Marcello Flores durante il convegno dell'OB

Pubblichiamo una traccia dell'intervento che Marcello Flores ha tenuto al recente Convegno dell'Osservatorio sui Balcani "Abitare il conflitto: pensieri e pratiche per l'elaborazione del male", Rovereto, 6-7 dicembre 2002

27/01/2003 -  Anonymous User

Marcello Flores durante il convegno dell'OB

Memoria e giustizia sono state sempre più spesso affiancate nella riflessione sulla violenza e sui suoi effetti. E parlo in modo particolare della violenza politica, che è quasi sempre violenza di stato.

Si è parlato molte volte della necessità della memoria e della necessità della giustizia: della prima per ottenere la seconda e di quest'ultima per liberare la prima dal desiderio di vendetta.

Entrambe, memoria e giustizia, sono parte integrante e ineliminabile di ogni identità collettiva e di ogni organizzazione istituzionale di tipo comunitario.

Entrambe hanno, in un senso più generale e ampio, degli obiettivi e degli scopi:
- la memoria è fondamento della coesione comunitaria e di ogni progetto collettivo; serve a poter vivere il presente ipotizzando il futuro e trovando forza e ragione nel passato;
- la giustizia è la base della convivenza, della fiducia nelle regole, dell'accettazione di una volontà superiore capace, col consenso di tutti, di dirimere i conflitti e le contrapposizioni.

Colpire la memoria - impedendola, distruggendola, distorcendola - vuol dire spesso attentare all'identità altrui, misconoscerla, sminuirla, toglierle legittimità; e forse preparare nuovi soprusi e violenze.

Impedire la giustizia vuol dire minare le basi stesse della convivenza civile e della fiducia nelle istituzioni, favorire la divisione e il mantenimento della contrapposizione e dell'odio; ma soprattutto riconoscere impunità a comportamenti universalmente esecrati e condannati.

La memoria, tuttavia, l'eccesso di memoria, può impedire la riconciliazione, procrastinare la pace, riattizzare i conflitti. E la giustizia può creare disparità e discriminazioni tanto sul piano delsenso comune quanto su quello della dottrina giuridica.

La memoria dei massacri subiti nel corso della seconda guerra mondiale è stata un elemento importante nella violenza promossa dalle èlite politiche e militari serbe negli anni '90; così come la memoria della lunga subordinazione sociale ha costituito un ingrediente indispensabile allo scatenamento della violenza hutu contro i tuts in Rwanda.

Ma la memoria della Shoah, al contrario, è stata un elemento cruciale nel ripudio collettivo tedesco del passato nazista. Come pure la memoria dei crimini delle dittature latinoamericane è stata decisiva per affrettare e favorire il recupero della democrazia.

Ma anche: è stata la memoria di Hiroshima e Nagasaki che ha accompagnato la rinascita democratica del Giappone nel dopoguerra e il ripudio di una cultura militarista e razzista; non certo la memoria - rimossa in parte ancora oggi - delle violenze compiute in Asia, in modo particolare contro le donne coreane e cinesi.

Una volta che si scende dal terreno della riflessione teorica all'analisi delle concrete esperienze storiche, i temi della memoria e della giustizia appaiono molto più complessi, contraddittori, ingestibili di quanto si potrebbe supporre. Perché diversi sono i contesti; diversi i rapporti di forza; diversi i valori diffusi e dominanti; diverse le conseguenze e gli effetti delle scelte compiute.

Entrambi i temi - della memoria e della giustizia - hanno trovato nel corso degli anni '80 maggiore ascolto, hanno suscitato maggiore attenzione, hanno risollevato problemi morali, giuridici, politici, storiografici: sia che riguardassero gli anni del secondo conflitto mondiale o dell'immediato dopoguerra; sia che prendessero le mosse dalla cronaca e dal progressivo tramonto di molti regimi dittatoriali e autoritari che troverà nel 1989 i suo anno-simbolo e l'apice della parabola.

Eppure, il contributo di maggiore originalità su entrambi i temi è venuto da un'esperienza che, pur importante, sembrava essere troppo atipica per offrire un esempio di carattere generale: l'esperienza sudafricana. Dove il ritorno alla democrazia si è intrecciato a una esplicita e voluta ricerca di riconciliazione.

