Tirana (foto L. Zanoni)

Tirana (foto L. Zanoni)

Diversamente dal passato, oggi i media italiani riservano dell'attenzione all’Albania. Questa nuova narrazione giornalistica come viene percepita dagli albanesi? Abbiamo posto delle domande ad alcuni cittadini di Tirana

26/02/2015 -  Nicola Pedrazzi Tirana

 L'Italia aveva la sua ambasciata in Albania e sapeva che l'unico paese del blocco comunista che vedeva la televisione italiana era l'Albania. Con una mia continua tristezza, non ho mai visto alla televisione italiana una sola trasmissione sull'Albania, almeno per dimostrarci che noi che stiamo dall'altra parte del mare sappiamo che voi esistete… Solo l'Albania non esisteva. Che razza di paese è questo che non vede il suo vicino? La dittatura albanese traeva vantaggio da tutto questo: guardate, ecco l'Occidente a cui pensano alcuni di voi, l'Occidente non ne vuole sapere dell'Albania, pensa ad altri mille popoli, ma non all'Albania. Una grande amarezza per noi, perché durò quarant'anni” (Ismail Kadare, in Albania paese di fronte).

Le parole di Kadare riecheggiano lontane: a un quarto di secolo dalla caduta del muro, la “riscoperta” dell’Albania pare infatti essere l’ultima moda del giornalismo italiano. Sebbene i giovani albanesi siano sempre meno italofoni e sempre più avvezzi a sentir parlare di sé, le rinnovate attenzioni dei nostri media non potevano passare inosservate oltre Adriatico: per quelle generazioni cresciute nel mito televisivo italiano, una simile novità assume fatalmente il sapore della rivincita.

Interrogati al riguardo, i tiranesi condividono un sorrisetto di compiacimento, ma paiono dividersi sulla spiegazione del fenomeno. C’è chi lo riconduce all’attualità politica – “È Rama ad attrarre i riflettori internazionali, ai giornalisti italiani piace perché ovunque vadano cercano il Renzi del posto, almeno una volta al mese carico una troupe della Rai o di La7” (Fadil, 32 anni, tassista) – c’è chi punta il dito sul costante aumento degli studenti italiani – “Sono sempre di più, ma continuano a comportarsi come fossero a casa loro: l’altro giorno un ragazzo insisteva con la mia collega per la 'bresaola', quando io studiavo a Milano non ho mai preteso di trovare il ballokume al supermercato! (Merita, 40 anni, cassiera Conad) – e c’è addirittura chi chiama in causa il proverbiale cattolicesimo del Bel Paese – “Secondo me è merito di Papa Francesco: da quando è arrivato lui la RAI si è trasferita in Albania!” (Fabiol, 25 anni, barista).

L’Albania in RAI, narrazione enogastronomica

Sullo sfondo di una sempre più datata penetrazione linguistica e imprenditoriale Agon Channel da un lato e l’Università Nostra Signora del Buon Consiglio dall’altro (la quale rilascia lauree riconosciute in Italia: ecco spiegata l’”invasione” dei nostri studenti) hanno recentemente rinverdito lo scambio italo-albanese, contribuendo ad attrarre qualche telecamera.

Al primo posto negli indici di gradimento dei giornalisti italiani rimangono però le bellezze del paesaggio: una natura aspra e misteriosa che l’emergente settore enogastronomico locale sta già aiutando a promuovere. Ed è verosimile che nei prossimi anni i mari, i monti e i sentieri dell’Albania saranno sempre più frequentati dal turismo italiano.

Non è un caso che lo scorso novembre Patrizio Roversi abbia attraversato l’Adriatico, sdoganando sotto la pioggia un’Albania definitivamente in formato RAI: “Potremmo essere nel Mustang tibetano, potremmo essere in Mongolia, sulla via della seta, e invece siamo in Albania! Perché Linea Verde in Albania? Ma perché è vicinissima all’Italia!”

