemente al chiudere gli occhidi fronte a quanto stava avvenendo a poche decine di chilometri dal nostro quotidiano, e che affondava le proprie radici nei luoghi comuni e nel vuoto di conoscenza del contestobalcanico, come se lì qualcosa di ineluttabile stesse accadendo, quasi ad alleggerire il peso sulle coscienze. "È sempre andata così ..." In realtà quanto stava avvenendo nel sud est europeo corrispondeva all'avvio diun nuovo tipo di conflitto, un conflitto che pure utilizzando gli arcaici richiami ai fondi genetici dei popoli, rappresentava in realtà le forme post moderne della riorganizzazionedegli assetti geopolitici ed economici del dopo '89. Basti pensare alle strette relazioni fra il nord est italiano e le dinamiche assunte dalla transizione economica nei paesi post comunisti. Se dieci anni fa la città di Timisoaradiede il la, nell'artefatta manipolazione di una rivoluzione decisa nel palazzo come ci hanno spiegato le mirabili pagine di Paolo Rumiz in "Maschere per un massacro", alla cadutadel regime di Ceaucescu, oggi questa stessa città ospita le riunioni degli industriali del miracolo economico italiano. C'è dunque qualcosa di terribilmente moderno nelle vicendeche hanno segnato i Balcani degli anni '90, che ha a che vedere con le dinamiche della globalizzazione e la crisi degli stati nazione, dell'accumulazione finanziaria, del controllodei corridoi strategici fra l'Europa, il Caucaso e l'Oriente, della sperimentazione dei
più sofisticati sistemi d'arma, nell'intreccio fra deregolazione e neoliberismo. E dunque di terribilmente cinico. Ecco perché i Balcani sono lo specchio dell'Europa,dell'Italia, di ciascuno di noi. A pensarci bene si tratta di una rimozione che affonda le proprie radici nella storia, nell'inquietudine di un intreccio di culture e di religioniche proprio lì si sono incontrate e spesso scontrate, nel classico rincorrersi di vincoli ed opportunità. Così la parola balcanizzazione è diventata nell'immaginario collettivo (ma anche nei dizionari) sinonimo di caos e di instabilità. In realtà del nostro vicino di casanon sappiamo nulla, non la storia, non la letteratura, non la lingua. E nel tempo della semplificazione questa complessità era meglio fosse cancellata, rimossa appunto.

MACERIE E UNA PACE CHE NON C'È

La ferita dei Balcani non è guarita, nonostante le iniezioni di aiuti internazionali,un protettorato che riguarda direttamente la Bosnia e il Kosovo e una "protezione" militare che interessa anche la Macedonia e l'Albania. I rischi di guerra in Macedonia enel Sud della Serbia, la crisi degli accordi di Dayton in Bosnia Erzegovina, gli interrogativi sul futuro del Kosovo e il protagonismo sempre maggiore di un aggressivonazionalismo panalbanese, senza dimenticare i nodi irrisolti delle Krajine, del Sangiaccato e della possibile secessione del Montenegro disegnano scenari per i Balcaniche li tengono sospesi tra integrazione e disintegrazione. A questo si aggiunga la grave situazione sociale con la disoccupazione oltre il 50%, stipendi e pensioni che non vengono pagate (o con mesi e mesi di ritardo) e chenon coprono il costo della vita, il venir meno di ogni elementare forma di protezione
sociale; la crisi ambientale, dal Danubio, agli effetti dei bombardamenti Nato, alle conseguenze ereditate da sistemi economici e produttivi insostenibili ed inquinanti; il mancato rientro di almeno 2.000.000 di profughi nelle loro case; la debolezza politico-istituzionaleche ha lasciato mano libera alle forme più perverse della criminalità economico-finanziaria, che ha potuto fiorire proprio dentro la guerra, luogo per eccellenzadella deregolazione estrema, così come nel traffico di armi, nel riciclaggio, nel trafficking, nel mercato della droga o dei rifiuti.

LE RESPONSABILITÀ DELL'EUROPA E LA SCELTA DELL'INTEGRAZIONE

A dieci anni dall'inizio della tragedia dei Balcani, l'Unione Europea continua a nonriflettere sulle cause e sulla natura del conflitto. Si pensa invece ancora a quest'area solo come ad un terreno di incursione, rischiando di perseverare nella mera ricerca di propriearee di influenza nazionale senza sviluppare un approccio d'area complessivo. Oppure si interviene con una logica puramente emergenziale, per poi affidarsi nella ricostruzioneal presunto potere taumaturgico dell'economia di mercato e della sua capacità di auto-regolamentazione. In sostanza l'Europa deve fare un bilancio autocritico del suo comportamento (che è stato concausa delle guerre) verso i Balcani, caratterizzato da latitanza politica, inefficaciadiplomatica, incapacità di prevenzione e, soprattutto, commistione con i nazionalismi jugoslavi. L'Europa deve ancora fare i conti con la sua parte sud orientale, e più in generale con la transizione del "dopo '89", affrontata più con iniezioni di "turbocapi-talismo"e di neoliberismo selvaggio che con politiche di integrazione e di cooperazione. L'Unione Europea deve oggi fare una scelta precisa e coraggiosa: quella dell'integrazione, superando le lentezze, abbattendo le barriere (anche quelle dei visti, delle tariffe,delle protezioni commerciali) che impediscono uno sviluppo economico significativo di queste aree e la circolazione delle persone e dell'incontro delle culture e delle storiedei popoli e dei paesi. Il nazionalismo alligna nella chiusura e nell'isolamento. Obiettivo dell'Europa è rompere questo isolamento e questa chiusura sostenendo concretamenteanche la fine delle barriere tra i paesi dell'Europa sudorientale e l'inizio di una cooperazione transbalcanica.

LE PROSPETTIVE DELLA PACIFICAZIONE E DELLA RICOSTRUZIONE

Una strada da seguire, dunque, per la pacificazione dell'area è quella dell'integrazione europea, mettendo al bando ogni geopolitica o pretesa di condizionamentoneocoloniale o occidentale, ogni civetteria con qualsiasi nazionalismo locale. L'integrazione non può avvenire seguendo i parametri tradizionali, economici, contabili, direddito. Non si può affrontare il tema dell'integrazione dei Balcani e dell'Europa del dopo '89 come se fossimo rimasti alle procedure contabil-finanziarie di quindici annifa quando dovevano accedere alla Comunità Europea il Portogallo o la Spagna.
A fianco e prima dei parametri economici ne vadano individuati altri che riguardano gli standard dei diritti umani e delle minoranze e in campo sociale (servizi per idisabili, pensioni, servizi socio-sanitari, tassi di istruzione), ambientale (aree protette, difesa e gestione delle foreste e dei corsi d'acqua, gestione rifiuti, servizi idrici, interventi per il disinquinamento), di democrazia reale, di presenza e partecipazione dellasocietà civile organizzata. Sta qui, attorno a questo nodo cruciale, la possibilità di superare il vuoto progettuale che caratterizza la diplomazia ufficiale e, a ragion del vero, anche molta parte del mondo non governativo. Si tratta di riempire il vuoto tracciandoun possibile itinerario di ricostruzione incardinato a nostro giudizio su tre concetti di fondo: l'opzione per uno sviluppo locale autocentrato quale criterio di rinascita economica, l'autogoverno delle comunità come strada per ricostruire coesione ed identitàsociale, la cooperazione dal basso come strategia per rafforzare un tessuto civile e istituzionale democratico e sano. E l'Italia? Il nostro paese - nonostante l'importanza del suo ruolo nell'area - non ha un vero progetto unitario e organico della sua partecipazione alla ricostruzione e allacooperazione nei Balcani: i soggetti che intervengono non sono coordinati, manca un'ideaarmonica degli interventi sociali, economici e istituzionali, non esistono strumenti normativi adeguati. La crisi strutturale della Cooperazione allo sviluppo e la frammentazionedegli interventi istituzionali producono effetti contraddittori e negativi.
Occorre immaginare invece un percorso economico inedito, fortemente intrecciato ai saperi e alle intelligenze, unite alle tradizioni culturali e alle nuove sensibilità ambientali. Bisogna costruire un disegno di sviluppo integrato del territorio, sul quale far convergerele risorse locali e gli aiuti internazionali. Questo approccio ha come caratteristiche fondamentali di essere endogeno; di prendere come punto di partenza la logicadei bisogni: la salute, l'istruzione, i trasporti, le infrastrutture collettive, ecc.

