Kosovo - Ignacio Maria Coccia

Kosovo - Ignacio Maria Coccia

A sette anni dalla dichiarazione indipendenza dalla Serbia, i cittadini del Kosovo non hanno molto di che festeggiare: disoccupazione alta e una classe politica irresponsabile tra i motivi di delusione, che ha portato decine di migliaia di persone a lasciare il paese. Un’analisi

27/02/2015 -  Violeta Hyseni Kelmendi Pristina

Quando nel febbraio 2008 il Kosovo dichiarò l’indipendenza dalla Serbia, le aspettative di un miglioramento delle condizioni di vita nello stato più giovane e più povero d’Europa erano alte. A distanza di sette anni, non vi è nessuna traccia di speranza, solo frustrazione e sconforto. E una grande fatica a trovare motivi per celebrare un anniversario piuttosto importante.

“Questo mancato entusiasmo per la celebrazione dell’anniversario dell’indipendenza è naturale, lo si vede sempre nei paesi dove le aspettative della popolazione si scontrano con importanti sfide davanti alle quali si trovano le istituzioni”, spiega l’analista politico Halil Matoshi.

L’esodo di decine di migliaia di cittadini kosovari verso l’Unione europea è il segno più evidente di quanto grande sia la loro disillusione di fronte alle condizioni in cui si trova il paese, un paese dove l‘indipendenza e la libertà non hanno portato alla crescita economica e al benessere sociale. Stanchi della difficile situazione economica, profondamente segnata dalla disoccupazione e dalla povertà (circa il 45 per cento della popolazione kosovara è disoccupato, mentre circa il 20 per cento vive sotto la soglia di povertà), ormai da qualche mese centinaia di kosovari lasciano ogni notte il loro paese con l’intenzione di richiedere asilo nell’Unione europea, alla ricerca di un futuro migliore. Prendono l’autobus per attraversare la Serbia, e poi di lì, con l’aiuto di trafficanti, tentano di raggiungere l’Ungheria. Anche quelli che riescono a passare il confine e a richieder l'asilo, hanno però pochissime probabilità ottenerlo. Per loro la prospettiva più probabile è quella del rimpatrio forzato.

In occasione del settimo anniversario dell’indipendenza, il primo ministro kosovaro Isa Mustafa ha invitato i cittadini a non lasciare il paese. “Non esiste nessun motivo per lasciare il Kosovo, esistono invece buoni motivi per rimanervi”, ha detto il premier nel suo discorso durante la sessione straordinaria del Parlamento, promettendo ai cittadini kosovari un futuro più luminoso e prospero e invitando alla lotta contro disoccupazione, povertà, corruzione e criminalità organizzata.

Il malcontento scende in piazza

Le proteste antigovernative, tenutesi lo scorso gennaio a Pristina in un’atmosfera di alta tensione tra manifestanti e polizia, sono un altro indicatore del forte malcontento della popolazione nei confronti di una leadership corrotta e incapace di reagire all’assenza dello stato di diritto, al blocco dello sviluppo economico e sociale e alla mancanza di prospettive per i giovani.

“Certo che a sette anni dall’indipendenza ci si sarebbe aspettati un progresso in tutti gli ambiti, invece assistiamo ad un regresso che interessa tutti i settori della società: educazione, economia, giustizia, sanità, etc. La gente è depressa e scoraggiata di fronte ad una giustizia selettiva e un nepotismo diffuso. I partiti politici di fatto controllano quasi tutti i segmenti della vita sociale, e coloro che preferiscono rimanere neutri finiscono completamente isolati”, spiega l’analista Besa Luzha.

A suo giudizio, la situazione attuale, in cui la vita lussuosa dei politici e la loro arroganza nei confronti dei cittadini sono in forte contraddizione con l’inefficienza della sanità pubblica e le pensioni molto basse, continua a nutrire il malcontento della popolazione per il modo in cui si comporta l’élite dirigente kosovara.