L’Albania sui giornali, narrazione della crisi

Nei difficili anni Novanta la presenza dell’Italia in Albania era assai più importante di oggi, ma un dibattito limitato al fenomeno migratorio e le limitrofe guerre balcaniche fecero sì che del paese in quanto tale si scrivesse poco. Viceversa, se oggi digitiamo “italiani Albania” su Google, dagli abissi del web affiorano decine di articoli, tutti recenti e molto simili tra loro: “Italiani d’Albania in fuga dalla crisi”, “La rivincita dell’Albania”, “I migranti ora siamo noi”. L’ultimo pezzo ascrivibile a questo nuovo genere letterario è stato firmato da Roberto Saviano per «L’Espresso». Si intitola per l'appunto “Albanesi alla riscossa”:

Quei ragazzi [gli albanesi degli anni Novanta] erano identici a me, ma io studiavo e loro per lavorare avevano dovuto girare mezza Europa. In quegli anni erano in pochi a presagire il collasso economico che ci sarebbe stato e io mi sentivo fortunato. Fortunato di essere italiano. Ora guardo all’Albania, un Paese in crescita, candidato a entrare nell’Unione europea, un Paese da cui ancora si parte per raggiungere l’altra sponda dell’Adriatico, ma ora rispetto al passato sempre più spesso per studiare. Per studiare e per poi tornare in patria, tanto all’Italia è rimasto davvero poco da offrire.

Come questi ed altri articoli dimostrano, il recente inserimento dell’Albania nella narrazione giornalistica italiana non dipende tanto dal paese in sé, ma dal posto simbolico che è facile farle occupare nel racconto di un’Italia in crisi. L’Albania – o meglio, l’immagine datata dell’Albania che alberga nella maggioranza degli italiani – è al servizio di una collaudata tecnica narrativa a scopo autocritico.

Si parte dalla foto dell’albanese migrante – tra i primi immigrati della nostra storia, ben impressi nella memoria nazionale – e si tinteggia per antitesi l’affresco dell’Albania odierna – “un paese che avrà pure i suoi problemi, ma che a differenza del nostro è giovane, ottimista, pieno di opportunità: non a caso gli albanesi stanno tornando”.

Riga dopo riga, il lettore italiano è portato a chiedersi cos’ha fatto il suo paese mentre un bambino della nave Vlora diventava Kledi Kadiu. Il finale è a piacere: alcuni si accontentano di concludere che l’Italia è stata ferma; altri, senza rispetto per le persone che stanno dietro alle parole, azzardano un finale più sexy: “Oggi gli albanesi siamo noi!”. Il lettore con gli euro in tasca scuote la testa, sbuffa. Talvolta sorride amaro. Consenso, sipario. E l’Albania?

L’Albania da Tirana

Leggere dell’Albania dall’Albania lascia uno strano sapore in bocca. Non disponendo di un’immagine nitida da contrapporre a quella tanto definita che è di moda in Italia, ho preferito registrare le reazioni degli albanesi alla lettura degli articoli summenzionati: ai conoscenti li ho inviati via mail, ad altri li ho letti di persona. Ne è uscito quanto segue: voci random, da Tirana.

In Italia si scrive che sempre più albanesi tornano in patria.

“Vero. Ma è la crisi dell’Europa a farci tornare: te lo dico sinceramente, se avessi potuto scegliere io sarei ancora fuori”.

(Fadil, 32 anni, tassista)

In Italia si scrive che sempre più italiani studiano in Albania: è l’inversione dei flussi!

“Quei ragazzi non sono a Tirana per scelta, sono qui perché non hanno superato il test nazionale di medicina. Mi ricordo quando sono partita per studiare in Italia, era tutt’altra storia… Questi qui non sanno dove sono, arrivano tutti spauriti, chissà dove credono di arrivare. In poco tempo però si trovano bene: non avremo la bresaola ma parliamo italiano e siamo ospitali”.

(Merita, 40 anni, cassiera Conad)

In Italia si scrive che già oggi gli albanesi sono europei.