IL RUOLO DELLA SOCIETÀ CIVILE E DELLE COMUNITÀ LOCALI

Un concetto di fondo per immaginare una rinascita dei Balcani è l'autogoverno democratico delle comunità. C'è bisogno di ricucire, sulle macerie dei regimi e delle guerre, un legame con le istituzioni pubbliche fondato sulla partecipazione e su un diffuso sistema di autonomie locali anziché su rapporti gerarchici e di delega. In altre parole, unapproccio comunitario capace di affrontare i bisogni individuali e collettivi in un'ottica diversa tanto dallo statalismo, quanto dalla privatizzazione mercantile di ogni segmentodella vita economica e sociale di un territorio. Questo percorso si è già manifestato negli anni scorsi attraverso le mille relazioni della cooperazione decentrata e della diplomazia delle città, che hanno cercato di ricostruire i ponti di dialogo e di civiltà demolitidalla guerra. Molte organizzazioni nongovernative e associazioni italiane in questi annihanno lavorato nei Balcani - anche in collegamento con quell'"altra Jugoslavia" fatta di associazioni e gruppi indipendenti, comunità democratiche che hanno resistito al nazionalismo
- con l'idea di scardinare la cittadinanza fondata sull'appartenenza etnica e dipromuovere i principi dello stato sociale e dei diritti per tutti. In ciò si è capito che a nulla serve impegnare risorse ed energie, se contestualmente non cambia il quadro sociale e politico dell'area. E questa riflessione tocca anche noi, le nostre comunità. In questosenso la vicenda jugosava parla anche di noi. La sfida della convivenza è comune a tutte le società figlie in diverso modo della globalizzazione.
Dunque nei Balcani, l'integrazione, la lotta per la democrazia e contro il nazionalismo, la ricostruzione economica e sociale procedono insieme influenzandosi l'una con l'altra, appoggiandosi spesso sugli stessi soggetti e condividendo un'unica prospettivadi trasformazione pacifica di tutta l'area. Le guerre jugoslave in questi anni ci hanno insegnato molto e continuano a farci riflettere su noi stessi, sul destino delle istituzioni e dei valori dell'Europa, sulle prospettive della democrazia nel continente. Lo spazio jugoslavo, da giungla inestricabile, può diventare un giardino dove affondino le radici della pace. Sta anche a noi coltivarlo e seguirlo, consapevoli che si tratta di un impegno e di un futuro comune.


© ICS - Osservatorio sui Balcani;

Disastri umanitari e sociali

01/09/2001 -  Anonymous User

LE UCCISIONI DI CIVILI, I DANNI MATERIALI (DISTRUZIONE DI INFRASTRUTTURE, STABILIMENTI INDUSTRIALI, ECC.) E LE CONSEGUENZE AMBIENTALI (INQUINAMENTOTOSSICO E RADIATTIVO, URANIO IMPOVERITO, ECC.) CAUSATE DALL'INTERVENTO DELLA NATO (MARZO-GIUGNO 1999) IN SERBIA E IN KOSOVO SONO SOLO L'ULTIMO TASSELLODI UN DECENNIO DI DEVASTAZIONI CHE HANNO SCONVOLTO I PAESI DELL'AREA DELL'EX JUGOSLAVIA E CHE HANNO CAUSATO OLTRE 300.000 MORTI, PIÙ DI 2.700.000PROFUGHI, LA DISTRUZIONE GENERALIZZATA DI CITTÀ COME VUKOVAR, MOSTAR, SARAJEVO (E DI TANTE ALTRE CITTÀ E VILLAGGI), LA DEVASTAZIONE DEL TESSUTO SOCIALE,COMUNITARIO, CIVILE, UMANO, LA RIDUZIONE DELLE ECONOMIE DEI PAESI EX JUGO-SLAVI AL DI SOTTO DEI LIVELLI DI SUSSISTENZA.

Prendiamo proprio le conseguenze di dieci anni di guerre sulla situazione economica:i dati economici parlano chiaro: la disoccupazione è a percentuali altissime:
oltre il 40% in Bosnia e oltre il 30% in Macedonia e Repubblica Federale di Jugoslaviae quasi il 25% in Croazia. La Macedonia ha avuto una contrazione del 4% della propria
crescita economica nel corso del 1999. Tra il 1990 e il 1995 il PIL in termini realisi è ridotto di quasi il 30%, il volume dei traffici commerciali è sceso del 40% e i consumi sono caduti ad un tasso del 5% annuo. Si calcola che nella Repubblica Federale di Jugoslavia a causa delle conseguenzedella guerra - con la distruzione di infrastrutture e industrie - saranno
necessari 15 anni per ritornare ai livelli produttivi prebellici. Le stime riguardo alladisoccupazione parlano di 800.000 persone senza lavoro (oltre il 35% della popolazione attiva) e ben il 60% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.Nel '99 la produzione industriale è diminuita del 23% ed ora continua ad essere a livelli nettamente inferiori a quelli anteguerra. Inoltre va ricordata la situazione drammaticadei profughi (circa 800.000) che vivono in FRJ e che non riescono a tornare alle loro case in Kosovo, in Bosnia e nelle Krajine.
Oggi la situazione della Croazia, dopo l'avvento del governo democratico diRacan (gennaio 2000), sembra sulla via della lenta ripresa. Va ricordato che solo un
anno fa la produzione industriale era il 20% di quella del 1990; i livelli produttivi didieci anni fa dunque sembrano ancora lontanissimi. La disoccupazione è oltre il 22%
(settembre 2000). Ad un tasso d'inflazione contenuto (non superiore al 4%) corrispondeperò un pesante debito estero: 9,9157 miliardi (giugno 2000). In Croazia il 40% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Oggi quella della Bosnia è un'economia di sussistenza con larghe sacche di povertà: i dati riportati mostrano l'elevato tasso di disoccupazione nelle due entità territoriali bosniache. La disoccupazione è oltre il 40% nella Federazione mentre senzai finanziamenti internazionali - come già ricordato - la percentuale del PIL nel 1999
avrebbe fatto registrare un desolante -1%. Il PIL procapite bosniaco è il 3,3% di quellodegli Stati Uniti. Va ricordato che degli aiuti internazionali (più di 5 miliardi tra il 1995 e il 1998) arrivati circa il 20% è andato disperso, male utilizzato o finito nellereti dell'economia illegale e mafiosa. Solo il 10% di questo aiuto è stato destinato ai settori produttivi che oggi arrivano solo al 28% di quelli del 1991, l'anno precedenteallo scoppio della guerra. Riguardo ai profughi bosniaci va ricordato che in Bosnia Erzegovina erano rientrati nel 1999 circa 395.000 dei profughi che avevano abbandonatoil paese durante la guerra.
In Montenegro - centro di numerosi circuiti mafiosi e criminali - oltre il 40%
della popolazione montenegrina vive sotto la soglia della povertà e le perdite finanziarieper gli effetti delle sanzioni sull'economia generale del Montenegro sono state stimate approssimativamente in 6.39 miliardi di dollari. In Kosovo, dopo la cospicua assistenza della Federazione Jugoslava, la sopravvivenzadell'area è ancora legata all'aiuto della comunità internazionale per almeno molti anni. Il varo del Patto di Stabilità (Sarajevo, luglio 1999) con la partecipazione degliorganismi internazionali e dell'Unione Europea aveva aperto qualche speranza di ricostruzione,
di cooperazione e di integrazione nell'area, ma ben poco è stato fatto. Moltisoldi sono stati promessi (10.000 miliardi di lire solo dall'Unione Europea nel periodo 2000-2006), ma pochi sono stati effettivamente spesi. Inoltre ciò che è stato realizzatoè andato soprattutto a sostegno degli interventi per le infrastrutture e le vie di comunicazione: si tratta di ben il 90% dei fondi finora stanziati. Solo le briciolesono andate alla ricostruzione sociale e agli interventi di sviluppo umano. Sembrano così confermate le linee di tendenza di una strategia della ricostruzione verso l'areabalcanica che invece di privilegiare interventi a favore dell'integrazione e della cooperazione nell'Unione europea e tra i paesi dell'area propone un approccio estemporaneoe di breve respiro, legato magari a qualche interesse economico o di penetrazione commerciale. Altri - le organizzazioni non governative, le comunità locali,il terzo settore, ecc. - hanno proposto una diversa strada: un sostegno economico e una strategia cooperativa che valorizzino l'impatto integrativo, la formazione delcapitale sociale e delle risorse umane, lo sviluppo della comunità e delle democrazie locali, la costruzione di piani territoriali, l'economia sociale. E' questa la stradadi uno sviluppo umano e sostenibile che assicuri la transizione e l'integrazione nella
pace di tutti i Balcani.

