Edi Rama e Angela Merkel

Edi Rama e Angela Merkel

La visita di Angela Merkel in Albania ha fornito al premier Edi Rama la cornice di pubblico ideale per inaugurare la sua ultima trovata artistica. Il commento del nostro corrispondente

13/07/2015 -  Nicola Pedrazzi Tirana

Tirana, 8 luglio. Il sole cade a picco su un palazzo del governo tirato a lucido. Quando, alle 14.15, la Mercedes di Angela Merkel si affaccia sul boulevard arroventato, centinaia di curiosi muniti di bandiere teutoniche sono già sul posto ad attenderla. La partecipazione non sorprende: l’ultimo cancelliere tedesco avvistato in Albania era stato Gerhard Schröder (era il 1999, l’anno della crisi del Kosovo). Più dei precedenti storici, però, conta l’attualità: per le persone che si stipano sotto il sole, Angela Merkel è la numero uno del continente, la ricca signora d’Europa. “Merkel in Albania: la via albanese al capitale europeo”, è lo slogan scelto dalle grafiche che accompagnano la diretta televisiva.

La Germania in Albania

Dal punto di vista bilaterale, i rapporti tra Germania e Albania  non sono affatto trascurabili. Presente con la sua ambasciata dal 1986, la Germania è oggi il sesto investitore diretto nel paese. A partire dal 1988, anno dell’apertura degli uffici di cooperazione, lo Stato tedesco ha contribuito per oltre 1 miliardo di euro a progetti infrastrutturali; tra gli investimenti misti merita di essere ricordato lAeroporto Internazionale di Tirana , una proporzionata ed efficiente struttura ultimata nel 2004 e divenuta in pochi anni esempio proverbiale della qualità dei servizi tedeschi. Per quanto concerne l’interscambio commerciale, nel 2014 la Germania è stata il sesto partner dell’Albania in termini di esportazioni (50 milioni di euro) e il quinto in termini di importazioni (236 milioni di euro) – tanto per intenderci, l’Italia rimane di gran lunga il primo partner commerciale (con una quota di mercato pari al 33%), seguita dalla Grecia (8.9%), dalla Cina (6.8%) e dalla Turchia (6.5%).

Per quanto rilevanti, questi dati non bastano a spiegare la visita né la calorosa accoglienza degli albanesi. Il tour balcanico di Angela Merkel (Tirana-Belgrado-Sarajevo in soli tre giorni) va infatti compreso all’interno del rilancio dell’iniziativa tedesca nel sud-est europeo: una strategia che compie un anno, perché fu sul finire dello scorso agosto che la cancelliera riunì a Berlino tutti i leader dei Balcani – non senza invitare i rappresentanti delle istituzioni europee ad assistere allo spettacolo. La distensione tra Serbia e Albania che, droni permettendo, Edi Rama e Aleksandar Vučić hanno cercato di interpretare negli storici incontri di novembre e maggio, è senza dubbio da attribuire all'immediatezza del discorso tedesco – «pacificatevi, gli investimenti arriveranno» – a quanto pare più convincente delle burocratiche condizionalità di Bruxelles.

Le ragioni di una visita lampo

A fronte di preparativi estenuanti, la visita si è consumata in un pomeriggio. Dopo appena un’ora di colloqui riservati, Edi Rama e Angela Merkel sono usciti per dare vita alla più prevedibile delle conferenze stampa. Riproponendo uno dei suoi cavalli di battaglia, il premier albanese ha rievocato gli sforzi condotti da Francia e Germania all’indomani della guerra mondiale, inserendo Serbia e Albania nel solco del medesimo europeismo; ha sottolineato i due moti convergenti del processo d’integrazione – perché «i Balcani hanno bisogno dell’Ue tanto quanto l’Ue ha bisogno dei Balcani» – ed ha auspicato che l’Albania ottenga già in autunno il parere favorevole della Commissione all’apertura dei negoziati di adesione – il che, ha scaltramente aggiunto, «aiuterebbe anche a frenare il fenomeno dei richiedenti asilo». Un tema, questo, messo sul tavolo dalla delegazione tedesca, poiché decine di migliaia di albanesi in cerca di migliori condizioni di vita continuano ancora oggi ad utilizzare l’asilo politico come porta d’accesso agli stati europei.