“Lo ripetono tutti i giorni anche i nostri politici. Certo che mi sento europea, ma è un fatto che non lo sono: cosa me ne faccio della liberalizzazione dei visti, se un biglietto aereo per Roma costa come il mio stipendio mensile? Chi vive e guadagna fuori da questo paese è un albanese europeo. Gli altri sono bloccati qui. Non più dalla legge - viva la democrazia - ma dalla realtà”.

(Ela, operatircie di call center, 27 anni)

In Italia si scrive che l’Albania cresce e che l’Italia è ferma, che i giovani albanesi si danno da fare e non piagnucolano come gli italiani.

“È vero, gli italiani sono dei mammoni. In verità anche gli albanesi, però noi siamo cresciuti con meno e la crisi non ci fa paura, forse perché da noi la crisi c’è sempre stata! Vuoi sapere il vero motivo per cui andiamo avanti senza lamentarci? Perché siamo rassegnati: il sistema non si cambia, non qui. Questo è quello che pensa la maggioranza”.

(Kostandin, 23 anni, studente di lingua italiana)

Quindi chi dice che i ragazzi albanesi guardano al futuro con ottimismo si sbaglia?

“Secondo me la maggior parte di noi sono arrabbiati, peggio, sono totalmente disillusi sul loro paese. Se parlano di me però dicono la verità: io non mi arrendo”.

(Kostandin, 23 anni, studente di lingua italiana).

Dopo la visita del Papa, si è parlato tanto dell’Albania come terra della pace e del dialogo interreligioso.

“È vero, sulla religione non si discute, ma è perché non se ne discute: devi sapere che qui l’appartenenza religiosa è per lo più un dato famigliare ereditario, come la città di provenienza. La libertà ha portato a un nuovo fermento spirituale, direi più musulmano che cristiano, ma credo che in generale domini una secolarizzazione di tipo occidentale”.

(Ergys, 35 anni, insegnante)

In Europa stampa e politica hanno esultato all’unisono per la vittoria di Edi Rama. Si è scritto che l’insediamento del suo governo ha segnato una svolta storica, un punto di non ritorno nella politica albanese. Rama è molto invitato all’estero, in Italia qualche giorno fa è stato ospite a Le invasioni barbariche di Daria Bignardi. Che mi dici al riguardo?

“Dai, su, nessuno in Europa poteva augurarsi una vittoria di Berisha nel 2013… Ho visto quell’intervista: la Bignardi è una finta maliziosa, quella trasmissione è la cosa meno barbarica del mondo. Quando Rama è andato alla BBC, Sarah Montague non gli ha risparmiato nessuna domanda scomoda, devi vederlo, ti mando il link. Penso che l’avrai capito… In Italia si incensa Rama ma nessuno sa chi è Ilir Meta. Nei nostri due paesi il potere è continuo: è inscalfibile perché tutto si dimentica. Perché non c’è il giornalismo. Il giorno dopo le coccole della Bignardi, a Bruxelles, si è visto come il nostro Primo Ministro tratta un albanese che si azzarda a fargli delle domande. Ah non l’hai visto? Allora ti mando anche questo”.

(Sokoll, 32 anni, ex attivista politico del Partito Socialista).

In Italia si scrive che l’Albania è sulla strada giusta, nonostante la piaga della corruzione, ricordata anche da Saviano…

“Mi fa ridere che gli italiani si occupino della corruzione albanese. Cominciate dalla vostra, è una delle tante cose che abbiamo imparato da voi. Roberto Saviano ha scritto un libro e non può uscire di casa, e voi siete in Europa? Altroché Kanun… Tra l’Italia e l’Albania la differenza sta nel fatto che in Italia il cittadino qualunque può ancora vivere nella legalità. Non farà carriera, non diventerà ricco, ma può vivere con i suoi principi. Qui in Albania l’onestà è un lusso che non sempre le persone normali possono permettersi: prova ad andare con tuo nonno in un ospedale albanese, vediamo quanto resisti senza allungare la mancia all’infermiere”.

(Mira, 32 anni, ciclista)

Ti ha fatto piacere leggere questi articoli?