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L'altra Jugoslavia contro i nazionalismi e le guerre

01/09/2001 -  Anonymous User

RADA, MIRJANA, HALIT, STASA, SUADA, SICKO, LINO,BLANKA... SONO I NOMI DELL'"ALTRA JUGOSLAVIA", DI CHI NON HA CONDIVISO, DI CHI
È SCESO IN PIAZZA, DI CHI HA DISERTATO TALVOLTA PAGANDO CON LA VITA O CON IL CARCEREL'OBIEZIONE O ANCHE SEMPLICEMENTE L'AVER SOTTRATTO ALLA PULIZIA ETNICA PERSONE
DI UN'ALTRA NAZIONALITÀ ... SONO UOMINI E DONNE DI CUI LA CRONACA NON SIÈ QUASIMAI OCCUPATA, CHE HANNO RESISTITO NONOSTANTE IL VELENO DEL NAZIONALISMO
SI INSINUASSE ANCHE FRA LE PERSONE PIÙ CIVILI.
Già, dov'erano i pacifisti... Erano nelle strade di Sarajevo il 5 aprile 1992 quandoi cecchini sparavano uccidendo Suada Dilberovic; erano nelle piazze di Belgrado tutti
i giorni, per anni, vestite di nero; erano a Pristina il 13 giugno 1991 quando centomilapersone accompagnarono al cimitero una bara vuota nel "funerale della violenza". All'inizio
smarriti, come lo eravamo noi qui in Italia di fronte ad una guerra diversa da quelleche avevamo conosciuto, dove le categorie e i vecchi schemi non funzionavano più.
Vengono in mente le parole della giornalista Mirjana Tomic quando raccontava
dello scherno con cui l'intellettualità belgradese guardava alle facce televisive dei nuovileader nazionalisti, di quelle "maschere per tanti massacri" che nessuno avrebbe mai
potuto prendere sul serio e che da un giorno all'altro divennero uomini di stato o,meglio, signori della guerra. E la sensazione di brivido per le possibili analogie di casa
nostra.
Già, dov'erano i pacifisti... Abbiamo conosciuto l'"altra Jugoslavia" in quegli anni,nelle stanze piene di fumo in cui donne e uomini (più donne che uomini) di ogni etnia
e nazionalità continuavano a ragionare insieme su come fosse possibile mettere finealla sbornia nazionalista che avrebbe lasciato dietro di se solo lande desolate, morte,
macerie. Nelle cose, come negli animi di tanta gente.
E dalle macerie si è ripartiti per ricostruire ponti di dialogo e di pace. Un lavo-rostraordinario di relazioni nei primi incontri delle donne serbe e bosniache di Prijedor,
con i suoi campi di concentramento città simbolo della pulizia etnica e divenutaoggi, anche grazie all'impegno della diplomazia popolare e della tenacia dell'"altra
Jugoslavia", città del ritorno. Nei manifesti di Otpor durante le splendide giornate dellarivoluzione democratica di settembre come nei mesi del disincanto... Nelle puntuali
denunce dell'Helsinki Croatian Commitee di Zagabria contro i crimini del regime diTudjman come nell'attività di ricostruzione della società civile dei ragazzi dei centri
comunitari di Valona e delle associazioni ecologiste di Bihac.
L'ALTRA CROAZIA. PACIFISTI E GIORNALISTI CONTRO TUDJMAN

IN CROAZIA, DURANTE IL PERIODO DELLA GUERRA, FU MOLTO ATTIVOL'HELSINKI CROATIAN COMMITTEE CHE, GUIDATO DA IVAN CICAK, GIÀ INCARCERATO DURANTE
IL REGIME COMUNISTA, AVEVA ESERCITATO UNA CONTINUA OPERA CRITICA E DI DISSENSOCONTRO LE DISCRIMINAZIONI A DANNO DI SERBI, GIORNALISTI INDIPENDENTI, ANTIMILITARISTI.
Di grande importanza per tutti i gruppi del dissenso durante il regime di Tudjmanfu la presenza del giornale satirico Feral Tribune, che mise alla berlina il regime, e ne
denunciò la violazione dei diritti umani e la corruzione come sistema di potere.
Anche Radio 101 fu un punto di riferimento importante per l'opposizione al regimedi Tudjman, tanto che nel 1995 venne bersagliata dagli attacchi del governo. Una
forte campagna dei cittadini di Zagabria in suo favore ne scongiurò la chiusura.
In Istria l'Associazione Homo, a Pola, fu molto attiva nella difesa dei diritti delleminoranze, assieme alla coraggiosa opera di alcuni giornalisti indipendenti, fra i quali
ricordiamo Giacomo Scotti, più volte minacciato di morte.
Tra i gruppi attivi in Slovenia a cavallo della guerra ricordiamo il movimento perl'obiezione di coscienza e il "Centro per una cultura della nonviolenza" di Lubjana.
Il ruolo della società civile organizzata sarà fondamentale nei prossimi anni. È
infatti vero che il tudjmanismo è definitivamente tramontato, ma ancora uno dei suoimiti, quello della cosiddetta "guerra patriottica" non è stato demistificato, neppure dal
governo di centrosinistra che continua a utilizzare l'espressione domovinski rat - guerrapatriottica appunto - anche nei documenti ufficiali che parlano della guerra contro
i Serbi. Alle associazioni croate e agli intellettuali spetterà quindi un grande compitodi demistificazione dei miti nazionalistici ed una lettura rigorosa della tragica storia
degli anni Novanta.
Da alcuni svolge un'attività veramente meritevole l'associazione Zamir (in italiano:"per la pace"), che ha costruito un ottimo portale internet per la promozione dell'associazionismo e della società civile. Zamir aveva creato anche la prima BBS croata,
che aveva diffuso fra i giovani la telematica come strumento di comunicazione perla pace e contro le barriere dei nazionalismi.

