Società civile

I media in Macedonia

22/04/2002 -  Anonymous User

Pubblichiamo l'articolo che il nostro corrispondente dalla Macedonia, Dejan Georgievski, ha scritto come contributo al Rapporto dell'Osservatorio internazionale sulla libertà di informazione.

Parenti delle vittime di Srebrenica: non ci bastano le dimissioni del governo olandese

18/04/2002 -  Nicole Corritore

L'Osservatorio sui Balcani ha intervistato per telefono Kada Hotic, vice-presidente dell'associazione "Movimento delle madri di Srebrenica e Zepa" che riunisce alcune famiglie e parenti delle vittime del genocidio di Srebrenica.

Banja Luka e Mostar: A.A.A. cercasi matrimonio misto

18/04/2002 -  Anonymous User

Il numero di matrimoni misti è stato spesso nella ex-Jugoslavia simbolo della convivenza. Ed i matrimoni misti sono stati le prime vittime del nazionalismo. Ora però, in alcune città della Bosnia, sembra l'amore possa andare "oltre i confini".

Bosnia Erzegovina: in cantiere un TG "senza barriere"

15/04/2002 -  Anonymous User

Per il mese di maggio il canale pubblico PBS trasmetterà un telegiornale che potrà essere visto su tutto il territorio nazionale. Un segnale positivo in un paese nel quale, anche i telegiornali, in passato, non sono stati esenti da derive nazionaliste.

Europa dal basso: gruppo di lavoro Cittadinanza e Diritti

14/04/2002 -  Anonymous User

Sarajevo, 6 aprile 2002
Preambolo
Le nostre società sono caratterizzate da un diffuso senso di paura nei confronti dell'altro, del diverso, dello straniero. Questa paura si alimenta giorno dopo giorno, anche grazie all'opera dei mass-media e su di essa si stanno costruendo in tutti i paesi dell'unione europea delle politiche spregiudicate di manipolazione del consenso.
In particolare si assiste ad una vera demonizzazione del mondo islamico e a una tendenza a giustificare, con la motivazione della lotta al terrorismo internazionale e della sicurezza, diffuse forme di violazione dei diritti umani anche nei paesi della UE, specie nei confronti degli stranieri.
È necessario invertire radicalmente questa tendenza, radicalmente contraria ai valori fondamentali della storia e della cultura europea, e reimpostare la politica dell'Unione riaffermando i valori della difesa dei diritti umani, della democrazia come partecipazione reale dei cittadini alla vita pubblica, alla difesa dei diritti delle minoranze sociali, religiose, culturali, linguistiche.
Le tematiche maggiormente prese in considerazione sono state due:
1. il processo di allargamento della UE ai paesi dell'est Europa
2. le politiche migratorie in Europa
1. Nella diversità di opinioni espresse dai partecipanti in merito alle modalità di superamento del muro di Schengen, l'intero gruppo di lavoro ha sottolineato come prioritari due aspetti:
1.1. La necessità che la UE modifiche in maniera sensibile i parametri adottati per la valutazione dell'allargamento agli altri paesi europei; parametri oggi troppo focalizzati sulla dimensione economica e troppo poco sul rispetto dei diritti umani. Questi ultimi, pure essendo tra i parametri oggi considerati, dovrebbero assumere un ruolo maggiore e prioritario;
1.2. Anche all'interno dei paesi della UE il sistema di tutela dei diritti umani va rivisto e rafforzato per essere in grado di fornire una protezione effettiva a gruppi sociali e fasce di popolazione che di fatto vengono facilmente escluse dalla tutela dei loro diritti, ovvero non hanno la possibilità di esercitarli in condizioni di libertà e dignità;
1.3. La ricchezza culturale espressa oggi dalle varie culture europee va difesa maggiormente dai rischi di una generale omologazione culturale. La promozione dell'interculturalità dovrebbe diventare un obiettivo politico e sociale fondamentale all'interno della UE, operando a più livelli; e' stato sottolineato in particolare l'aspetto educativo-scolastico e quello del sostegno a scambi tra i cittadini dei paesi europei (non solo da est verso ovest, ma anche da ovest verso est), che permettano di rafforzare delle reciproche conoscenze.