“Mentirei se ti dicessi di no. Ma immagino che da un vecchio tu voglia qualcosa di più profondo: vuoi che ti dica che si vede che questi qui non conoscono l’Albania? Sappi che in questa superficialità io non vedo un problema di disinformazione per gli italiani: prima non sapevano nulla, ben venga la Bignardi. Il vero problema di questo tipo di giornalismo è che è un regalo ai poteri forti del mio paese. Tu sai benissimo che da noi ciò che dicono gli europei, gli stranieri in generale, l’opinione pubblica lo interpreta come il Vangelo: da noi il potere usa descrizioni entusiaste come queste per legittimarsi, per gettarle in faccia a chiunque gli si opponga. Diciamo così: per gli italiani si tratta di una molto innocua disinformazione ottimista, ma a causa dei nostri complessi per noi albanesi questo tipo di attenzioni sono controproducenti. Ci indeboliscono dinanzi al potere”.

(Ernest Cakalli, 60 anni, professore e traduttore).

Li hai visti questi articoli? In Italia si scrive che l’Albania ha davanti a sé un futuro migliore. Invidiamo gli albanesi, il fatto che nel loro paese tutto è ancora da fare. Forse è per questo che siamo qui?

“Guarda, io gli articoli in italiano sull’Albania ho smesso di leggerli da mo’. Tu sei appena arrivato, ci sta che per te sia diverso. Per uno straniero che ci vive ‘Albania’ significa troppe cose per sceglierne una o per pretendere di dirle tutte insieme, dipende dai giorni: luci, buio, internet, fili, giovani, genitori, genitori giovani, mamme e minigonne, donne sottomesse, donne emancipate, chi cammina sui tacchi tra i tombini di Tirana incarna molto bene entrambe le condizioni. L’Albania è Tirana, è cielo azzurro, sole pieno, è bambini, studenti, è nuova, veloce, è un tentativo, una strada appena finita, è il bllok che diventa bar. A Daria Bignardi o a chi per essa piace tutto questo e ne parla: non inventa nulla, solo non descrive l’Albania. Perché l’Albania non è Tirana, è pioggia violenta senza tregua, è vecchi che sembrano più vecchi, è studenti che non studiano, è lavoratori che studiano, è conservatrice, è lenta, è tutto inutile, è una strada che si interrompe senza motivo, e se usciamo dal bar poi dove andiamo? Però chi vedesse solo questo a sua volta non avrebbe visto l’Albania. Crescendo ti accorgerai che la realtà può solo essere vissuta: se la racconti la modifichi, la pieghi ai tuoi scopi. Io ho smesso di parlare dell’Albania, ci vivo e basta. Non ti giudico male, figurati, ma fidati, non leggerli quegli articoli. E guai a te se pubblichi questa mia mail (affermazione poi ritrattata a voce, nda)”

(Roberto, 50 anni, italiano trapiantato in Albania).

Na mbytën emigrantët italianë!”

(Gruppo di ragazzi sui 20 anni che ho incrociato mentre parlavo italiano con un amico, sicuri che non li capissi).

Forse, un giorno…

Questo botta e risposta poteva andare avanti all’infinito, ma gli albanesi che ho raggiunto sono poco più di questi. Nella loro parzialità, bastano a ricordarci che la realtà non è mai unica, ha più di un volto, sfuma nei suoi opposti.

Visto da Tirana, il rosa a tutti i costi con cui da un po’ di tempo a questa parte i giornalisti italiani la dipingono, non rende l’Albania un paese migliore o più interessante, né rende giustizia agli albanesi, ai loro progressi, ai loro problemi, alle loro qualità. Complici il tempo e la destrezza mediatica di un Primo Ministro con il polso dei tempi, in Italia una narrazione diversa ha finalmente rimpiazzato lo stereotipo negativo dell’era leghista: possiamo rallegrarci di questo cambio di segno, ma l’asimmetria che caratterizza la reciproca conoscenza italo-albanese è lungi dall’essere bilanciata.


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