- L'associazione ZAMIR ha sede a Zagabria:Radnicki Dol, 8 - tel ++385 1 4823859, fax ++385 1 48 23862.
Il suo portale, da cui si può accedere ai siti delle varie associazioni croate,si trova al seguente indirizzo web: www.zamir.net

L'ALTRA MACEDONIA. ASSOCIAZIONI E ONG PER LA CONVIVENZA
C IRCA 700 ONG SONO SORTE IN MACEDONIA NEGLI ULTIMI ANNI,GRAZIE AL FORTE FLUSSO DI FINANZIAMENTI PROVENIENTI DAI DONATORI ESTERNI. SI È
CREATO COSÌ UN RAPPORTO DI STRETTA DIPENDENZA TRA ONG E DONATORI ESTERNI, CHEFA SÌ CHE L'ASSOCIAZIONISMO SIA PIÙ UN RIMEDIO ALLA DISOCCUPAZIONE INTELLETTUALE,
PIUTTOSTO CHE LO STRUMENTO DELL'AUTONOMIA SOCIALE PER LA CITTADINANZA MACEDONE.Gran parte delle associazioni ricevono finanziamenti per la promozione del dialogo
interetnico, anche se i casi di associazioni miste slavo-albanesi sono piuttosto rari.Si assiste così al paradosso di associazioni per lo più finanziate per la promozione dell'intercultura, le quali sono però chiaramente contraddistinte dall'appartenenza etnica.
Significativo è stato il caso della crisi della primavera 2001, in cui la gran parte delleassociazioni ha preso posizione a seconda della propria appartenenza etnica.
Tante associazioni sono comunque una risorsa che d'ora in avanti andrà però sfruttata
con maggiore attenzione da parte dei donatori e delle Ong internazionali. Essipotranno avvalersi dell'aiuto di alcuni intellettuali macedoni che in questi anni si sono
distinti nella promozione del dialogo interetnico ed hanno dimostrato di volersi "sporcarele mani" al di fuori delle accademie. Fra tutti menzioniamo il lavoro del Centro
per le relazioni interetniche, all'interno dell'Università di Skopje, diretto da Miriana Najcevska.
Alcune organizzazioni che segnaliamo:
CENTAR ZA MEDJUETNICKI ODNOSI (Centro
per le relazioni etniche)
Università Cirillo e Metodio
Bul. Par tizanski Odredi BB, PO box 435 91000 Skopje
Tel : +389 91 365 195 Fax: 361 282
E-mail: najce@isppi.ukim.edu.mkDirettrice: Miriana Najcevska
Il centro è attivo dal 1991 e s'interessa delle relazioni
etniche in Macedonia concentrandosi sui temi legislativi,politici, e sociologici.
CENTAR ZA MULTIKULTURNA SORABOTKA I
RAZBIRANJE - CMUC (Centro per la compresionemulticulturale e la cooperazione)
29 Novgiaar 4l 91000 Skopie
Tel / Fax: +389 91 13 04 07
E-mail: Kim@unet.com.mk
Direttore esecutivo: Kim Mehmeti
Kim Mehmeti, intellettuale di rilievo, è il solo importante
direttore albanese di una ONG etnicamente mista.
L'obiettivo fondamentale dell'organizzazione che dirigeè quello di promuovere il dialogo, la tolleranza, il rispetto
e la preservazione delle differenze.
OPCII ZA ZDRAV ZIVOT - HOPS - (PROGETTOPER LA RIDUZIONE DEL DANNO)
Kapan An, Lokal Br. 3 91000 Skopje
Tel / Fax: 389 91 130 038
E-mail: nora@soros.org.mk
Persona contattabile: Nora Stojanovic
HOPS è un'associazione che si occupa di tossicodipendenza
e di prevenzione dell'AIDS in particolare tra itossicodipendenti. Ha avviato un rapporto diretto di
collaborazione con la LILA.
L'ALTRA SERBIA. DONNE IN NERO E STUDENTI CONTRO MILOSEVIC
DOPO LA FINE DELLA GUERRA DELLA NATO CONTRO LA SERBIA ILMOVIMENTO DI OPPOSIZIONE È RINATO E HA ESPRESSO NUOVE PERSONALITÀ DI SPICCO. TRA
TUTTI RICORDIAMO IL GRUPPO 17, UN'ORGANIZZAZIONE DI ECONOMISTI ED INTELLETTUALI,L'ALLEANZA PER IL CAMBIAMENTO, CARTELLO DI ORGANIZZAZIONI DI OPPOSIZIONE. INTERLOCUTRICI
STORICHE DEL MOVIMENTO PACIFISTA ITALIANO SONO STATE LE "DONNE IN NERO" DIBELGRADO E LA LORO LEADER STASA ZAJOVIC. Di grande importanza è stato inoltre il rapporto
con Dusan Janjic, direttore del Centro per le relazioni interetniche di Belgrado, cheha sempre tenuto aperto il dialogo con gli intellettuali democratici albanesi del Kosovo.,
fra cui ricordiamo Veton Surroi ed il suo giornale "Koha Ditore". Prezioso punto di riferimento per il sostegno ai media indipendenti in Serbia, fra i quali la famosa radio B2-92, è stato in questi anni il Media Center di Belgrado, diretto da Haris Stejner. Non dimentichiamo poi l'importante ruolo svolto dal sindacato indipendente Nezavisnost, diretto daBranislav Canak. Tra i gruppi attivi in Montenegro durante la guerra bisogna ricordare il
settimanale "Monitor" e oggi il "Gruppo per la trasparenza in Montenegro".
Alcune organizzazioni che segnaliamo:

OTPOR Resistenza
Knez Mihajlova 49, 11000 Belgrado
Tel/Fax: + 381 11 3282 605 - 3281 652
E-mail: otpor@otpor.com - Web site: www.otpor.com
Il movimento studentesco Otpor è nato nel 1998 dall'idea
di un gruppo di studenti dell'Università di Belgrado.
SINDACATO NEZAVISNOST INDIPENDENZA
Nusiceva 4/V, 11000 Belgrado
Tel : + 381 11 3239 003
Fax: + 381 11 3244 118 - E-mail: nezavisn@eunet.yu
Web site: www.nezavisnost.co.yu
Presidente: Branislav Canak
Fondato nel 1991 da un gruppo uscito dall'Associazionedei sindacati indipendenti, Nezavisnost è stato la risposta
alla crescente crisi sociale, alla povertà, alla disoccupazione,al nazionalismo e alla guerra.
FORUM PER LE RELAZIONI INTERETNICHE
Narodnog Fronta 45/VII, 11000 Belgrado
Tel/Fax: 381 11 361 66 54 - E-mail: janjicd@eunet.yu
Direttore: Dusan Janjic
È stato fondato nel 1989 e la sua attività principale è
incentrata sui temi riguardanti la costruzione dello stato.
OPEN UNIVERSITY - SUBOTICA
Trg Cara Jovana Nenada 15, 24000 Subotica
Tel : + 381 11 24 554 600, 554 726
Fax: + 381 11 24 553 116
E-mail: board@openunsubotica.co.yu
La Open University si inserisce nella lunga tradizione diuniversità per lavoratori e adulti. Nel 1992 quest'associazione
si è rinnovata adottando nuovi programmi dieducazione civica alternativa.
DONNE IN NERO
Jug Bogdanova, 18/15 11000 Belgrado
Tel./Fax: +38111623225 E-mail: stasazen@eunet.yu
QUOTIDIANO KOHA DITORE
Web site:www.kohaditore.com
CENTRO PER LO SVILUPPO DEL NON-PROFIT
Zmaj Jovina, 34 11000 Belgrado
Tel./Fax: +381 11 3283 306 E-mail: crnps@eunet.yu
Web site: www.crnps.org.yu

