Un'immagine tratta dal portale di Slovenska Filantropija

Massimo, Paola, Umberto sono tre volontari che durante le vacanze natalizie hanno deciso di trascorrere qualche giorno presso il campo di Dobova (Slovenia orientale) in collaborazione con Slovenska Filantropija. Ecco il racconto della loro esperienza.

L'ultimo giorno dell'anno al campo di Dobova ci sono zero gradi. Quest'anno la neve si fa attendere, ma il freddo entra puntuale tra le pieghe dei pantaloni facendosi sentire ad ogni piccolo movimento delle ginocchia. Siamo ai margini dell'Europa di Schengen, a qualche centinaio di metri dal confine con la Croazia. Il governo sloveno qui, per bloccare i migranti, ha tirato un filo spinato lungo la sponda ovest del rigagnolo che segna il confine. Lo si vede luccicare nella luce bianca di questa mattinata di fine 2015.

Il campo, una mezza dozzina di tende affiancate ad altrettanti container arrugginiti, si trova poco fuori la frazione di Brezice, nella zona più orientale della piccola repubblica balcanica. Tutto intorno è un presepe di piccoli villaggi ordinati sulle colline che si snodano ai margini dell'unica autostrada che attraversa la regione, ognuno con la sua chiesa dalle pareti colorate e le casette allineate sotto le nuvole basse. Dalla strada che scorre accanto al campo, con tanto di impeccabile pista ciclabile a due corsie, l'unica crepa nella normalità quasi granitica è una fascia di plastica colorata con scritto "Policija".

Meccanismi che funzionano

Il campo di Dobova è gestito dalla polizia slovena e ovunque è un brulicare di agenti in assetto antisommossa. La divisa è nera da capo a piedi con tanto di stivali ignifughi, giubbetto antiproiettile, pistola, manganello e passamontagna scuro calato sul viso, più per il freddo che per reale protezione. Nikaj (il nome è di fantasia), un giovane poliziotto originario di Lubiana, se lo arrotola sulla fronte per fumarsi l'ennesima sigaretta. Un metro e ottanta di nervi e muscoli, le mani nude arrossate dalla temperatura appena sotto lo zero, e la voce alta e squillante nel parlare con i colleghi. Gli occhi azzurri entrano a pieno titolo in una faccia magra e sbarbata, sorridente e a tratti amichevole. Ha voglia di fare due chiacchiere: lavora qui ormai da 4 mesi, da quando questo luogo paradossale era poco più che un ammasso confuso e colorato di persone che marciavano sul bordo di campi coltivati, in quelle immagini rese famose dai giornali di tutto il mondo. Ora, pur nella sua follia, ricorda una macchina organizzata e funzionale, un mucchio di ingranaggi in serie che non si possono permettere inceppamenti.

"Ogni giorno ci sono momenti di tensione - racconta in buon inglese senza particolare enfasi - qui convergono persone di etnie e paesi diversi, spesso in guerra tra loro. Gli afghani sono i peggiori: mentono spudoratamente ai controlli, non fanno la fila e nella calca per salire sugli autobus a volte calpestano anche donne e bambini”. Poi si volta a dare istruzioni ai colleghi arrivati qui in supporto alla polizia slovena da diversi paesi dell’unione: oggi è il turno di ungheresi, cechi e slovacchi. Nikaj si mette a ridere quando chiedo se dalla vicina Italia hanno mai mandato qualcuno.

A intervalli irregolari si fermano nel piazzale asfaltato vecchi pullman di linea salvati dalla rottamazione, stracolmi di persone dall'aria stanca. Scendono dalla porta anteriore, di fianco a un cartello posto senza troppi fronzoli sul parabrezza - “transport of migrants” - ed entrano in fila indiana nella prima tenda del campo. Procedono con indolenza in mezzo ai militari e ai loro fucili da assalto a tracolla. Alcune donne anziane hanno bisogno di una sedia a rotelle, dei bambini con la febbre vengono assistiti presso un piccolo container rosso con la scritta della croce rossa internazionale. Dentro ci sono tre dottoressine slovacche appena laureate con un piccolo prontuario di farmaci di prima necessità. Qualche settimana fa una donna al nono mese di gravidanza è stata mandata in urgenza al vicino ospedale dove ha partorito un bambino in perfetta salute. Anche a Dobova, a quanto pare, c'è spazio per una nuova vita.