Da parte sua, la cancelliera si è soffermata sulle priorità già individuate da Bruxelles, in primis sull’importanza della riforma del sistema giudiziario e della lotta alla corruzione – «anche perché», affonda, «gli investitori tedeschi hanno bisogno di garanzie, della certezza del diritto». Per quanto riguarda la cooperazione economica tra i due paesi, la stessa Merkel ha ammesso che esistono ampi margini di miglioramento, e che i settori d’interesse per l’imprenditoria tedesca sono anzitutto quelli dell’energia e del turismo. Ai giornalisti che le chiedevano se fosse possibile ipotizzare una data per l’apertura dei negoziati d’adesione, la Merkel ha risposto nell’unico modo possibile: «Simili valutazioni non sono di mia competenza, ma della Commissione». Poco più di un sorrisetto di compassione è stato dedicato alla reporter di TV Klan che le ha chiesto chi fosse «il vero leader del Balcani». Se la domanda in sé lascia il tempo che trova, il parallelo con cui è stata formulata ci dice tanto su come l’Europa a trazione tedesca venga percepita al di fuori dei confini dell’Unione: «Così come, tra tutti i leader europei, lei è leader indiscussa, chi è il nostro leader regionale? Vučić o Rama?».

Espletata una breve sosta di cortesia presso la Presidenza della Repubblica, la cancelliera ha raggiunto gli imprenditori tedeschi riuniti al Tirana Business Park : una “città nella città” nata dai 100 milioni d’investimento del gruppo tedesco Lindner che con i suoi 176.500 chilometri quadrati promette di diventare un punto di riferimento per le attività imprenditoriali di investitori esteri e locali.

Arte e ragion di Stato

Nonostante i facili entusiasmi dei media albanesi, in appena cinque ore di permanenza la “cancelliera onnipotente” non ha promesso nulla di concreto. Ha preso verbalmente atto dei progressi dell’Albania, ne ha sottolineato le fragilità, ha ribadito l’importanza della stabilità regionale: con questo stesso copione si è recata tanto a Belgrado quanto a Sarajevo. Se il discorso politico della Merkel non è mai uscito dai binari del prevedibile è perché l’intero tour balcanico è stato guidato da una visione regionale: una paziente tessitura porta a porta che sembra aver dato i suoi frutti, visto che la Conferenza sui Balcani Occidentali a guida tedesca giungerà alla sua seconda edizione (stando a quanto emerso quest’anno si svolgerà a Vienna).

Mentre Angela Merkel può dirsi pienamente soddisfatta del suo tour de force geopolitico – non va dimenticato che anche sui colli balcanici soffia il vento della steppa russa – Edi Rama, su scala locale, ha festeggiato l’ennesimo goal mediatico. Come spesso accade nella “sua Albania”, arte e politica s’intrecciano in un’unica narrazione. A soli tre giorni dal drammatico referendum greco, la visita di un volto celebre, carico di opposti valori simbolici, ha fornito al premier albanese la cornice di pubblico che attendeva da tempo: Signore e Signori, ecco a voi The Center for Openess and Dialogue, uno spazio espositivo tutto interno al palazzo del governo.

