In un incontro a Kraljevo, lo scorso dicembre, si sono poste le basi per un Social Forum dei Balcani. Qui di seguito un reportage di Davide Sighele ed alcune fotografie di Andrea Pandini. Il reportage è stato pubblicato su Carta di questa settimana

25/01/2002 -  Davide Sighele

Un garage, laboratorio di idee.
Le mani nere di olio e grasso sollevano la tazzina piena di caffè turco. La sigaretta fumata con calma mentre gli occhi restano fissi sul motore. Poi le mani si immergono di nuovo tra bulloni, pistoni ed alternatore.
Siamo in un'officina a pochi chilometri da Smederevo, nel centro della Serbia. Abbiamo percorso già molti chilometri da Banja Luka, nord della Bosnia, dove si sono aggiunti a noi Robert, Zilj, Predrag e Biljana. Ma poi il sistema elettrico del furgone è andato in panne, i tergicristallo bloccati, la ventola del riscaldamento muta. In autostrada non troviamo nessun meccanico, molti di loro oggi festeggiano il santo protettore della loro famiglia, sono già a casa dei parenti immersi tra rakja, dolci ed ampie portate di carne. Mai si sarebbero messi a lavorare durante la "Slava".
Tranne questo ex-calciatore che dopo aver abbandonato la carriera professionista passava il suo tempo a "pescare clienti lungo l'autostrada". Difficile ci arrivino da soli alla sua officina, a soli sette chilometri dal casello, ma immersa nelle strade strette e nel silenzio della campagna serba.
In un angolo dell'officina un divano a due posti, un tavolino ed alcuni sgabelli. Occorre fare attenzione a non toccare la stufa in ghisa, oramai incandescente. Dietro a noi un'intera parete dove vengono appese chiavi inglesi. Gli uomini al lavoro ogni tanto interrompono le nostre discussioni, ci scansiamo, si allungano sopra di noi per prendere ciò che è loro necessario.
Entro sera vorremmo arrivare a Kraljevo dove si svolgerà un incontro titolato "La globalizzazione e i Balcani", primo momento per la creazione di un Social Forum del sud est Europa. L'incontro di domani è già nelle teste di tutti ed il garage immerso nel silenzio e nei latrati dei cani diviene per alcune ore un vero e proprio laboratorio di idee.
Robert, Zilj, Predrag e Bojana oramai da alcuni anni collaborano alle attività dell'Agenzia della Democrazia Locale di Prijedor, nel nord della Bosnia. Alcuni di loro si definiscono anarchici "ma nel senso che vogliamo essere liberi da determinati schemi mentali, liberi di guardare il mondo da punti di vista che mutano e non siano rigidi". Questa è una delle prime occasioni che hanno per uscire dal loro Paese ed incontrare altri gruppi, altre esperienze, altri ragazzi che hanno vissuto le tragedie di questi ultimi dieci anni. L'obiettivo è quello di formare una rete tra le diverse realtà che possa portare alla creazione di un movimento presente in tutti i Balcani e che possa superare i "confini etnici" della ex-Jugoslavia.
Nei pacchetti sul tavolino le sigarette sono sempre meno, ed i discorsi si accumulano. Quando i meccanici al lavoro escono da sotto al furgone chiedono curiosi cosa andiamo a fare a Kraljevo. Un bel contrasto tra loro che probabilmente in passato votavano Milosevic e la genuina voglia dei ragazzi bosniaci di parlare anche con loro di globalizzazione e delle sue possibili conseguenze sull'area balcanica. E poi discutiamo della difficoltà di creare in Bosnia buoni progetti di cooperazione allo sviluppo, di come la società bosniaca percepisce la presenza internazionale. Di ritorni di minoranze e reazioni delle istituzioni a questi rientri. Mi raccontano della città di Prijedor, città dove alcuni di loro vivono, del suo paesaggio violentato dalla pulizia etnica ed ingombro di macerie. "Ora è diverso, 15000 musulmani sono rientrati, le loro case ricostruite". Me ne ero accorto anch'io di notte attraversando il paesaggio collinare che annuncia Prijedor. Meravigliosi simboli del rientro le luci delle lampadine che pendono davanti alle porte d'entrata delle case ricostruite. Non vi sono lampioni ed allora queste luci bianche, sparse nelle vallata stanno a ricordarci che la vita è ritornata. "Eppure le difficoltà sono molte" ci ricorda Robert "recentemente sono stati riesumati ed indentificati molti corpi di persone vittime della pulizia etnica. Ai funerali nessun rappresentante serbo era presente, nemmeno la sindaca di Prijedor. E lei è una persona moderata ma vi sono ancora alcuni poteri celati ma forti che governano la città, gruppi mafioso-nazionalisti sicuramente non esenti da responsabilità per ciò che è avvenuto durante la guerra".
Poi mi parlano della loro rivista, titolata in modo provocatorio "Bianco e nero" contro chi rinuncia a vedere la vita in modo complesso e variegato. Anche alcune loro recenti vicende personali sono esempio della necessità di contrastare facili semplificazioni e classificazioni: i genitori di Zilj alcuni anni fa sono emigrati negli Stati Uniti. Lui ha resistito un anno intero ma poi è ritornato in Bosnia. Durante la guerra in Kossovo ed i bombardamenti della NATO si trovava in Arizona. "Sono andato ad una manifestazione contro i bombardamenti. Ma mi sono ritrovato tra nazionalisti serbi che andavano addirittura in giro con i berretti dei cetnici. Ero contro i bombardamenti ma totalmente diverso da quelli che manifestavano. Me ne sono stato tutto il tempo in disparte, io assieme ad un ragazzo di colore ed un ragazzo di origine indiana".
Ed anche Robert racconta che durante i bombardamenti si trovava a Banja Luka ad una manifestazione. Ad un certo punto la folla ha iniziato ad inneggiare a Poplasen, allora presidente della Republika Srpska ed espressione di un nazionalismo estremo. "Per questo il titolo della nostra rivista perché il mondo non è o bianco o nero, come si vuol far credere".
Il motore è di nuovo acceso, i tergicristallo ed i fari funzionano. Ripartiamo per Kraljevo.