Un'equipe di volontari con un megafono giocattolo si fa largo tra la folla che, dopo un rapido passaggio nella zona ristoro dove viene offerto qualche panino, del pesce secco e un cartone di latte, attende per ore in un grosso tendone pieno di coperte grigie e di rifiuti il momento del riconoscimento. Si occupano di ricongiungere le famiglie che, nella confusione del transito, spesso vengono separate. I nomi, sussurrati appena dalle labbra stanche di chi è in viaggio da decine o centinaia di giorni, si sentono appena.

Su una panchina di legno, appena perquisita scrupolosamente dalla polizia, siede una ragazza siriana di trent'anni, al terzo mese di gravidanza e con in braccio la figlia di meno di un anno. La bambina si chiama "Giulianaha", con la "h" aspirata, ha gli occhi profondi, scuri, grandissimi. Sorride di continuo, come la madre, che incurante del freddo e della febbre si rivolge a chiunque con modi gentili. Al posto della più cieca, ovvia e rabbiosa disperazione offre una cordialità quasi evangelica. Vista così, con un bambino in braccio, gli occhi abbassati e un velo rosato a coprire i capelli, in effetti, è la fotografia stessa della natività. Sarà solo questione di ormoni? Il resto della famiglia "is missing" e i volontari fanno la spola tra i vari tendoni per fare in modo di ritrovare il padre e lo zio. Il timore è che siano rimasti indietro, in Croazia, o che siano stati spinti avanti fino alla stazione di Dobova, da cui partono rapidi i treni per l'Austria.

Le famiglie che approdano in questo campo chiedono acqua, coperte, dov'è il bagno e la password del Wi-Fi. Ogni giorno transitano di qui una media di 3000 persone, più o meno un piccolo paese di provincia italiano. Più della metà sono bambini.
Jaka è un volontario di Slovenka Filantropja, l'associazione che si occupa di supporto ai migranti fornendo loro cibo, coperte e assistenza per le poche ore trascorse in questo paese di transito. Ha un fare militaresco nel dare gli ordini ai volontari, è quasi totalmente privo di senso dell'umorismo e indossa un giubbetto giallo catarifrangente per rendersi identificabile. "Mesi fa vedevamo solo giovani maschi - racconta in un momento di pausa - ora è il turno delle loro famiglie. La polizia conosce con un certo anticipo il numero di persone che la Croazia fa passare ogni giorno. Tutto è ormai ben organizzato, e noi cerchiamo di rendere il transito meno traumatico possibile".

Europa lontana

Secondo gli accordi di Dublino i migranti dovrebbero farsi registrare nel paese di ingresso in Unione europea e fare domanda di asilo, ma spesso preferiscono proseguire per altri paesi europei dove sperano di avere più possibilità di trovare una casa e un lavoro. Lì ci sono spesso i familiari già emigrati, che aggiornano via Whatsapp sui loro spostamenti. A Dobova non è difficile percepire la distanza tra le parole scritte su una carta partorita nell'Europa patinata dei parlamenti e la realtà dei fatti.

La Slovenia, d'altra parte, è ben contenta di vedere passare rapidamente queste folle di disperati, con la facilità con cui si manda avanti veloce la brutta scena di un film in videocassetta. Il governo ha in mano il telecomando e si concede di mettere in pausa giusto il tempo necessario per dare l'assistenza minima per le poche ore necessarie al trasporto fino alla prossima frontiera. Il desiderio comune di scorrere velocemente verso il centro d'Europa riesce a malapena a mitigare lo squallore di questa folla di disperati che, con la sola colpa di scappare dalla guerra e dalla povertà, viene ammassata, scortata e spronata a proseguire più in fretta possibile.

In un tendone è stato allestito un deposito pieno di vestiti, cappotti fuori moda, latte per bambini di diverse età e pannolini. In un angolo ci sono diverse cassette piene di vecchie scarpe, divise per numero. Bisogna distribuirle con cautela perché spesso i rifugiati fingono di non averne rendendo complicato capire chi ne ha davvero bisogno.

