Un'immagine tratta da "La Gomera" di Corneliu Porumboiu

Un'immagine tratta da "La Gomera" di Corneliu Porumboiu

Una rassegna che guarda ad est a cura del nostro critico cinematografico sull'ultima edizione del Festival di Cannes

02/07/2019 -  Nicola Falcinella

Palma d'oro per il cortometraggio alla Grecia, a “The Distance between Us and the Sky” di Vasilis Kekatos, e premio per la miglior regia al russo Kantemir Balagov per “Beanpole” nella sezione Un certain regard. Nessun premio invece, nel concorso principale, per il romeno “La Gomera – The Whistlers” di Corneliu Porumboiu. Così si è conclusa la 72° edizione del Festival di Cannes che ha visto la Palma d'oro assegnata al coreano “Parasite” di Bong Joon-Ho e nessun riconoscimento neppure all'Italia per “Il traditore” di Marco Bellocchio.

Senza riconoscimenti, che pur avrebbe meritato, è rimasto “La gomera” di Corneliu Porumboiu, che parte sulle note arrembanti di “The Passenger” di Iggy Pop mentre Cristi (il bravo Vlad Ivanov), un poliziotto dai metodi poco ortodossi della narcotici di Bucarest, naviga verso l'isola delle Canarie che dà il titolo. Sull'isola scoprirà l'utilizzo del linguaggio del fischio e cercherà di venire a capo di un intrigo complesso che si concluderà a Singapore. Un buon thriller costruito a capitoli e a incastri, con un lato da commedia e un insospettabile risvolto western, in uno stile lontano da quello fatto di lunghi piani sequenza del cinema romeno, più vicino piuttosto al precedente “Il tesoro” dello stesso regista. Torna ancora il rapporto tra i genitori e il loro passato comunista: il padre del poliziotto era un dirigente del partito e il figlio non si fa problemi nel farlo passare per corrotto e incassatore di tangenti. Un film molto teorico, del resto Porumboiu è uno dei più talentuosi registi della scena romena e forse il più interessato alle questioni teoriche (tra i suoi lavori ci sono “A est di Bucarest”, “Politist, adjectiv”, “Al doilea joc” e “Fotbal infinit”), con un'insistenza sulle immagini delle telecamere di controllo (i protagonisti fingono una relazione a beneficio di chi li sorveglia) e le microspie. Le citazioni cinematografiche si sprecano, dalla scena della doccia di “Psycho” a “Sentieri selvaggi” di John Ford visto in Cineteca da Cristi e la capo poliziotta, fino a “Un comisar acuza” (1974) di Sergiu Nicolaescu guardato in televisione.

Interessante è “Evge - Homeward”, debutto nel lungometraggio dell'ucraino Nariman Aliev, già noto per il corto “Sensiz” (2016), presentato nella sezione Un certain regard. Mustafa e il figlio Alim, studente di giornalismo, prendono in consegna il cadavere del figlio Nazim, morto in guerra, e partono per portarlo in Crimea e per seppellirlo nella loro “Gerusalemme”. Un film che contiene le memorie della storia e delle deportazioni subite dai tatari, oltre che echi dell'attualità. I protagonisti appartengono alla popolazione musulmana di origine asiatica: il padre è molto legato alla memoria e alle tradizioni e vede con preoccupazione il fatto che il figlio stesse imparando la lingua ucraina dalla vedova di Nazim, per giunta di religione ortodossa. Mustafa fa di tutto, compreso pagare tangenti, per trasportare il feretro senza chiuderlo in una bara di zinco. È un viaggio tra ostacoli, incidenti, furti, controlli, con i due che non si conoscono, non si vedono da parecchio tempo, litigano, sono costretti a proseguire insieme. La regia di Aliev è salda ed essenziale, segue i protagonisti negli scontri e nei riavvicinamenti con comprensione delle ragioni di entrambi.

Ha vinto il premio per la regia nella stessa sezione “Beanpole” del talentuoso ventisettenne russo Kantemir Balagov, che si era già fatto molto apprezzare per l'esordio “Tesnota”. Siamo a Leningrado nell'autunno 1945, la guerra è appena finita e se ne vivono le conseguenze. Iya è una giovane contraddistinta da una statura fuori dal comune. Alla ricerca un alloggio, la giovane si porta sempre dietro un bambino piccolo, Pashka, e rifiuta qualsiasi approccio da parte degli uomini. Poco dopo la raggiunge Masha, sua ex compagna al fronte, madre naturale del piccolo che nel frattempo è morto. La storia complicata e drammatica del legame stretto, quasi morboso, tra le due. Un film che tocca temi delicati, dall'eutanasia alla maternità per conto terzi alle conseguenze della guerra sulle persone. Balagov si conferma regista con i fiocchi, con lunghi piani sequenza, grandi scene singole e inquadrature molto curate e molto dense.

Nella Semaine de la critique è stato presentato il lungometraggio di coproduzione franco-bosniaca “Les héros ne meurent jamais - Heroes Don’t Die” di Aude Léa Rapin con Adele Haenel e Jonathan Couzinié, che ha collaborato alla sceneggiatura. Joachim si convince, da segnali vari, di essere la reincarnazione di Zoran, un uomo di Bratunac, morto il giorno della sua nascita, il 21 agosto 1983. Con la regista Alice, che anni prima aveva già realizzato reportage tra Bratunac e Srebrenica, un fonico e un operatore, parte per la Bosnia con l'idea di scoprire la verità e realizzare un documentario. Ne esce un film bizzarro e intrigante, con una ricerca assurda che si sviluppa su false piste e porta a galla fantasmi sia di Joachim sia della Bosnia. Se alcuni luoghi e momenti, come i resti della pista olimpica di bob a Sarajevo o la cerimonia delle sepolture nell'anniversario della strage di Srebrenica, sono un po' obbligati e a effetto, sono i piccoli fatti e gli incontri a restare di più. “Les héros ne meurent jamais” è un'interessante pellicola di memorie che si mescolano e di memorie da ricostruire.


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