Nel suo discorso tenuto in occasione del settimo anniversario dell’indipendenza del Kosovo, la presidente Atifete Jahjaga ha riconosciuto che “il Kosovo non assomiglia ancora al paese che desideravamo e a cui aspiravamo”.

“Il percorso che abbiamo intrapreso per realizzare la visione di un Kosovo indipendente, democratico e libero, un Kosovo che vive nella pace, continua ad essere difficile. Abbiamo lavorato tanto, con molti sacrifici e continue sfide, ottenendo numerosi successi, ma spesso compiendo anche degli errori.  Molte volte ci siamo sentiti delusi, isolati, senza speranza. Eravamo impotenti, scoraggiati, stanchi. Tuttavia, il Kosovo di oggi, per il quale eravamo pronti a dare la nostra vita, deve ancora soddisfare le nostre aspettative”, ha detto la presidente.

Lo status del Kosovo

Il Kosovo è stato finora riconosciuto come stato indipendente da 108 paesi, compresi gli Stati Uniti e 23 dei 28 Stati membri dell’Unione europea. Secondo l’analista politico Halil Matoshi, questi riconoscimenti, anche se non sufficienti per permettere a Pristina di chiedere un seggio alle Nazioni Unite, possono essere considerati un successo, insieme all’adesione del paese a numerose organizzazioni internazionali, l’ultima delle quali il Comitato Olimpico Internazionale.

Tuttavia, lo status del Kosovo rimane problematico per quanto riguarda i rapporti con l’Unione europea e con la NATO, alle quali Pristina aspira ad aderire. Nessuna di queste due organizzazioni con sede a Bruxelles riconosce il Kosovo come stato indipendente, in quanto alcuni tra gli stati membri disapprovano la separazione dalla Serbia, e il nome del paese continua ad essere accompagnato da un asterisco che rimanda alla seguente nota: “Questa designazione non è pregiudicante nei confronti dello status, ed è in accordo con la Risoluzione dell’ONU 1244 e con l’opinione della Corte di giustizia internazionale sulla dichiarazione di indipendenza del Kosovo”.

Questa denominazione è l’esito di uno scomodo compromesso raggiunto tra Pristina e Belgrado, dopo lunghi negoziati tenutisi con la mediazione dell’UE, per facilitare la partecipazione del Kosovo ai summit internazionali e regionali. La normalizzazione dei rapporti tra i due paesi è una precondizione necessaria per poter proseguire verso l’obiettivo comune di aderire all’Unione europea, la quale ha infatti investito molta energia in merito.

I progressi raggiunti

Nonostante il diffuso malcontento popolare riguardo al progresso compiuto dal paese negli ultimi sette anni, alcuni risultati sono innegabili, come la nuova autostrada che collega Pristina con l’Albania, una migliore cornice legislativa, numerosi investimenti nell’edilizia scolastica e nell’infrastruttura, etc.

“Non abbiamo mai pensato che la costruzione del nuovo paese potesse essere facile, perché le nostre risorse e capacità erano limitate. Le difficoltà iniziali sono state notevoli, le priorità numerose e le aspettative alte. Non c’era tempo di scoraggiarsi né di esitare. Abbiamo costruito il Kosovo. Ora dobbiamo farlo diventare il paese che tutti desideriamo”, ha ribadito la presidente Jahjaga in occasione del settimo anniversario dell’indipendenza.

Quest’anno il Kosovo dovrebbe firmare l’Accordo di stabilizzazione e di associazione con l’Unione europea, ma gli analisti sostengono che neanche questo importante passo avanti porterà al riconoscimento unanime dello status indipendente del paese. Ugualmente pessimistica è la prognosi relativa alla liberalizzazione dei visti, soprattutto alla luce della recente visita di Johannes Hahn a Pristina, durante la quale il Commissario europeo per l’allargamento ha espressamente ribadito la linea dura di Bruxelles nei confronti della crescente presenza nello spazio Schengen di richiedenti asilo e immigrati irregolari provenienti dal Kosovo, percepiti come un ostacolo al proseguimento delle riforme in materia di visti.


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