2. Le politiche dell'Unione europea sui temi delle migrazioni e del rispetto del diritto d'asilo dovrebbero basarsi sui seguenti capisaldi:
2.1. rispetto rigoroso dell'universalità dei diritti umani fondamentali, senza che svenga operata una distinzione pericolosa tra diritti dei cittadini e diritti dei migranti;
2.2. combattere la diffusa concezione dei migranti come semplice forza-lavoro o come merce;
2.3. garantire forme specifiche di tutela alle categorie più vulnerabili e bisognose di protezione quali i rifugiati, i minori e le donne;
2.4. rifiutare ogni forma di detenzione dei richiedenti asilo, nonché ogni forma di detenzione dei migranti che risulti discriminatoria e che trovi fondamento in norme penali diverse da quelle previste per i cittadini;
2.5. attuare delle politiche migratorie che consentano di accedere a dei canali effettivi per l'ingresso regolare nei paesi della UE; in tal modo si verrebbe a contrastare con efficacia il traffico internazionale di esseri umani, e la conseguente diffusione della clandestinità, che trova oggi suo principale alimento proprio nella sostanziale impraticabilità dei flussi di entrata attuati in tutti i paesi della UE;
2.6. facilitare forme di "migrazione circolare" in base alla quale le persone siano in grado di spostarsi e soggiornare con maggiore facilità e flessibilità rispetto alla situazione attuale in un paese europeo per motivi di studio, lavoro, formazione, etc. In tal modo si porrebbero le basi per un'accelerazione dei processi di integrazione dei paesi dell'Est Europa nella UE.
I temi delle migrazioni, della difesa dei diritti umani e della ridefinizione del concetto di cittadinanza europea evidenziano l'urgenza di rilanciare un percorso politico di trasformazione delle istituzioni comunitarie in una direzione maggiormente democratica e partecipativa. A tale compito sono chiamate ad operare in primo luogo le associazioni e le organizzazioni della società civile operanti nei paesi europei, sia all'interno che all'esterno della UE.

Serbia: anche i renitenti alla leva potranno aspirare ad un passaporto

03/04/2002 -  Anonymous User

Anche i giovani che pur avendo superato i 27 anni non hanno ancora prestato il servizio militare avranno diritto a ricevere il passaporto. Lo ha deciso il Governo federale.

Voglia di un'Europa non più dimezzata

03/04/2002 -  Michele Nardelli

Un articolo di Michele Nardelli. I tragici eventi in Palestina mostrano come vi sia bisogno di Europa, sia in Medio Oriente che nei Balcani, di "un'Europa non più dimezzata ... soggetto autorevole nel dis-ordine mondiale".

Sjecas li se - Do you remember - Ti ricordi Sarajevo?

02/04/2002 -  Anonymous User

Un film documentario sugli anni dell'assedio girato da ragazzi allora diciottenni. Senza retorica descritta l'incredibile normalità dell'impossibile. Anche se "avremmo potuto vivere anche senza questa esperienza".
Di Valentina Pellizzer

Bosnia Erzegovina: tutti in piazza per l'obiezione di coscienza

02/04/2002 -  Anonymous User

Più di 2000 firme raccolte e manifestazioni in molte città della Bosnia Erzegovina. Perché anche in Bosnia i giovani possano scegliere tra servizio militare e servizio civile.

6 aprile: concerto dell'Orchestra Haydn e della Filarmonica di Sarajevo

28/03/2002 -  Anonymous User

Sarà la musica a chiudere i tre giorni di iniziative organizzati a Sarajevo. Per un'Europa dal basso, per i Balcani in Europa.

Un'iniziativa di AIBI: oltre i dieci anni

27/03/2002 -  Anonymous User

Anche Ai.Bi sarà a Sarajevo dal 4 al 6 aprile. Chiara Lugarini, dell'ufficio Ai.Bi. nella capitale bosniaca, ci spiega il perché.
Da Sarajevo Chiara Lugarini

Il primo Oscar bosniaco

26/03/2002 -  Anonymous User

Danis Tanovic vince l'Oscar per il miglior film straniero. E' la prima volta per la Bosnia Erzegovina.

Una confessione di (pre)guerra

26/03/2002 -  Anonymous User

Danis Tanovic, regista e sceneggiatore del film "No Man's Land" per la prima volta racconta della sua vita ai giornalisti di Slobodna Bosna, settimanale di Sarajevo.
Traduzione a cura di Nicole Corritore

ONG, quanto siete credibili?

13/03/2002 -  Anonymous User

La società di pubbliche relazioni Edelman ha pubblicato il secondo rapporto sulla credibilità delle ONG. Che in Europa superano le multinazionali più note. Positivo?