L'ALTRA BOSNIA. CITTÀ E COMUNITÀ LOCALI CONTRO IL NAZIONALISMO
S INDUCONO A GUARDARE CON SPERANZA ALLO SVILUPPO DELLA SOCIETÀ CIVILE IN BOSNIA-ERZEGOVINA.PRIMA DI TUTTO IN BOSNIA, PIÙ CHE IN OGNI ALTRO PAESE BALCANICO, SI
È SVILUPPATA MOLTO LA STAMPA INDIPENDENTE: RADIO, QUOTIDIANI E SOPRATTUTTO SETTIMANALIDI OTTIMO LIVELLO COME DANI O SLOBODNA BOSNA. Il secondo elemento
positivo è dato dalla costituzione di forum e coordinamenti di ONG in tutto il paese.Questo significa che sta aumentando la consapevolezza politica delle ONG, che hanno
intenzione di confrontarsi col potere politico su piattaforme sociali condivise da piùsoggetti associativi. Proprio il cambiamento del quadro politico, - ed è questo il terzo
elemento di speranza - almeno nelle grandi città, fa sì che ci sia una classe dirigentedisposta a confrontarsi con la società civile su temi sociali concreti aldilà delle appartenenze etniche. Infine non dimentichiamo il lascito dei movimenti di intellettuali nati
durante la guerra nella Sarajevo sotto assedio: il circolo dei 99 fondato da Adil Kulenovicassieme a Radio 99, la strenua attività del Pen Club di Sarajevo, il giornale Oslobodjenje
diretto da Zlatko Dizdarevic, Radio Zid diretta da Zdravko Grebo, figura carismaticadi intellettuale antinazionalista, punto di riferimento per l'opposizione a tutti
i nazionalismi compreso quello musulmano dell'SDA di Izetbegovic.
LE PRINCIPALI ASSOCIAZIONI BOSNIACHE
THE LAW CENTER
Obala Kulina Bana 7/1 - 71000 Sarajevo
Tel/Fax: +387 71 668683-668685-668687
E-mail: law@soros.org.ba - Direttore: Zdravko Grebo
È un macroprogetto creato nell'ambito della Open
Society Fund-Soros Foundation. La principale attività èun master in studi europei che coinvolge le università
di Sarajevo, Tuzla, Banja Luka, Mostar Est e MostarOvest, l'Università del Sussex e quella di Bologna.
ASSOCIAZIONE DI CITTADINI PER LA PROTEZIONE
DEI DIRITTI UMANI
Alekse Santica 22, 88000 Mostar
Tel/Fax: +387 88 580201 E-mail: zgp@cob.net.ba
Web site: www.progresive-bih.com/zgp
ZGP fornisce informazioni gratuite a profughi e sfollatiche vogliono ritornare in possesso delle loro abitazioni.
UDRUZENE ZENE BANJA LUKA DONNE UNITE BANJA LUKA
Novice Cerovica, 28 - 78000 Banja Luka
Tel/Fax: +387 58 341845
E-mail: zena@inecco.net - Direttrice: Nada Golubovic
Con l' ufficio "Le donne e il diritto" offre assistenzalegale gratuita, soprattutto per le questioni legate a
come tornare in possesso dei propri beni o come cercareuna sistemazione dopo aver perso la casa.
FORUM GRADANA TUZLE FORUM DEI CITTADINI DI TUZLA
Turalibegova 5, Tuzla
Tel : +387 75 251279-231480
Fax: +387 75 250481-250702
E-mail: forum_tz@bih.net.ba - Presidente: Vehid Sehic
La loro attività principale, dal 1993, è incentrata su
democratizzazione della società e protezione dei dirittiumani, senza rinunciare a un attivo impegno in politica.



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Summar time in Serbia and Montenegro - 1° parte

15/08/2001 -  Mihailo Antović

Global warming seems to have had a double impact on Serbia in the recent years. On one hand temperatures have literally risen in the previous five years so much that the assumption is that the until-now moderate climate throughout Serbia is to become Mediterranean in a couple of years. Additionally, the heated political climate, filled with wars, political instability and poverty has made life around here almost unbearable for most of the population. Vacation - a rather normal, and throughout the year much anticipated event in any stable part of the world - only brings about more nightmares to many Serbs.

Croazia: crimini di guerra

07/08/2001 -  Anonymous User

Il generale Ademi va all'Aja

Come informa il quotidiano Vecernji list del 25 luglio scorso, il Presidente della Repubblica - Stipe Mesic, ha liberato il Generale Ademi dall'obbligo del segreto militare, e gli ha imposto la partenza per il TPI con indosso la divisa militare. Egli è convinto che il Generale Ademi sarà in grado di dimostrare la suo innocenza. Sullo stesso quotidiano, il giorno successivo si scrive che prima di partire per l'Olanda, Ademi ha dichiarato di essere vittima di un complotto ideato da generali vicini a Tudjman e che Janko Bobetko, già capo di Stato maggiore, è il maggior responsabile della sua partenza per il Tribunale de L'Aja.
Ma considera maggiormente colpevole lo stesso Tudjman, personaggio freddo e calcolatore, totalmente indifferente alla sorte di semplici vite umane, incluso quelle dei propri soldati. Secondo la confessione rilasciata ai giornalisti - Zvonimir Despot e Sasa Zinaja - durante il suo viaggio in aereo verso L'Aja, Ademi si è dichiarato vittima di azioni estorsive ad opera dei generali vicini a Tudjman (Bobetko e colleghi). Sempre sullo stesso quotidiano, Bobetko ribatte invece che è il Ministro degli interni Sime Lucin ad aver messo sotto controllo le linee telefoniche per impedire i contatti con Ademi, che secondo Bobetko sarebbe invece vittima di del Presidente Mesic e di altri "amici" del Tribunale. Anche Nenad Ivankovic, presidente dell'HONOS (Associazione per la difesa dei valori della Guerra patriottica) considera le dichiarazioni di Ademi vere e proprie falsità.
Su Vjesnik del 30 luglio scorso, il difensore legale di Ademi - Cedo Prodanovic - ha detto in un'intervista rilasciata a Biljana Basic, che la strategia di difesa del suo cliente (nel frattempo dichiaratosi innocente di fronte alla Corte de L'Aja) è in fase preparatoria. Nella sua intervista, Prodanovic (di nazionalità serba) ha inoltre attaccato severamente il presidente dell'associazione "Veritas" di Banja Luka - Savo Strbac - per aver diffuso notizie false (come quella secondo la quale Carla del Ponte stia preparando un'indagine a carico di Stipe Mesic) le cui conseguenze ricadono poi anche sui serbi.

Gotovina ancora latitante

Ante Gotovina l'ex Generale di cui è stato emesso un mandato di cattura lo scorso 26 luglio, e' ancora latitante. Le informazioni sui luoghi in cui pare oggi trovarsi, vanno dall'Erzegovina al Sud America - dove ha vissuto un decennio facendo il mercenario - anche se pare più verosimile che si trovi ancora in Croazia.. In una dichiarazione rilasciata il 25 luglio da Nenad Ivankovic a Davor Krile di Slobodna Dalmacija, Gotovina non è latitante ma si trova semplicemente in ferie, e non si è ancora presentato perché nessuno gli ha consegnato il mandato d'accusa. Secondo Ivankovic, Gotovina si trova tra gli accusati perché è in atto un processo di criminalizzazione della maggior parte dei comandanti croati che hanno fatto la guerra. E in questo disegno c'è la pressione fatta sugli ufficiali a dichiararsi pentiti e a testimoniare contro i propri comandanti.
Nel frattempo, come emerge dall'informazione rilasciata a Vecernji list del 27 luglio dalla portavoce del Ministero degli interni - Zinka Bardic, la polizia ha già avviato l'operazione di ricerca del Generale Ante Gotovina, anche se è probabile che essa non verrà portata a termine prima della fine dell'estate. Zinka Bardic non è in grado di confermare le notizie secondo le quali Gotovina si troverebbe in Dalmazia settentrionale dove possiede una villa a Pakistane, presso Zara. Il sindaco di Pakostane - Milivoj Kurtov (HDZ) - ha dichiarato al corrispondente locale del Vecernji list che "Anche nel caso in cui questo dovesse essere vero, noi non parleremo. La polizia può cercare quanto vuole, dico solo che ogni Croato che non aiuterà Gotovina sarà maledetto". Una simile dichiarazione è stata rilasciata anche dal Conte spalatino Branimir Luksic, il quale ha oltretutto negato alcuna informazione sull'incontro avvenuto alcuni giorni fa a Pakostane tra i tre Conti dalmati (tutti tre dell'HDZ), dichiarando che si è trattato di un incontro privato.
Su Novi list del 27 luglio si dà per certa la presenza del generale ricercato su di una nave che naviga nei dintorni di Zara e Sebenico. E intanto nella regione la gente inneggia a Gotovina con slogan "Lui è un eroe, non è un delinquente" e nei ristoranti viene messa in mostra la sua foto, accanto a quella di Tudjman e di Jure Francetic, famoso boia ustascia della seconda guerra mondiale.