Social Forum dei Balcani

Andrej Grubacic è uno dei leader dell'Iniziativa per una Democrazia Economica, associazione che ha sede a Belgrado. E' molto vicino al gruppo di Le Monde Diplomatique ed alla rete di idee e di persone che ad esso fanno riferimento. E' lui uno degli organizzatori dell'incontro di Kraljevo. Per la prima volta attivisti di gruppi ecologisti, anarchici, gruppi che si battono per la promozione dei diritti umani e per la costruzione di una cultura della tolleranza e del rispetto si incontrano per parlare di globalizzazione e degli effetti che questa globalizzazione avrà ed ha già oggi sui loro Paesi e sul mondo intero. Ma uno degli obiettivi di quest'incontro è anche quello di creare una rete di rapporti ed alcune iniziative comuni che possano rappresentare la spina dorsale per un Social Forum dei Balcani.
"Molte delle politiche adottate in questi ultimi mesi dal governo serbo" ci dice Andrej "sono adottate sotto il dettato del FMI e della Banca Mondiale. Basti vedere i tagli selvaggi sullo stato sociale. Noi vorremmo riuscire a sviluppare un'opposizione costruttiva a queste dinamiche. Proprio a partire dall'analisi della situazione locale con un punto di vista che sia però globale". Andrej continua, col suo modo di fare pacato ma deciso "è importante la costituzione di questo Social Forum in modo da rompere le vecchie logiche, promuovere nuove idee e nuovi contatti ed inoltre sfuggire alle facili strumentalizzazioni. In passato tutti questi movimenti venivano inseriti in categorie rigide: socialisti, nazionalisti, anarchici. Se poi si parla di tolleranza e diritti sociali ecco che ti inseriscono nella categoria del jugo-nostalgico. Ma noi qui vogliamo fare qualcosa di nuovo".Ed anche alcuni dei termini utilizzati in questi giorni sono stati radicalmente diversi. A partire da una delle due lingue che venivano utilizzate durante gli incontri. Una era l'inglese, e fino a qui niente di nuovo, la seconda il "nashski" termine che letteralmente andrebbe tradotto come "la nostra (lingua)": si spazzano così via dieci anni di strumentalizzazioni nazionaliste e violenze etimologiche e lessicali sulle lingue nei Balcani volte a creare da un'unica lingua che tutti parlavano, seppur con diverse sfumature regionali, quattro lingue diverse.
Altri elementi rilevanti emersi dalle tre giornate di lavoro sono stati il livello di dialogo e tolleranza che caratterizzano i gruppi e le associazioni che si sono ritrovati a Kraljevo. E' sempre significativo vedere serbi-bosniaci e musulmano-bosniaci che discutono e progettano di lavorare insieme, come è significativo che i ragazzi croati e sloveni si sentano parte di questo sud est Europa e vogliano lavorare per migliorarne il futuro.
Inoltre è stata confermata una nuova attenzione verso dinamiche globali. Si sta pian piano uscendo dall'isolazionismo nel quale erano piombati alcuni Paesi dei Balcani. Si fa strada sempre più l'idea che il locale non è scollegato dal globale. Che le politiche ora adottate e portate avanti nei Balcani dipendono strettamente da dinamiche internazionali e che anche i popoli dei Balcani devono prendersi carico del "destino di tutti noi, dell'umanità". "Fino ad ora la gente della Bosnia ha sempre pensato di non aver problemi legati all'inquinamento. Spesso ti dicono che essendo poveri consumano poco ed interferiscono poco con l'ambiente. Purtroppo questo non è vero e solo grazie a nuove sensibilità riusciremo a far rinascere il nostro Paese" ci dice Zilj raccontandoci di un progetto che stanno per promuovere assieme ad alcuni ragazzi di Mostar. "Ripuliremo il fiume Vrbas, il fiume che unisce Republika Srpska e Federazione". E si ha l'intenzione di sfruttare questo momento di lavoro per promuovere incontri che possano approfondire le loro conoscenze sulla questione ambientale.
Inoltre l'incontro ha testimoniato l'esistenza e la nascita di reti di associazioni ed iniziative che si possono confrontare in modo paritario con iniziative simili che si oppongono al neo-liberismo e che credono che "un altro mondo è possibile". Questo al di fuori degli schemi vecchi ed un po' aridi di una certa cooperazione allo sviluppo. La gente dei Balcani non ha solo bisogno di aiuto ma ha sopratttutto bisogno di nuove idee e relazioni.
La nascita di un Social Forum nei Balcani può essere inoltre molto importante anche per il movimento No-Global mondiale. I Balcani infatti non devono essere dimenticati, e le tragedie accadute in questa parte d'Europa sono pregne di modernità e di moniti su quale sia il vero volto della globalizzazione.
La presenza di tre appartenenti al nascituro Social Forum dei Balcani a Porto Alegre sarà una buona occasione per iniziare a confrontarsi e lavorare su questi temi. Il viaggio in Brasile come l'organizzazione dell'incontro a Kraljevo è stato possibile anche grazie al supporto del Tavolo trentino per la Serbia e del network italiano a supporto dell'Agenzia della Democrazia Locale di Nis.