Uno sguardo alla povertà in Macedonia

12/03/2002 -  Anonymous User

Un resoconto sulla realtà sociale della Macedonia che tiene conto dei dati concernenti l'alto tasso di disoccupazione che affligge il paese e gli umori sociali legati alla difficile vita quotidiana. (testo in inglese).

Causa contro Boutros Boutros Ghali e Kofi Annan

09/03/2002 -  Anonymous User

Un gruppo di donne di Srebrenica hanno fatto causa ai responsabili ONU che non seppero impedire il massacro nella città bosniaca. "Non capiamo perché non debbano rispondere anch'essi di determinate responsabilità".

Macedonia: donne contro la guerra

08/03/2002 -  Anonymous User

In Macedonia si festeggia l'8 marzo. E' l'occasione per ribadire che molte sono le donne contro la guerra, e per questo scendono in piazza. Intanto a Skopje si reclama più spazio per le donne in politica.

Forum cooperazione: Claudio Bazzocchi sull'interposizione nonviolenta

08/03/2002 -  Anonymous User

Un intervento di Claudio Bazzocchi del Consorzio Italiano di Solidarietà. Che risultati sono stati raggiunti dall'interposizione nonviolenta nel contesto balcanico?

Introduzione al convegno: "L'Europa dal basso"

06/03/2002 -  Anonymous User

di Giulio Marcon, Presidente ICSCari amici delle organizzazioni del volontariato, delle associazioni, dei gruppi per la pace, del movimento sindacale

Gentili Signori, rappresentanti delle comunità locali, delle autorità locali e regionali, onorevoli parlamentari,
Gentile Signor Sindaco,

Intanto grazie di essere venuti a Sarajevo oggi così numerosi e per aver affrontato -molti di voi- viaggi lunghi e faticosi, e spesso a vostre spese.
Grazie al Sindaco di Sarajevo, alle associazioni, della società civile, alle comunità religiose che vogliamo salutare tutte, scusandoci se arrecheremo disturbo -ci auguriamo minimo- alle funzioni e alle celebrazioni in corso in questi giorni.
Grazie per aver testimoniato in questo modo un sentimento di solidarietà e di pace verso quello che Sarajevo ha rappresentato in questi dieci anni, per i drammatici eventi che ne hanno rappresentato e segnato la storia. Ma grazie anche per fare di queste giornate non tanto una celebrazione o il ricordo di un anniversario triste, ma la testimonianza di un impegno che continua, che non finisce: un impegno per un'Europa oltre i confini, un'Europa dal basso che abbia in Sarajevo uno dei suoi luoghi simbolici.
A Sarajevo, dove l'Europa dieci anni fa ha dimostrato i limiti e i fallimenti di una politica che non ha saputo prevenire e fermare la guerra e non ha saputo difendere quei principi che essa stessa proclama di voler difendere: i principi della convivenza multietnica e della pace, del ripudio del nazionalismo. E il ripudio della guerra, qualsiasi guerra con qualsiasi aggettivo: la guerra non è mai qualcosa di umanitario, ma è sempre e comunque la principale violazione dei diritti umani, fonte di sofferenza e di ingiustizia.
Una lezione che deve continuare a valere oggi non solo verso i Balcani, ma anche verso il Mediterraneo, questo mare sul quale si affaccia l'Europa, un mare ancora attraversato da conflitti e guerre. A partire dal dramma che in queste ore si sta vivendo in Medio Oriente. L'Europa faccia la sua parte, faccia sentire alta la sua volte -anche in modo autonomo- chiedendo che le risoluzioni delle Nazioni Unite vengano immediatamente fatte rispettare nei loro principi fondamentali: lo stop al massaccro delle popolazioni civili, la fine dell'occupazione dei territori palestinesi, la lotta al terrorismo che colpisce vigliaccamente le persone inermi, la creazione di uno Stato Palestinese accanto a quello di Israele, in condizioni di sicurezza per entrambi. Da quella che qualcuno ha definito la "Gerusalemme dei Balcani" venga un forte richiamo, un significativo appello per la pace a Gerusalemme nella Terra Santa: un impegno per sostenere chi in quelle terre si batte per la convivenza, il dialogo e la riconciliazione, nel pieno rispetto dei diritti umani e dei popoli e delle risoluzioni delle Nazioni Unite. La dignità, la libertà, la sicurezza dei popoli non possono essere calpestate. Anche per questo il prossimo 12 maggio in Italia si svolgerà un'edizione straordinaria della marcia per la pace da Perugia Assisi.

