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Srebrenica, foto di N.Corritore (OBC)

In occasione del ventesimo anniversario del massacro di Srebrenica, un comitato cittadino formato da diverse associazioni ha organizzato a Trieste l'iniziativa "Don't forget Srebrenica". L'intervento della sociologa Melita Richter

16/07/2015 -  Melita Richter

Osservo Sehida Abdurahmanović, il suo corpo esile su quel palco troppo grande del Bosanski kulturni Centar nella via branilaca Sarajeva, di fronte a un pubblico di 500 donne di ogni parte del mondo (ndr: Sarajevo, 7-10 maggio 2015, Tribunale delle Donne), di un mondo ex, e del mondo intero. La vedo tremare come un giunco mentre racconta la sua storia, che non avrebbe mai voluto raccontare e ancora meno vivere e poi sopravvivere. La sua voce arriva chiara. Il racconto è di quelli indicibili e non so come lei trovi la forza di narrarlo. Ma è una donna forte. Assieme alle altre, tutte rimaste senza i propri uomini, e/o figli, oppure senza i parenti maschi di quelle che una volta erano le affollate famiglie bosniache, è tornata nella sua casa a Potočari, tra i campi e i frutteti ancora minati, perché per lo sminamento del territorio abitato dai bosgnacchi nella Republika Srpska non vi sono sufficienti finanziamenti. In questo paesaggio drammaticamente dolce, le case sparse sui pendii delle collina sono abitate da donne sole. Loro sono tornate nei luoghi da dove le ha strappate la ferocia dell’eccidio più grande commesso in Europa dopo la Seconda guerra mondiale.

Ognuna di loro, anche le più anziane, potrebbe raccontare una storia indicibile come quella di Sehida. Alla fine di tutte ci sarebbe un messaggio unico: sono tornate per continuare la vita laddove l’hanno progettata con i propri famigliari, nelle terre degli avi, e per rovinare i piani di chi per mezzo del massacro voleva creare un territorio "etnicamente pulito" e annettere l’enclave di Srebrenica alla Grande Serbia. Sono tornate per testimoniare che qui, nonostante tutto, i musulmani rimarranno. Anche se in totale isolamento e alle spalle del mondo. Come Sehida, sono tutte bosniache musulmane - una dicitura imprecisa e non sempre sentita in termini religiosi - stigmatizzate come altre, invise al folle ideatore della pulizia etnica e ai suoi esecutori. Parlo delle forze militari e paramilitari serbe che alla guida del famigerato - mi è difficile pronunciare "generale", perché l’idea del generale include (ancora?!) un'etica comportamentale diversa - Ratko Mladić, si macchiarono le mani di sangue di una popolazione inerme e insudiciarono la faccia della Serbia.

Tra i loro seguaci, Sehida incontra ancor oggi per strada, libero e impunito, il vicino di casa che in una sorda notte bosniaca portò via suo marito. Era un uomo mite, suo marito, insegnante alle superiori, un amante della musica che stava cercando costruirsi da solo un violino. Aveva appena ordinato il legno adatto in Italia… Ho ascoltato altre volte Sehida, a casa sua, conosco le sue parole misurate per non urtare troppo l’ascoltatore con la ferocia dei fatti. Parole coraggiose. E ho pensato allora, quanto i monti e le verdi alture alle spalle delle case di queste donne, quanto la valle di Potočari, hanno visto, come hanno potuto sopportare, e come potrebbero raccontarlo ai posteri, soltanto loro, come avrebbero potuto disperdere al vento tanto dolore, grida, imprecazioni, pianti, preghiere e urla, e rantoli mortali delle vittime dell’eccidio… Disperderli lontano da queste donne per alleviare loro il fardello troppo pesante che preme sulle loro vite. Perché nessuna voce umana potrebbe pienamente rappresentarlo e nessun libro raccogliere. Per questo è importante ascoltare, rubare le schegge intrecciate di vita e di morte che Sehida, una di loro, ci consegna. Era maggio del 1995. Venti anni dopo, nella stessa data del 9 maggio, il giorno della festa dell’Europa, di un’Europa infingarda, Sehida, assieme alle altre, testimonierà al Tribunale delle Donne a Sarajevo. Ascoltare è il nostro dovere morale.