Se l’Albania fosse quel palazzo, il paese avrebbe davvero cambiato volto. A pochi giorni dall’insediamento dell’esecutivo Rama, la rimozione delle nere sbarre dell’era Berisha fu di grande impatto simbolico: una metafora e un’emozione da cui non siamo più riusciti ad uscire. Miglioria dopo miglioria (pratino inglese, geometrie marmoree, cespugli) il Palazzo Chigi albanese ha plasmato una nuova idea di sé, fino a trasformarsi, nel day after Merkel, in un’installazione artistica di livello mondiale. Da qualche giorno ne sovrasta l’ingresso un’indescrivibile pensilina al neon firmata Philippe Parreno, scultore francese noto anche ai profani. Varcata la soglia, l’ampia hall che ha ospitato la conferenza stampa di Angela Merkel abbraccia il cittadino-visitatore con tre opere del tedesco Thomas Demand: Sign, l’asimmetria che ha fatto da sfondo al duetto albano-germanico, è un pezzo inedito, un’anteprima tiranese. Mentre un corridoio luminoso ti conduce all’avvenieristica meeting room, sulla sinistra si apre la biblioteca digitale del Consiglio dei Ministri, d’ora in avanti a disposizione dei cittadini interessati ai documenti del primo ministero. La qualità dei materiali, del marmo, del legno, del vetro utilizzato per la struttura non conoscono eguali nel paese; ovunque scintillano tablet e computer, poco importa capire a cosa servano: il piano terra di «Palazzo Rama» è senza dubbio la prima attrazione d’Albania. All’esterno, sul prato, campeggia ammonitore il Giant Triple Mushroom di Carsten Höller. Un amico che s’intende d’arte contemporanea mi fornisce una buona chiave interpretativa: “la bellezza di questo posto è una follia, un’allucinazione, e con quel fungo te lo dicono apertamente, ti sbattono in faccia la verità e le tue obiezioni”.

Nel gennaio 2011, mentre la folla premeva sui cancelli di quel palazzo, quattro persone persero la vita – al posto dei loro corpi giacciono oggi mattonelle dorate, poste da Rama a memoria imperitura. Nel 2015 tutto sembra cambiato: l’Albania è un paese candidato all’Europa, i grandi della Terra le rendono visita, il potere non si arrocca, apre le porte. Questo ci racconta la splendida installazione artistica del Sultano. In attesa che le ragioni della cultura divorzino dalla ragion di Stato, che la distanza tra arte e politica venga ripristinata, in attesa, in buona sostanza, di una democrazia europea (forse dovremmo iniziare a scrivere: tedesca), i cittadini albanesi possono godersi le mirabolanti coreografie del potere.

Il paradosso

Alla luce del momento internazionale, il tour balcanico della Germania va ben oltre il significato che avrebbe avuto un anno fa: l’accoglienza che gli albanesi hanno riservato alla cancelliera ci conferma quanto già appreso dalla crisi greca: al momento, piaccia o meno, Angela Merkel è l’incarnazione dell’Europa, perché è a lei e alle sue iniziative politiche che i diversi attori fanno riferimento per collocarsi nell’arena continentale. Quanti Štefan Füle, quanti Johannes Hahn hanno intravisto gli albanesi da quando l’Ue ha aperto la sua delegazione a Tirana. Più o meno conosciuti, più o meno amati, nessun commissario, nessun ambasciatore, nessun funzionario di Bruxelles è mai stato in grado di accendere una speranza nel cuore di questi non-ancora cittadini europei. Ciò non è dovuto alle competenze dei singoli, quanto alla debolezza politica dell’Unione nel suo insieme, all’imperscrutabilità delle sue regole, alla vaghezza dei sui disegni agli occhi del cittadino della strada. Al contrario di Jean-Claude Junker, Angela Merkel è la leader di un grande paese: in quanto tale, ancor prima che affidabile, è un’interlocutrice riconoscibile, popolare.

Purtroppo per i cittadini albanesi, nella loro stessa semplificazione (Mercedes-Mondiali-benessere-Europa) risiede il paradosso in cui rischiano di rimanere intrappolati: se le speranze europee appaltate a un paese solo ci danno la misura della debolezza politica dell’Unione, proprio nei giorni della consacrazione della Germania a leader balcanica, la crisi greca, di cui il primato tedesco è causa e conseguenza, rallenta il processo di avvicinamento all’Unione di tutti i paesi della regione. In brutale sintesi, stretta tra il carisma teutonico della leader tedesca e l’estro orientale del leader albanese, la speranza di un’Europa politicamente intesa, di una democrazia europea, non è mai parsa così tanto flebile e lontana come durante la visita di Angela Merkel a «Palazzo Rama».


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