L'Europa -quella che noi vogliamo- è fondata sui valori e sui principi della pace e della solidarietà, della convivenza e dei diritti umani, della democrazia e della giustizia, dell'integrazione e della cooperazione. E che proprio qui nei Balcani affronta il suo banco di prova, la sua sfida. Una sfida che interroga anche la società civile e le comunità locali: la loro capacità di essere pronte ad accettare l'impegno per un'Europa diversa fondata sulla partecipazione popolare e su una democrazia che si fonda su un modello di sviluppo sostenibile, umano e sociale, basato sulla giustizia. Un'Europa che -nell'epoca delle grandi difficoltà dell'ONU e delle importanti istituzioni multilaterali e nell'era del trionfo della geopolitica e dell'unilateralismo delle grandi potenze, tra tutte quella americana- può avere un ruolo importante.
L'Europa è una parola magica invocata da tutti in questi anni e che ha provocato talvolta delusioni, amarezze, aspettative e anche illusioni. L'Europa dei governi e dei mercati è spesso andata in direzione diversa dall'Europa dei diritti, della coesione sociale, della pace. E, oggi, le speranze della costituzione di una casa comune europea sono purtroppo ancora lontane. Dopo il 1989 molte aspettative sono andate deluse: le guerre e i nazionalismi, la miopia e la chiusura delle politiche dei governi europei, la lentezza del processo di integrazione hanno evidenziato i limiti e le contraddizioni della nuova Europa del "dopo muro di Berlino".

In realtà in questi anni -come ha ricordato in altra occasione il Sindaco di Sarajevo- si sono costruiti nuovi muri (economici, politici, istituzionali) verso molti dei paesi in transizione: impedendo la circolazione delle persone, perseguendo politiche protezionistiche ed egoistiche, imponendo un modello economico e sociale neoliberista che ha distrutto la coesione sociale ele speranze di uno sviluppo sostenibile. In questo modo l'Europa non ha saputo guardarsi "oltre i confini" e si è concepita come "fortino assediato", altre volte come pura alleanza economica e monetaria.
Noi proponiamo un'Europa diversa, fondata sulla partecipazione popolare e democratica, su un modello di sviluppo fondato sulla solidarietà e la coesione sociale, sulla presenza di articolazioni territoriali e locali, motore dello sviluppo e della democrazia dal basso. Crediamo che questo si possa fare costruendo, per l'appunto, "dal basso" l'Europa che vogliamo.

Ecco perché proponiamo la costituzione di un network eurobalcanico -"l'Europa dal basso"- che abbia al suo centro la pratica e la promozione dei diritti, della democrazia, dello sviluppo locale e sostenibile, della circolazione delle persone. Vogliamo incoraggiare e sviluppare la cooperazione tra le nostre organizzazioni, vogliamo fare un lavoro di pressione e di advocacy presso le istituzioni europee -monitorando attentamente le loro politiche- intendiamo sviluppare esperienze concrete di un'Europa dal basso" che abbia come suo perno le comunità locali e la società civile.
Per noi la società civile non è una parola magica, un feticcio. Non ci piace la retorica sulla società civile. Sappiamo però quanto sia importante in una società una democrazia che si organizza attraverso le istituzioni locali, le organizzazioni non governative, una positiva sussidiarietà. Sappiamo quanto questo -per essere efficace- significhi un trasferimento concreto di funzioni, responsabilità, poteri. Ecco perché ci aspettavamo qualcosa di più dalla Carta dei Diritti deliberata a Nizza e ci aspettiamo -come il movimento federalista e tante altre organizzazioni impegnate in questo campo- molto dalla Convenzione Europea nella speranza che non produca un accordo pasticciato, di basso profilo, tutto in una logica riduttiva sotto il ricatto dei governi e di alcuni paesi antieuropei.

