Protezione

Erano stati condannati a 15 anni per la repressione durante i moti di protesta a Timisoara del 1989. Ora l'Alta Corte di Cassazione annulla la sentenza. Per il quotidiano "Evenimentul Zilei" una protezione nei confronti del "braccio armato del sistema".

15/04/2004 -  Anonymous User

Di Flavia Mosca Goretta
Alla fine di marzo l'Alta Corte di Cassazione e Giustizia rumena si è pronunciata a favore dell'annullamento di una sentenza che condannava a 15 anni di reclusione i generali Victor Athanasie Stanculescu e Mihai Chitac. I due militari erano stati riconosciuti come i responsabili della violenta repressione dei moti scoppiati tra il 16 e il 22 dicembre 1989 nella città di Timisoara, repressione che causò decine di vittime (tra cui tredici bambini), principalmente ad opera degli agenti della Securitate, la famigerata polizia segreta del dittatore Ceausescu. A seguito di tale decisione, i parenti delle vittime di Timosoara hanno annunciato l'intenzione di rivolgersi alla Corte europea per i Diritti umani di Strasburgo, se il nuovo processo non farà chiarezza sulle effettive responsabilità del massacro.

Secondo il giornale rumeno "Evenimentul Zilei", sembra difficile che i magistrati abbiano preso la decisione di riaprire il caso di propria spontanea volontà. E' facile, ha scritto il giornale il 23 marzo scorso, immaginare quale sia il succo della questione: il "braccio armato del sistema", non importa quanto polveroso e paralizzato sia, non può essere lasciato senza protezione.
A 14 anni dalla fine della dittatura di Ceausescu, la Romania sembra avere ancora forti difficoltà a lasciarsi alle spalle i fantasmi del regime. una delle principali cause può essere ricercata nel mancato ricambio della classe politica all'indomani della caduta del "Conducador": al contrario di altri paesi, infatti, le prime elezioni democratiche videro una schiacciante vittoria del Fronte di Salvezza Nazionale e del suo leader Ion Iliescu, ex personalità di spicco del Partito comunista e attuale Presidente della Repubblica rumena, che ottenne circa l'80% dei suffragi. Stesso dicasi per chi auspicava l'evoluzione del paese verso un modello democratico di stampo occidentale: la discesa dei minatori a Bucarest alla fine degli anni '90, causata dalla chiusura degli obsoleti impianti dell'era comunista, e le violenze da loro attuate contro studenti, intellettuali ed oppositori politici, avvenute con il tacito consenso delle autorità, riportarono ad un clima di stampo autoritario e centralista proprio del passato regime comunista (cfr. Pirzio-Ammassari, D'Amato, Montanari "Nazionalismo ed identità collettive. I percorsi della transizione in Romania e nella Repubblica di Moldova").
Oltre ai fattori eminentemente politici, anche il fattore psicologico gioca un ruolo importante: per tutta una gamma di categorie professionali, per lo più ex contadini inurbati poi diventati operai, funzionari, quadri di partito, insegnanti...la cui esistenza è stata fortemente influenzata dal partito comunista, la transizione verso la democrazia è stata vissuta come qualcosa di estraneo, nella convinzione che il vecchio sistema, seppure imperfetto, abbia garantito per cinquant'anni uno status adeguato ed una condizione economica accettabile.

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