L'Aja pende sulle teste di tutti

Si intensificano le discussioni relative alla collaborazione con il Tribunale Internazionale de L'Aja. Il vescovo di Gospic e di Senj - Mile Bogovic (anche professore di storia ecclesiastica presso la scuola superiore di Teologia di Fiume) - ha rilasciato un'intervista a Darko Pavicic (Vecernji list, 26 luglio) in cui ha duramente criticato la decisione del governo attuale di collaborare con il TPI, mettendo così rischio a la stabilità dello Stato. Bogovic continua ribadendo che i "vicini" vogliono mettere in ginocchio la Croazia, sia come stato che come comunità,. Perciò è assolutamente necessario cessare le divisioni e le polemiche nazionali e lavorare tutti insieme verso l'integrazione europea e la globalizzazione. Ma l'arcivescovo di Zagabria - Josip Bozanic (anche lui docente di diritto canonico nella stessa istituzione scolastica) - nega il diritto ai vescovi di intervenire nelle quotidiane bagarre politiche, e insiste sulla necessità di limitare la confusione che già esiste nel mondo ecclesiastico (e di cui si parla in maniera estesa sull'ultimo numero del settimanale Nacional).
Commentando le ultime polemiche Milan Ivkosic (Vecernji list, 27 luglio) delinea tre aree di polarizzazione dell'opinione pubblica: verso il governo che dimostra la volontà di cooperare con il Tribunale, verso l'opposizione che critica il governo di minacciare gli interessi nazionali e la Chiesa che vacilla tra governo e opposizione, anche se con posizioni più prossime all'opposizione nazionalista. E queste continue polemiche e lotte politiche interne instillano nella popolazione timori e insicurezze.
Su Jutarnji list del 28 luglio viene scritto d'altra parte che le accuse contro Gotovina sono legittime, perché durante le azioni militari avvenute il Croazia nel 1995 egli ha partecipato al progetto di pulizia etnica ideato da Tudjman, ed esse smentiscono il tentativo di difesa dell' "azione Tempesta" fatta dal Primo ministro Ivica Racan, secondo il quale non è stata un'azione genocidi ma dove ad opera di alcuni sono stati perpetrati crimini di guerra nei confronti della popolazione civile.
Il presidente della Commissione parlamentare per gli Affari esteri - Zdravko Tomac (SDP) a seguito del colloquio avvenuto con il sottosegretario tedesco Cristoph Zopel, ha dichiarato che definire la "guerra patriottica" con l'epiteto di genocidio può peggiorare la situazione politica nel paese, perché esistono forze politiche che puntano sull'emotività della gente per rovesciare il governo. Perciò il Tribunale de L'Aja non dovrebbe mostrarsi così intransigente rispetto ai protagonisti croati della guerra, anche quindi nei confronti dell'ex Presidente Tudjman (Slobodna Dalmacija, 31 luglio). Su Vjesnik uscito lo stesso giorno, appare invece un articolo a firma di Davor Genero, in cui si insiste sulla necessità sfruttare i processi del Tribunale Internazionale per confrontarsi con la storia recente, e liberarsi definitivamente dall'eredità politica di Tudjman. Secondo Gjenero non esiste altra alternativa, se non quella di arrivare all'isolamento e divenire una società chiusa, basata sulla xenofobia e sulla menzogna.

Articolo

30/06/2001 -  Anonymous User

Il 28 giugno è una data particolare per la Jugoslavia. La storia attraverso i secoli ormai ce lo ha insegnato. Si tratta di "Vidovdan", il giorno di San Vito. Joze Pirjevec ha perfino intitolato un suo libro: "Il giorno di San Vito".
Cosa è accaduto nel fatidico giorno che riecheggia nelle canzoni popolari e che ha influenzato buona parte delle narrazioni epiche della cultura serba?
La prima data storica cui, con ogni probabilità, rimanda Vidovdan è il 28 giugno 1389 giorno della celeberrima battaglia di Kosovo Polje, dove la leggenda serba narra dell'uccisione del Principe Lazar, divenuto in seguito santo, da parte delle forze ottomane. Iniziò allora l'ascesa celeste del popolo serbo e da lì il Kosovo iniziò a far parlare di sé. Tuttavia la storia ci insegna ancora di più: il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip, facente parte del gruppo Mlada Bosna, uccise a Sarejevo l'Arciduca Francesco Ferdinado e sua moglie, dando il via alla prima guerra mondiale. In tempi più recenti, il 28 giugno 1989, Slobodan Milosevic parlò ad una folla di un milione di persone riunite a Kosovo Polje, per la commemorazione del seicentenario della battaglia della Piana dei merli, annunciando che mai più nessuno avrebbe sollevato una mano contro il popolo serbo. Il 1989 fu l'anno in cui iniziò la disintegrazione della Jugoslavia di Tito e l'anno in cui ci furono parecchie proteste da parte della popolazione albanese per una indipendenza del Kosovo, purtroppo però finirono con la revoca dell'autonomia che gli era stata concessa da Tito nel 1974.
La storia jugoslava, che è sempre foriera di sorprese, segna infine il 28 giugno 2001 la data della consegna di Slobodan Milosevic al Tribunale Internazionale dell'Aja. Non scevro da polemiche e imminenti crisi tra i partiti di governo, quest'ultimo evento verrà impresso ben in evidenza nelle pagine della storia della Jugoslavia.
Che tutto ciò sia frutto di semplici coincidenze storiche o di logiche politiche mirate lasciamo che siano gli analisti a sentenziarlo, noi abbiamo solo voluto segnalare il ripetersi attraverso la storia di una data, il 28 giugno appunto, in cui ci si potrà forse anche in futuro aspettare qualcosa.