La logica riduttiva è quella che mette il potere dei governi prima dell'espressione della sovranità popolare, che difende politiche protezionistiche contro le economie dei paesi in transizione, che antepone parametri fiscali e monetari a quelli della coesione sociale, dei diritti umani e della democrazia, che si sciacqua la bocca con parole come tolleranza e convivenza e poi impedisce la circolazione delle persone, tratta i richiedenti asilo come delinquenti, pensa che gli immigrati siano delle "non persone".
A noi piacerebbe un'Europa con al centro una politica di allargamento della democrazia, dei poteri del Parlamento centrale, dei meccanismi decisionali, delle sfere di consultazione e di sussidiarietà con i corpi sociali. Un'Europa con una "carta dello sviluppo locale" come bussola di economie che abbiano al centro il rifiuto del neoliberismo selvaggio, la promozione della coesione sociale e la sostenibilità ambientale e sociale di economie dentro i processi di globalizzazione. Un'Europa della convivenza e della circolazione delle persone, accogliendo i rifugiati e governando i flussi migratori, non impedendoli. Un'Europa sociale che accolga come proprio fondamento il contributo che possono dare i movimenti sociali che si sono incontrati a Porto Alegre e che si incontreranno -quelli europei- il prossimo autunno in Italia nel Forum Sociale Europeo per rilanciare le ragioni dell'impegno per un'economia di giustizia e per un'Europa democratica e sociale.

Consideriamo appunto questo appuntamento anche come un contributo al Forum Sociale Europeo che si farà a Firenze a novembre. Consideriamo questa iniziativa come parte importante di rilancio di un impegno verso i Balcani e l'Europa centro orientale. La guerra è finita, ma la pace non è effittivamente costruita. Sappiamo quante siano le contraddizioni e i limiti della situazione che c'è sul campo: l'incertezza dello status e del futuro del Kosovo, i problemi della pace di Dayton, l'incertezza del futuro politico della Serbia, l'impedimento al ritorno di centinaia di miglaiai di profughi. I Balcani non sono altra cosa dall'Europa, sono l'Europa, sono il crocevia di sfide, contraddizioni, prospettive che interessano tutto il continente.
Rilanciare un impegno in questa direzione significa misurarsi su una nuova idea di Europa che sappia pensarsi non come un'altra potenza, ma come una regione che nel suo complesso si misura con i problemi del mondo: i problemi della pace, della cooperazione, della sicurezza, dell'ambiente, della giustizia.

A questa prospettiva le comunità e le autorità locali, le organizzazioni sociali e non governative, le forze della pace, il volontariato possono dare un importante contributo. L'Europa o sarà dal basso, o non sarà. Dal basso significa ripartire dalle persone, dalle società, dalle comunità, da noi; significa ridare senso a parole come democrazia, diritti, sviluppo, benessere, a metterle prima degli interessi egoistici, del puro calcolo materiale, dei privilegi. E delle alchimie di una politica che spesso ci appare distante. Si tratta di ridare parola alle persone e a noi, a saperci farci ascoltare, a saper parlare il liguaggio della democrazia e dei diritti. Anche da questo dipenderà il futuro dell'Europa.

Boldrini (ACNUR): sull'asilo la Bossi-Fini va cambiata

05/03/2002 -  Anonymous User

"E in generale, l'attenzione sul tema dei rifugiati è schizofrenica. Chi sa che in Bosnia ce ne sono ancora decine di migliaia?"

Serbia: maltrattamenti ed abusi della polizia solo nel passato?

04/03/2002 -  Anonymous User

A Nis, sud della Serbia, in un incontro pubblico si fa il punto sul rapporto tra cittadinanza e polizia. Che a fatica cercano di trasformarsi da "forze punitive e repressive" a "servizio garantito al cittadino".

Obiettori persi in una terra di guerrieri

01/03/2002 -  Anonymous User

Bosnia: dopo anni di silenzio finalmente si parla del diritto all'obiezione di coscienza, riconosciuto da leggi che risalgono alla vecchia Jugoslavia ma che fino a poco tempo fa non era mai stato preso in alcuna considerazione dalle istituzioni. Anche se con difficoltà, qualcosa sta cambiando.
Dario Terzic da Mostar, Radila Zarkovic e Darko Brkan da Sarajevo, Sasa Risovic da Banja Luka.

In Serbia come in Sudafrica: una Commissione per la Verità e la Riconciliazione

25/02/2002 -  Anonymous User

Inizia i suoi lavori la Commissione per la Verità e la Riconciliazione voluta da Kostunica. In un momento certo non facile ma significativo: i primi intensi giorni del processo a Slobodan Milosevic.