I punti che vorrei sottolineare, e che non sono certamente gli unici, sono quattro:

1) il contesto
E' quello di un ritorno alla democrazia che è frutto di un compromesso e di una contrattazione. Nella sostanza la vittoria è certa, ma occorre assicurarsi che possa avvenire evitando resistenze violente. Violenze ci sono state, certamente, ma assai contenute rispetto al bagno di sangue generalmente preconizzato.
E' una realtà analoga (pur con fortissime differenze) a quella dei paesi dell'est comunista; più differente, invece, rispetto a quella sudamericana.
Occorre ricordare, sia pure incidentalmente, l'intelligenza politica dimostrata soprattutto da Nelson Mandela; ma anche da De Klerk. Nel limitare l'influenza negativa degli estremisti bianchi nazionalisti o delle violenze dell'Inkata Freedom Party.

2) la commissione
Prima di tutto la scelta della commissione, il modo in cui sono stati selezionati i commissari. In secondo luogo la pubblicità e la trasparenza ottenuta grazie a un positivo intervento dei media. In terzo luogo l'indipendenza dimostrata dalla Commissione nel corso di tutto il suo lavoro, ed emersa con forza contro i molteplici tentativi di impedire la pubblicazione del Final Report, avvenuta grazie all'appoggio esplicito del presidente Mandela.

3) la centralità delle vittime
Questo è stato l'aspetto in cui è avvenuta maggiormente una diversità con la tradizione del processo retributivo, dove le vittime sono solo testimoni (o parti lese) e non hanno alcun ruolo centrale. Si tratta di una importante novità anche per la ricerca della verità fattuale (che non sempre è rilevante nel processo pensale, dove infatti si parla di "verità processuale"); ma soprattutto sul piano della verità emotiva, del riconoscimento psicologico, del fare sentire le vittime protagoniste dell'opera di risarcimento e riconciliazione.

4) la riconciliazione
E' questo forse il terreno dove i risultati sono stati inferiori (alle attese e a quelli ottenuti su altri piani), ma era in qualche modo inevitabile considerato il livello di disuguaglianza, arretratezza, difficoltà sociali ereditate dal passato regime. Sul terreno della memoria, che era quello su cui i lavori della TRC potevano maggiormente influire, i risultati sono stati senz'altro positivi, soprattutto nello spazio pubblico e a livello ufficiale.

E' importante non esagerare le virtù taumaturgiche della Commissione e collocare nella giusta misura il suo lavoro, storicizzandolo; ma anche dando il giusto rilievo "storico" a un'esperienza che sul terreno della memoria e della giustizia si colloca come originale, nuovo, e per certi versi esemplare.

Le polemiche che hanno accompagnato la concessione dell'amnistia ad alcuni dei peggiori torturatori dell'epoca dell'apartheid, pur se giustificate e in alcuni casi provenienti dai parenti di alcune vittime famose (esempio Steve Biko), hanno in genere ricevuto attenzione esagerata rispetto al loro ruolo effettivo (sono state poche rispetto alle molte richieste). Hanno evidenziato, tuttavia, il problema del carattere anche simbolico della punizione (o del perdono), non tanto per gli indivdui ma per la comunità nel suo insieme, per la sua immagine all'estero, per la stessa questione della memoria.

Sono pochi coloro che ritengono che l'esperienza della TRC possa essere esportata senza alcuna traduzione locale o aggiustamento. Il lascito universale che penso si debba sottolineare, accanto ai quattro punti prima elencati, è che la convivenza sociale e politica deve avvenire attorno al futuro, cioè a un "progetto" di democrazia; che non vi è bisogno di memorie condivise per collaborare o accettare questo progetto democratico; che una memoria divisa può aiutare la ricerca e il rispetto della verità.

Per quanto riguarda la questione della giustizia, i casi recenti (Milosevic all'Aja, il genocidio rwandese ad Arusha, le difficoltà del Tribunale penale internazionale) hanno riaperto la discussione sui limiti effettivi di un tipo di giustizia internazionale tradizionale. Lasciando insoluti gli interrogativi di fondo: se sia meglio una giustizia locale o una giustizia internazionale; se debba prevalere la sovranità nazionale o le norme internazionali; se deve valere di più la logica dell'esempio o la ricerca di passi sia pure parziali verso la riconciliazione effettiva.

Il problema che abbiamo di fronte è quello di uscire dall'astrattezza della discussione giuridica e normativa o da un pragmatismo che si limita a confrontarsi con i propri limitati obiettivi e risultati, riaprendo, invece, una vasta discussione sui compiti delle ONG, degli stati, delle istituzioni internazionali e sulla cultura che deve accompagnarli.

- Vai al documento introduttivo del Convegno


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