I risultati di un sondaggio

29/06/2001 -  Anonymous User

Alcuni quotidiani del 20 giugno hanno riportato i risultati del sondaggio originariamente pubblicato nel nuovo numero del settimanale Nacional. Secondo il presente sondaggio, gli eventi migliori avvenuti nel periodo dell'indipendenza nazionale (il 25 giugno ricorre l'anniversario decennale della proclamazione d'indipendenza) sono rappresentati per il 27,3% della popolazione dalle azioni militari "di liberazione", per il 24,8% dall'indipendenza, per il 6,1% dalle elezioni del 3 gennaio in cui vinse la coalizione di centro-sinistra, per il 6,1% dal ritorno dei profughi, per il 5,2% dall'abolizione del sistema presidenziale, per il 2,1% dalla morte di Tudjman e per il 2,0% dalla collaborazione con il tribunale de L'Aia.
L'evento che viene considerato come il peggiore tra quelli avvenuti nel decennio, per il 19,4% della popolazione è la guerra, per il 15,3% la disoccupazione, per il 13,8% la corruzione, per l'11,4% il processo di privatizzazione, per il 9,8% il basso livello della qualità della vita, per il 7,4% il malfunzionamento del sistema giudiziario, per il 2,7% la collaborazione con il TPI de L'Aia e per il 2,6% la morte di Tudjman.
Riguardo ai temi considerati dagli intervistati come essenziali per il futuro del paese, sono stati indicati: il progresso economico (24,3%), il miglioramento della qualità della vita (21,5%), l'integrazione nella Comunità Europea (13,3%), un sistema giudiziario efficace (12,0%), la tutela dell'ambiente (7,7%), la stabilità politica (7,4%).
Il 24,3% degli intervistati ha inoltre dichiarato che viveva meglio prima della guerra, mentre il 16,9% ha dichiarato di vivere nelle stesse condizioni del periodo pre-bellico. Altri invece hanno preso in considerazione le differenze tra il periodo attuale e quello dell'era Tudjman: il 12,3% ha dichiarato che la propria vita non è cambiata rispetto al periodo in cui governava l'HDZ, ed un altro 12,3% ha dichiarato invece di vivere peggio rispetto ad allora.

Articolo

28/06/2001 -  Anonymous User

L'Associazione Guido Puletti esprime la propria soddisfazione
per la sentenza di primo grado di condanna di Hanefija Prijic
detto "Paraga". Dopo più di sette anni di impunità il Tribunale di
Travnik ha condannato a 15 anni "Paraga" per l'uccisione di
Guido Puletti, Sergio Lana e Fabio Moreni. La nostra
soddisfazione è ancora maggiore considerando che questa
sentenza apre anche le porte a una serie di investigazioni e
processi per tutti gli altri crimini di guerra commessi in Bosnia
centrale.

Riteniamo che questa sentenza non debba chiudere la vicenda
giudiziaria relativa all'eccidio del 29 maggio 1993, ma che
debba essere il punto d'avvio per arrivare a chiarire
completamente quanto avvenne otto anni or sono. Eravamo e
siamo interessati ad una condanna di "Paraga" nel quadro del
raggiungimento della verità su quello che avvenne. E dobbiamo
ammettere che, nonostante la condanna di "Paraga", il processo
celebrato a Travnik è arrivato a determinare solo una parte della
verità sulla morte di Guido, Fabio e Sergio.

Molti importanti testimoni non sono stati chiamati a deporre, e
non sono state poste domande importanti a molti testimoni che
hanno deposto in aula. Gli esecutori materiali non sono stati
identificati, come non sono stati identificati i mandanti di
quell'eccidio - l'accusa stessa contro "Paraga" escludeva a
priori che vi potessero essere mandanti oltre allo stesso Hanefija
Prijic.


Riteniamo che l'autorità giudiziaria che debba assumersi questo
compito sia quella italiana. Per questo è necessaria una
collaborazione effettiva da parte delle autorità centrali italiane,
che finora si sono distinte invece per il disinteresse e gli ostacoli
che hanno posto, fino a queste ultime settimane, quando
l'autorità diplomatica italiana in Bosnia è stata totalmente assente
dal processo in corso (se si eccettua una sola udienza), e ha
rifiutato un minimo di supporto all'avvocato delle parti lese alla
conclusione del processo.
Il Ministero degli Esteri italiano può e deve acquisire nuova
documentazione decisiva su questo caso. Il Ministero di Grazia e
Giustizia italiano, che riconobbe nel settembre 1998 questo
eccidio come "delitto politico", può e deve richiedere il
rinnovamento del giudizio di "Paraga" in Italia perché si arrivi
all'identificazione degli esecutori e dei mandanti. Richiediamo
quindi che l'inchiesta avviata a Brescia continui in modo da
arrivare ad un processo in Italia che porti a conclusione il
percorso giudiziario iniziato a Travnik.

Brescia, 28 giugno 2001



© Associazione Guido Puletti

L'esercito macedone scatena l'offensiva

23/06/2001 -  Anonymous User

In Macedonia è in atto una pesante azione militare da parte delle forze di sicurezza macedoni. L'azione iniziata ieri mattina alle ore 4.00 dalle forze congiunte di polizia ed esercito macedoni, ha visto l'impiego di artiglieria, carri armati ed elicotteri Mi24. L'intento dichiarato è quello di liberare la zona del villaggio di Aracinovo, circa 10 km da Skopje, nei pressi del quale è stanziato da circa due settimane l'Esercito di Liberazione Nazionale (UCK), che aveva dichiarato l'intera zona "territorio liberato". L'azione delle forze macedoni - come afferma il portavoce del ministero della difesa macedone Georgi Trendafilov - è rivolta "all'eliminazione dei terroristi da Aracinovo".
Va notato, inoltre, che in questi giorni ci sono stati alcuni cambi nei vertici dei comandi militari. In particolare è stata formata una nuova forza macedone con l'unione dell'esercito e delle forze di polizia antisommossa e antisabotaggio, (tra cui i famosi reparti "Tigri" e "Lupi" , ovvero di nuclei specializzati della polizia macedone) comandata dal generale Miroslav Stojanovski.
L'UCK, secondo quanto riportato dalla televisione in lingua albanese A1, avrebbe risposto all'attacco, lanciando colpi di mortaio da 120mm su una raffineria di Skopje, tuttavia senza colpirla. A quanto pare la gittata delle armi a disposizione dei guerriglieri non è sufficiente per raggiungere gli obiettivi strategici della capitale, già minacciata nelle scorse settimane dal comandante Hoxha, il quale ha precisato che se il governo macedone "vuole la guerra, l'avrà".
Fortunatamente sembra che la popolazione civile abbia, nei giorni scorsi, evacuato la zona di Aracinovo, dove sono tuttora in atto gli scontri. Tuttavia alcune case sono state distrutte e altre incendiate, mentre alcuni poliziotti e militari dell'esercito macedone sono stati ricoverati nella serata di ieri, a seguito delle sparatorie con l'UCK, sia presso l'ospedale militare che quello civile di Skopje.

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22/06/2001 -  Anonymous User

Il membro del Comitato generale del Partito pensionati
della Republika Srpska, Dusan Prica, ha lanciato un

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22/06/2001 -  Anonymous User

Il membro del Comitato generale del Partito pensionati
della Republika Srpska, Dusan Prica, ha lanciato un
appello al governo affinché paghi il debito di
124 milioni marchi tedeschi, relativo al mancato pagamento delle pensioni dell'anno scorso.
Data la situazione economica molto difficile, i pensionati della RS chiedono di ricevere il più presto possibile almeno quattro mensilità e mezza dell'anno
precedente. Secondo Prica, il gabinetto di Mladen Ivanic, primo ministro della RS, non ha fatto nessun sforzo per
risolvere i problemi dei pensionati.

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16/06/2001 -  Anonymous User

Jozo Krizanovic è salito l'altro ieri alla guida della presidenza collegiale della BiH. Il nuovo presidente croato, secondo il normale avvicendamento della carica ogni otto mesi, sostituisce l'uscente presidente serbo Zivko Radisic. Durante la cerimonia di presentazione, Krizanovic ha detto che le sue priorità riguarderanno l'economia, le riforme legali e costituzionali, il ritorno dei rifugiati, il rafforzamento delle istituzioni statali e la lotta contro la corruzione.

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13/06/2001 -  Anonymous User

Anche nei prossimi mesi la Bosnia Erzegovina
rischia di restare senza gas combustibile. I rappresentanti dell'impresa
bosniaca Energoinvest, infatti, non sono riusciti ad
accordarsi con i loro fornitori russi della Gas Export.