Croazia: obiettori di coscienza e servizio civile

22/02/2002 -  Anonymous User

Quando si parla di diritto all'obiezione di coscienza, fra tutti gli stati nati dalla dissoluzione della ex Jugoslavia la Croazia costituisce un caso unico. Durante la guerra, tra il 1991 e il 1995, la Croazia riconosceva infatti il diritto all'obiezione di coscienza e introduceva una forma nazionale di servizio civile. Traduziuone a cura di Federica Filippi.

In edicola: la strada per Istambul

20/02/2002 -  Anonymous User

Altan, Paolo Rumiz ed Emilio Rigatti

Macedonia: nuova difesa e nuove speranze per gli obiettori

19/02/2002 -  Dejan Georgievski Skopje

Alcune indicazioni sulla nuova difesa militare macedone e sulla nuova legge che regola, ancora in modo non adeguato, il diritto all'obiezione di coscienza.

Servizio civile e militare: situazione in cambiamento in Serbia

18/02/2002 -  Ada SoštarićMihailo Antović Belgrado e Nis

Un rapido sguardo ad una delle questioni più controverse nonché tema di dibattito in Serbia in questi giorni: servizio civile e servizio militare. A cura di Ada Sostaric e Mihailo Antovic.
Nella Repubblica Federale di Jugoslavia (FRJ) svolgere il servizio civile è possibile, ma impraticabile in realtà. La FRJ, e soprattutto la Serbia, è sempre stata una società piuttosto patriarcale, in parte a causa della sua peculiare collocazione geografica e delle circostanze storiche che spesso l'hanno condotta a guerre e conflitti. Quindi, tradizionalmente il servizio militare era considerato un atto di onore, raramente messo in discussione o evitato, ad eccezione di un'esigua minoranza di intellettuali e attivisti per i diritti umani. Dagli anni Novanta tuttavia, con la guerra e la distruzione della ex-Jugoslavia, la percezione sta lentamente cambiando.
La recente eredità della guerra costituisce oggi per l' esercito jugoslavo un problema a più livelli.
A livello 'micro' i giovani uomini coscritti oggi sono poco entusiasti di dare un anno della propria vita alla 'patria' e cercano di evitarlo, lasciando la Serbia per l'estero o simulando malattie e invalidità. Per sfuggire al reclutamento i più istruiti scelgono di svolgere all'estero i propri studi post-laurea, poiché in caso di ritorno in patria fino ai 35 anni sarebbero reclutabili (il limite ordinario è invece di 27 anni). Ciò implica anche un problema di 'fuga di cervelli' dalla Serbia. Effettivamente, le condizioni in cui si svolge il servizio militare sono pessime: si è lontani da casa, i compiti sono piuttosto duri, il cibo scarseggia e, non ultimo, si è costretti a sorbire le lezioni degli ufficiali più vecchi, convinti di vivere ancora nel pieno dell'era comunista.
A livello 'macro', l'esercito è in grosse difficoltà economiche, nonostante il 70% del budget delle Federazione Jugoslava venga destinato alle spese militari. L'equipaggiamento è antiquato, il cibo spesso è scarso o di pessima qualità. L'ultima generazione di soldati di leva (da giugno ad oggi) ha ricevuto continue licenze per l'impossibilità dell'esercito di garantire condizioni di vita decorose. Politicamente, l'esercito sembra ricevere pressioni dall'esterno e dall'interno: da un lato si rendono necessari adeguamenti strutturali agli standard europei per inserirsi nel contesto internazionale (timidamente cominciati due settimane fa, con il pensionamento forzato di un terzo dei generali), come la riduzione della durata del servizio civile e la parziale professionalizzazione dell'esercito; dall'altro molti politici (ad esempio, Djindjic) considerano un retaggio del tempo passato l'esistenza di un esercito di grandi dimensioni, che richiede ingenti e ingiustificabili risorse economche.
Infine, gruppi di attivisti per i diritti umani fanno pressione affinchè la sfera militare venga posta sotto il controllo di istituzioni civili, la durata del servizio militare sia ridotta e la possibilità di svolgere il servizio civile sia offerta ai giovani maschi.
Una grossa copertura mediatica è stata data alla recente proposta di cambiamento della legge federale sull'esercito jugoslavo, presentata dallo YUCOM, il Comitato di giuristi yugoslavi per i diritti umani. Nel decennio precedente il servizio militare durava 12 mesi (in guerra spesso prolungati a 14-15, se si era così fortunati da sopravvivere), laddove lo pseudo servizio civile durava 24 mesi. 'Pseudo' perché la definizione era quella di "servizio senz'armi", svolto all'interno e sotto la giurisdizione delle istituzioni militari. Questa opzione era fortemente osteggiata dai militari e quei pochi ai quali veniva garantita, in base a motivi religiosi o morali, erano mandati per due anni nei luoghi montani più remoti. Da qui nasce la richiesta di riforma dello YUCOM, supportata da 30.000 firme di cittadini, raccolte in 14 città serbe, presentata nel dicembre 2001. Il nucleo della rivendicazione riguardava il riconoscimento dell'obiezione di coscienza come diritto umano fondamentale, l'equiparazione a 7 mesi di durata per il servizio civile e militare, lo svolgimento del servizio civile nel luogo di residenza e, soprattutto, presso istituzioni civili e sociali (organizzazioni non governative e umanitarie) anziché come servizio militare senz'armi. La proposta è stata rifiutata dal parlamento e dal governo jugoslavo.
Ma data la pressione dell'opinione pubblica, e nonostante le resistenze dell'apparato militare, sempre in dicembre, è stata approvata la riduzione della durata del servizio militare da 12 a 9 mesi. Il servizio civile avrebbe dovuto essere portato da 24 a 18 mesi, ma, grazie alla continua pressione di gruppi di attivisti serbi e stranieri (a questo proposito, ricordiamo che nel settembre 2001 l'EBCO, European Bureau for Conscientious Objection, ha organizzato proprio a Belgrado un seminario sull'obiezione di coscienza nei Balcani, al fine di supportare le istanze della società civile pacifista locale), è stato ridotto a 13. Nessun altro cambiamento è stato legiferato, a causa dei diversi punti di vista all'interno della coalizione al governo. Non è stato reso pubblico su quali questioni vi siano divergenze.
Presumibilmente, il servizio civile sarà consentito a chi si dichiara obiettore di coscienza per ragioni morali e sarà svolto al di fuori delle istituzioni militari (fonte: Radio B92, Dicembre 2001). La possibilità di pagare per evitare di prestare servizio di leva, più volte menzionata negli ultimi mesi, è stata rifiutata come 'incostituzionale'. Alcune fonti riportano poi che il limite d'età per essere reclutati sarà elevato dagli attuali 27 a 30 anni di età, ma l'attendibilità di questa informazione sarà verificata quando la proposta di legge tornerà in Parlamento, nella prima metà del 2002.
In questo quadro, non bisogna però dimenticare gli esiti di un opinion poll condotto dall'Agency Strategic Marketing, effettuato intervistando 1537 cittadini serbi adulti, secondo cui, da dicembre 2000 a dicembre 2001, la percentuale di coloro i quali pensano che la Serbia debba proteggere i propri interessi entrando nella Nato è scesa dal 14 al 7 %, mentre il 26%, contro il 17% di un anno prima, ritiene importante che la Serbia abbia un forte esercito.
In apparenza non molto sembra cambiato nell'esercito jugoslavo, che rimane l'istituzione più chiusa e riottosa al cambiamento in Serbia. Ma la sua apertura e trasformazione sembra inevitabile nei mesi e negli anni a venire. La nuova legge, in attesa di esame quest'anno, farà chiarezza su molte cose.