La lunga fila di persone e coperte termina nel tendone della polizia dove gli addetti all'immigrazione prendono a tutti le impronte digitali, scattano una fotografia, rivolgono qualche svogliata domanda di rito - “Where are you going? Germany?” - ed infine consegnano ad ognuno un pezzetto di carta con un numero, il passaporto per la prossima frontiera. Ci sono degli interpreti, hanno la pettorina azzurra e sono oberati di richieste da parte di volontari e polizia.

Per ingannare l'attesa c'è chi dorme sfidando il rumore assordante, chi gioca a calcio con qualunque cosa sembri vagamente in grado di rotolare e chi semplicemente fissa il vuoto senza sapere cosa attendere dal domani. Un'associazione di ragazzi sloveni oggi ha portato qualche giocattolo, un quaderno e un po' di pennarelli colorati. I bambini si godono questo piccolo diversivo come se si trattasse della cosa più preziosa sulla faccia della terra.

I pullman che vanno in Austria sono più grandi e confortevoli. I migranti salgono uno alla volta passando attraverso due poliziotti armati che, con tono di voce crescente mano a mano che si va verso sera, intimano loro di portarsi appresso solo una bottiglietta d'acqua e niente di più. Zaini, borsette, sacchi a pelo e valige vengono strappati di mano e, grazie all'aiuto dei volontari solerti di Slovenska Filantropija, caricati sotto l'autobus. Basta uno sguardo gentile per veder spuntare un sorriso sui volti preoccupati.

Un ragazzo in fila si batte le spalle infreddolito mentre una madre di Kabul rallenta la processione insistendo con i poliziotti perché le facciano prendere un po' di latte dalla borsa per la figlia che tiene in braccio. "Novanta chili - fa segno con le mani - quando sono partito 90 chili. Poi 100 giorni a piedi. E ora 65 Kg". Sono tutti muscoli come ci tiene a mostrare tendendo il bicipite sopra il maglione blu di lana scadente. Ride quando ci mostriamo visibilmente impressionati.

E' sera

Nel frattempo è scesa la sera, i piedi si sono fatti ancora più congelati e aumentano in frequenza le brevi soste a lato dei bocchettoni di plastica da cui viene pompata aria calda all'interno delle tende. Quella di Slovenska Filantropija è addobbata con alcune luci colorate che si illuminano a intermittenza e dei festoni appesi alla meno peggio, a ricordare che in fondo è stato Natale anche qui.

Jaka racconta ufficiosamente che per domani e per i prossimi giorni non sono previsti nuovi arrivi a Dobova. La Germania, a quanto pare, ha chiuso le frontiere per un po’. Rimane il mistero su dove trascorreranno queste settimane i profughi che in questo momento stanno baciando il suolo di qualche isola greca, e si apprestano a percorrere questo corridoio obbligato verso il sogno chiamato "Europa”. Un sogno che al momento ha la sola forma credibile di un lungo viaggio in autobus con una bottiglietta di plastica tra le dita sporche.

Quando sono le undici quasi tutti i profughi sono stati smaltiti. Sulla panchina di legno, al freddo di un tendone ormai deserto, c'è sempre Giulianaha che sonnecchia in braccio alla mamma. Qualcuno le ha avvolte in una pesante coperta di feltro.
Da lontano si scorgono sopraggiungere due volontari che si disegnano un bel sorriso sul volto reso rosso dal gelo. "Abbiamo trovato tuo marito - annunciano -. È nella tenda qui a fianco". La donna sorride, i volontari sorridono, sorride anche Samantaha e sorridiamo un po' tutti. I poliziotti fingono di essere distratti mentre lei salta la fila e ritrova il marito, Mohammed. Persino a Dobova, adesso, c'è qualche grammo di disperazione in meno.

 

* Massimo, Paola, Umberto sono tre volontari che durante le vacanze natalizie hanno deciso di trascorrere qualche giorno presso il campo di Dobova (Slovenia orientale) in collaborazione con Slovenska Filantropija. Scrivono sul blog selinunte.blogspot.it


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