Pur essendo stati avvertiti per tempo dei problemi
economici, in particolare dell'insolvenza della fabbrica
Birac di Zvornik, i russi chiedono il pagamento di tutti debiti bosniaci, che
ammontano a ben 6,2 milioni dollari.
Dunque il gas non arriverà in Bosnia se il debito non sarà ripagato entro
il settembre prossimo.
Ricordiamo che già da un paio di mesi la Gas Export non
distribuisce il gas in Bosnia, e nel frattempo è stato consumato il gas presente nelle riserve.

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13/06/2001 -  Anonymous User

E' cominciato il risanamento del famoso Stari Most- il Ponte vecchio
di Mostar. E di questa notizia si è
parlato molto in Bosnia in questi giorni. Il 7 giugno
è stata anche festeggiata ufficialmente l'apertura
dei lavori sulle fondamenta del Ponte. C'erano
tantissimi ospiti importanti: politici locali,
rappresentanti della comunità internazionale ma pochi
mostarini.

Perché? Perché questa è forse già la sesta
inaugurazione del Ponte, e la ricostruzione è
cominciata già un paio di mesi fa. Questa è stata
solo una presentazione ad uso dei politici, per poter
organizzare un altro cocktail e dissertare di come il Ponte sia
un simbolo di questa bella città.

Ma la realtà di Mostar in questi giorni è un po'
diversa, e poca gente si interessa della
ricostruzione del Ponte.

L'evento mostarino di cui più si parla è invece lo sciopero degli
insegnati nelle scuole superiori. Come molte altre cose in questa città,
anche la fine dell'anno scolastico non sarà normale. Al momento non
si prevede ancora quando si concluderanno le lezioni, e sono sospesi pure gli esami di
maturità. Da quasi quattro mesi i professori non
ricevono lo stipendio, e le trattative aperte col governo
cantonale - competente per l'istruzione - hanno portato finora solo belle promesse cui i
professori non credono più. Per loro, come per tanti altri mostarini, sarebbe meglio inaugurare una nuova piccola fabbrica anziché i lavori sul Ponte vecchio. La guerra è finita
da diversi anni, ma in questa città le attività produttive non sono
ancora riprese.

Sarebbe bello rivedere il famoso Ponte
sulla Neretva perché - dicono i politici - questo è il vero simbolo della città
unita. Ma per realizzare una vera unità, ogni famiglia deve poter tornare nella sua casa:
non sarà il Ponte a riunire la città, ma la gente. Oggi però la Mostar
di una volta non c'è più, e la sua popolazione è molto cambiata.
I "nuovi venuti" non tornano nelle campagne da dove sono arrivati
dieci anni fa, e allo stesso tempo molti mostarini non
vogliono rientrare da Svezia, Norvegia e America. Non si vive di
nostalgia, ma di lavoro.

Infine, una cosa viene sempre dimenticata: la ricostruzione del
Ponte costerà circa 15 miliardi di lire. Ne mancano
ancora sette, e quasi la metà della somma sarà raccolta con mutui.
Quindi non sarà il mondo umanitario a ricostruire il ponte; saranno infatti gli stessi mostarini a pagare la ricostruzione. Ma come, con quali soldi se
in questa città non si produce ancora niente, se la
gente rimane senza stipendio per tre o quattro mesi?
Per la ricostruzione del Ponte, tra l'altro, pare non bastino le pietre
originarie raccolte nel fiume. Quindi neppure il
materiale del nuovo Ponte sarà quello originale...

In molti ricordano lo Stari Most, il Vecchio
Ponte, con nostalgia. Ma, lo abbiamo detto,
di nostalgia non si vive.

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08/06/2001 -  Anonymous User

Dopo cinque anni di preparativi ieri a Mostar sono iniziati i lavori per la ricostruzione del Ponte vecchio, distrutto durante la guerra di Bosnia. Lo "Stari Most" fu costruito nel 1566 dall'architetto ottomano Mimar Hajrudin e per quasi cinquecento anni era riuscito a sopravvivere a numerose guerre unendo le due sponde del fiume Neretva. Con lo scoppio della guerra tra croati e musulmani il ponte vecchio venne sbriciolato dai colpi dell'artiglieria dell'HVO (esercito croato) il giorno 9 novembre 1993.
Da allora l'arco spezzato più che rappresentare un capolavoro dell'architettura - rientra nelle opere classificate dall'Unesco come patrimonio mondiale - ha rappresentato il divario tra le due zone in cui è tuttora divisa la città.
La ditta turca Yapi Markezi dovrà nei prossimi sei mesi costruire le fondamenta del ponte e rinforzarne i sostegni. Mentre il rappresentante dell'Agenzia per la ricostruzine del Ponte vecchio, Tihomir Rosic, ha detto durante l'innaugurazione dell'inizio dei lavori, che sono riusciti a risolvere l'enigma dell'architetto Hajrudin, riguardo la costruzione delle fondamenta del ponte, la geometria dell'arco e il collegamento dele pietre del ponte.
I lavori di ricostruzione che comprenderanno oltre al ponte anche alcuni edifici vicini si prevede che vengano ultimati entro il 2003. Per tale ricostruzione verranno spesi circa 15,5 milioni di dollari, di cui 4 milioni di dollari sono stati concessi in credito dalla Banca mondiale e circa 5,5 milioni di dollari sono stati donati dai governi italiano, francese, turco e olandese.



» Fonte: © HINA

Nuovi media: nasce Oneworld Radio Southeast Europe

30/05/2001 -  Anonymous User

OneWorld, la rete mondiale online che promuove la giustizia globale, ha lanciato un portale internet per lo scambio di tracce audio nell'Europa dell'Est e dei Balcani. Una proposta che vuole fornire uno spazio aperto che vuole aumentare la comprensione reciproca. Agli utenti di internet è data la possiblità di ascoltare le varie iniziative e notizie in 4 lingue: albanese, macedone, serbo e inglese.

Un giorno lungo una vita

24/05/2001 -  Agostino Zanotti

Il diario di Agostino Zanotti sul viaggio a Travnik per testimoniare al processo contro Paraga, il responsabile del gruppo di militari che il 29 maggio del '93 presso Gornj Vakuf sparò contro i componenti di un convoglio umanitario uccidendo Fabio Moreni, Sergio Lana e Fabio Puletti. Solo Agostino e Christian Penocchio si salvarono. Ora devono testimoniare

Un giorno lungo una vita

24/05/2001 -  Agostino Zanotti

Il diario di Agostino Zanotti sul viaggio a Travnik per testimoniare al processo contro Paraga, il responsabile del gruppo di militari che il 29 maggio del '93 presso Gornj Vakuf sparò contro i componenti di un convoglio umanitario uccidendo Fabio Moreni, Sergio Lana e Fabio Puletti. Solo Agostino e Christian Penocchio si salvarono. Ora devono testimoniare

Otpor chiede una legge per riabilitazione vittime del comunismo

16/05/2001 -  Anonymous User

Il movimento "Otpor" ha promosso un'iniziativa per emanare una legge sulla riabilitazione di tutte le persone accusate ingiustamente e per il ritorno della proprietà confiscata. La legge comprenderebbe ilperiodo del regime comunista dal 1945 fino ad oggi, ha annunciato Jelena Homen, coordinatrice di questo progetto. Ha dichiarato che tutti i cittadini i cui parenti sono stati condannati in qualsiasi modo dai governi precedenti e hanno le prove documentali sull'espropriazione, possono consegnare questi documenti alla sede di Otpor.

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03/05/2001 -  Anonymous User

Sabato 5 Maggio 2001, nell'ambito del World Social Forum (Fiera di Padova), Osservatorio sui Balcani e ICS organizzano una tavola rotonda: "Di-segnare l'Europa; i Balcani tra Integrazione e Disintegrazione." Vi parteciperanno esponenti della società civile dell'Europa sud-orientale, rappresentanti di ONG e agenzie internazionali (per raggiungere la Fiera di Padova).