Vedi anche:

Esercito Jugoslavo

www.yucom.org.yu

EBCO

Radio B92

Serbia: contrasto di opinioni sulla globalizzazione

13/02/2002 -  Anonymous User

I temi della globalizzazione occupano poco spazio sui media serbi. Viene dato più spazio al World Economic Forum di New York che al World Social Forum di Porto Alegre, ed inoltre, tra le stesse ONG il Balkan Social Forum di Kraljevo addirittura non è nemmeno conosciuto. (testo in inglese)

La Carta del nuovo municipio

12/02/2002 -  Anonymous User

Chi si è occupato in questi anni di cooperazione decentrata allo sviluppo nei Balcani e di cooperazione in generale non ha potuto eludere la questione dello sviluppo locale. Cruciale anche in un'ottica di integrazione europea sostenibile e dal basso.

Globalizzazione in Macedonia: uno

12/02/2002 -  Anonymous User

Globalizzazione in Macedonia: uno "splendido nuovo mondo". Il dibattito sulla globalizzazione non sembra aver molto peso in Macedonia, alcuni sono favorevoli altri contrari, ma in pochi hanno le idee chiare su cosa significhi la globalizzazione. Il nostro corrispondente da Skopje ha discusso con alcuni docenti e giornalisti su questi temi.