Tonino Perna e Michele Nardelli

Un commento di Michele Nardelli sull'evento di Sarajevo. Considerazioni stimolo per rafforzare la costruzione di un'Europa oltre i confini, nella convinzione che senza i Balcani non possiamo parlare d'Europa.

12/04/2002 -  Michele Nardelli

Tonino Perna e Michele Nardelli

Una data, il 2007, nel cinquantenario del Trattato di Roma, insieme simbolo ed obiettivo condiviso di un'Europa non più dimezzata, di un'Europa dall'Atlantico agli Urali. E dunque possibile punto d'arrivo di un percorso di integrazione nell'Unione Europea dei paesi dell'area balcanica che oggi di date non ne ha, e verso i quali invece si ergono nuove mura.
Un riconoscimento, che l'Europa per essere tale deve costruirsi dal basso come insieme di popoli e di culture, incontro delle molte minoranze che ne sono il corpo e la ricchezza. E che l'Europa non può pensarsi solo cristiana, perché nel suo pluriverso ci sono anche altre culture religiose che ne fanno il naturale ponte con il Mediterraneo e l'Oriente.
Una condivisione, che l'Appello "L'Europa oltre i confini" - presentato a Sarajevo - rappresenta un passaggio "straordinariamente importante" nel cammino verso l'integrazione europea, intesa come ricomposizione di un continente ma soprattutto come prospettiva politica per paesi profondamente segnati da un decennio di guerra che intendono costruire le condizioni di una pace senza ingiustizie, rancori, violenze.
Una considerazione, ovvero che nella riduzione della dialettica fra le nazioni e nella palese crisi del diritto internazionale, l'Europa in costruzione rappresenti non un "nano politico" ma un adolescente al quale si guarda con sempre maggiori aspettative, nella speranza di dar vita ad un soggetto politico forte capace di far sentire, per la sua storia, una voce di civiltà nel sistema di relazioni internazionali.
Nella prima volta di Romano Prodi come presidente della Commissione Europea a Sarajevo, questo quadro di idee e impegni condivisi, rappresenta un primo grande risultato dell'appello che lanciammo un anno fa a Padova, a conclusione dell'incontro di intellettuali ed esponenti della società civile "Di-segnare l'Europa. I Balcani tra integrazione e disintegrazione".
Anche la sola presenza a Sarajevo del Presidente della Commissione non poteva che essere letta come un segnale chiaro verso la prospettiva europea di una regione come quella balcanica che ne è storicamente parte integrante, ma le sue parole ed il calore con il quale sono stati accolti da Prodi i nostri auspici, ci dicono che abbiamo colto nel segno, nel considerare questa la partita decisiva per il futuro dei Balcani e nel cogliere la portata di uno scontro politico durissimo sul futuro assetto geopolitico del vecchio continente. E rispetto al quale la diplomazia parallela non può stare a guardare, ma al contrario svolgere un ruolo di primissimo piano.
L'alleanza fra chi nell'Europa ricca rema contro l'integrazione e le leadership nazionaliste balcaniche affinché questi paesi rimangano così come sono, in condizioni di povertà e dunque di ricatto sociale, di estrema deregolazione e quindi funzionali all'economia d'assalto e criminale, di militarizzazione e dunque in deficit di democrazia e di partecipazione, indica quanto forte sia lo scontro in atto e come questo abbia a che vedere con la natura stessa dell'Europa che intendiamo costruire. In questo quadro appare tutt'altro che casuale l'assenza dell'ambasciatore italiano a Sarajevo, vero e proprio incidente diplomatico considerato il significato anche simbolico dell'evento (i dieci anni dall'inizio dell'assedio) e la presenza nella capitale bosniaca del Presidente Prodi. Ma grave anche per la presenza di oltre trecento italiani in rappresentanza di enti locali e associazioni della società civile. E in considerazione che in un primo momento proprio l'Ambasciata italiana aveva espresso grande interesse e disponibilità a sostenere l'evento di Sarajevo.
Una società civile che nel Convegno "L'Europa dal basso" ha posto le basi per il costituirsi di un network europeo della società civile con l'obiettivo di accompagnare il percorso di integrazione europea di paesi dell'area balcanica attraverso un monitoraggio permanente del processo, indicando parametri altri rispetto a quelli tradizionali attorno ai quali si è andata formando l'Unione Europea, rivendicando il ruolo essenziale del mondo non governativo, degli enti locali, delle regioni per disegnare l'Europa dei cittadini.
Uno scenario - quello della prospettiva europea - nel quale iscrivere il percorso di rinascita economica, sociale e democratica di ciascun paese dell'area, che - come recita il documento finale del convegno "Europe from below" vorremmo sostenibile e dunque ancorato ai concetti di sviluppo economico autocentrato, di autogoverno delle comunità e di promozione della società civile. E disarmato, come i ragazzi della Rete balcanica per l'obiezione di coscienza hanno fortemente richiesto.
La decisione di realizzare ogni anno, da qui al 2007, nelle diverse capitali balcaniche eventi analoghi a quello di Sarajevo, rappresenta un impegno forte che dovrà via via coinvolgere un numero sempre più vasto di attori locali ed insieme una rete sempre più fitta di esperienze di diplomazia popolare e di cooperazione decentrata. Un impegno che dovrà estendersi in maniera diffusa anche nell'Europa occidentale, radicando una consapevolezza, tutt'altro che scontata, che senza i Balcani non potremmo parlare d'Europa. E che vorremmo potesse irrompere con tutta la sua valenza nel prossimo Social Forum Europeo di Firenze.
Se negli anni della "guerra fredda" il costituirsi dell'Assemblea dei Cittadini di Helsinki rappresentò il primo importante network di cittadini e associazioni capace di immaginare un'Europa senza più cortine di ferro, oggi - a 12 anni dalla caduta del muro di Berlino e dopo un decennio ininterrotto di tragedie che hanno sconvolto l'Europa sud orientale - è tempo di ritessere un progetto che solo può dare pace e stabilità all'area balcanica, quello di un'integrazione che ha bisogno di essere sostenuta dal basso da un grande movimento di idee e di progettualità sociale del quale l'evento di Sarajevo non è che l'inizio.


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