Acqua per tutti e musica rom

"L'acqua è un problema cruciale e per tutti. Sono gli stessi esperti delle Nazioni Unite e della Banca Mondiale ad affermare che se le nostre attitudini nei confronti del consumo, dello spreco e dell'inquinamento delle risorse idriche non muteranno immediatamente il pianeta vivrà sempre più conflitti violenti attorno a questa risorsa fondamentale e scarsa. In parte questo avviene già, basti considerare la crisi arabo-palestinese". Emilio Molinari è vicepresidente del Comitato Italiano per un Contratto Mondiale sull'Acqua. E' anche lui a Kraljevo per descrivere ai partecipanti al seminario l'attività del Comitato, l'esperienza italiana dei Social Forum, le novità portate sulla scena italiana e mondiale da questi movimenti: "anche nei Balcani la questione dell'acqua è cruciale. E' vero, ne avete tanta, la vostra è una terra ricca di fiumi. Ma basta avere presente cosa è accaduto al Danubio, una sola multinazionale ha rovinato uno dei fiumi più belli e ricchi d'Europa. E le conseguenze ancora non le conosciamo nella loro totalità". Come poter intervenire, chiede qualcuno. "Innanzitutto con la consapevolezza che la questione dell'acqua dev'essere messa al primo posto dell'agenda politica dei vostri governi, dei partiti all'opposizione, delle organizzazioni internazionali e delle singole associazioni" risponde Emilio con un linguaggio raffinato ed intriso di significato che difficilmente riesce ad essere tradotto in inglese. "Ed attenti che uno dei pericoli più grossi che stiamo correndo è la privatizzazione delle risorse idriche. L'acqua in molte città è già posseduta da multinazionali private e questa è una tendenza che va ampliandosi". "Non è esentata neppure la Serbia da queste logiche", gli fa eco Andrej, "la privatizzazione delle risorse idriche è uno dei percorsi che il governo sta valutando di intraprendere".
"Credo nella forza e nella relazione tra diversità ed unità" continua Emilio spiegando anche l'ampiezza e la varietà del movimento no-global in Italia " e non voglio vivere in un mondo uniforme ed uniformizzato. Sono ad esempio innamorato della musica rom e della musica balcanica. Ma anche del Fado, quello che ho conosciuto in alcuni locali di Lisbona e non ho intenzione di rinunciare a tutto questo".
Tavian è un ecologista rumeno, di Timisoara. Non ha dimenticato le parole di Emilio e la sera, dopo cena, racconta di un incontro avuto durante una biciclettata organizzata nelle strade della sua città. "Siamo finiti alla stazione e c'era un gruppo di Rom, stavano andando ad un matrimonio. La sposa e lo sposo al centro ed attorno gli invitati. Non potevano permettersi un viaggio in auto ed allora aspettavano insieme il treno. Ed i musicisti che li accompagnavano non smettevano di suonare. Fisarmonica ed ottoni. Abbiamo ballato e cantato con loro e ti assicuro Emilio ti saresti divertito". Tavian ritorna con la sua birra in una sala del centro DRK di Kraljevo, che ha organizzato l'incontro, dove stanno proiettando alcuni filmati su Genova.
Noi salutiamo e rientriamo all'ostello dove i partecipanti al seminario sono ospitati. Il guardiano accoccolato su di una poltrona si alza ad aprirci. Domani si rientra in Italia, ci aspetta la neve caduta copiosa questi giorni sulla Serbia, ci aspetta la solitudine delle autostrade da queste parti. In questi giorni il traffico è sulle corsie opposte: le lunghe file dei fari degli emigranti che tornano a casa per Natale.

Alcune foto di Andrea Pandini I, II, III

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