Ascolto Edina Katić, all’epoca aveva solo 15 anni. La sua grave colpa è stata essere nata femmina musulmana a Srebrenica. Oggi è una donna con una ferita insanabile nell’anima. Negli occhi ancora due immagini fisse, quella del padre che prima di sparire con l’ultimo sguardo abbraccia le sue donne, e le parole pronunciate: “Tornerò presto”. Non è mai tornato. E quella di una lampadina della strada mentre la portavano in direzione di Bratunac per la fucilazione. Non è finita secondo i piani, ma forse è stato peggio. Perché lo stupro fu interminabile, commesso da troppi, insopportabile. Edina ci offre annotazioni quasi meccaniche sulle località, la sua è una mappa del microcosmo dell’orrore.

Conosco la storia di Elvira Mujčić, lei che aveva solo 12 anni quando la sua vita è stata interrotta nella cittadina dal nome così sonante, città dell’argento, quando è stata derubata di tutta la parte maschile della famiglia. “Tutti quelli che avevano compiuto 13 anni d’età sono stati uccisi e a distanza di tantissimi anni, solo un terzo è stato trovato e sepolto”. Elvira lo vive ancora come una violenza diretta, perenne: “Essere private di padri, mariti, figli (…). Questa violenza segna in modo trasversale diverse generazioni”.1

Ho sentito testimoniare Zumra Sehomirović e Kada Hodzić del Movimento delle Madri di Srebrenica, in quel lontano 2002, in piena Belgrado. Non l’avrebbero fatto senza la solidarietà e il sostegno delle Donne in Nero della Serbia, senza l’empatia umana che oltrepassa i confini etnici, religiosi, generazionali, culturali... Sono state loro le prime voci vive di Srebrenica a parlare del massacro nella metropoli serba, il centro che ha generato il crimine. E di una società che allora, come oggi, rifiuta di riconoscere il crimine commesso in nome della serbità. Allora vi erano molti che consideravano i fatti di Srebrenica un' "invenzione musulmana". Ci è voluto un video ripreso dagli stessi boia delle famigerate unità Skorpion in cui essi documentano il loro crimine irridendo le vittime inginocchiate e legate prima di essere uccise alle spalle. Si trattava di sei prigionieri musulmani tra i 16 e i 36 anni, catturati dopo l’incursione dell’esercito serbo bosniaco nell’enclave musulmana nel luglio 1995... Nessuno avrebbe potuto più dire, non è vero. Né lo avrebbe potuto sostenere la sonnolenta e complice Europa che si girava dall’altra parte. Lo sapevano, lo avvaloravano, lo supportavano tecnicamente.

Una bomba la notizia pubblicata recentemente dal The Observer e ripresa dal quotidiano il Piccolo di Trieste? "L’Onu fornì la benzina a camion e ruspe serbe; nuove rivelazioni da documenti desecretati".2 Niente affatto. Roba risaputa. Il coinvolgimento dell’Onu, della Cia, della civilissima Europa che in luglio soffre il caldo e va al mare. Lo ha dimostrato senz’ombra di dubbio, armato da documenti, immagini, fotogrammi ripresi dal satellite, un’intera cartografia della morte, Hasan Nuhanović, traduttore dei caschi blu olandesi a Potočari, gli stessi che consegnarono deliberatamente i suoi familiari, padre, madre e fratello minore, come del resto altre cinque mila persone, ai carnefici di Mladić. Indirizzandoli a una morte sicura. E’ stato lui a tradurre le parole dei generali olandesi: “Mettetevi in fila per cinque e andate dai serbi che non vi faranno del male”. Hasan non ha basato la sua causa penale al tribunale di Amsterdam nella quale accusa il contingente olandese di complicità nell’omicidio dei genitori, su queste parole dei generali, “sapendo che avrebbero negato tutto. No. Ci sono i fatti che parlano al posto mio”, così dichiarava in un’intervista a Frontierenews. “I documenti che registrano l’ingresso di 5 mila persone che poi non c’erano più”. E anche di diverse migliaia di altri, stipati nei campi adiacenti alla base delle Nazioni Unite di Potočari dove disperatamente cercarono la salvezza, si può dire lo stesso, “poi, non c’erano più”, mentre le riprese dall’aereo e quelle satellitari inquadravano gli autobus3 che caricavano e portavano verso la morte gli uomini separati dalle donne, molti minori, anziani. Non sarebbero tornati mai più. I loro corpi saranno difficilmente ricomponibili e identificati perché le fosse nelle quali erano stati buttati sommariamente, sono state riaperte con mezzi pesanti e i resti umani straziati, mescolati e dispersi in altre fosse più piccole. Il goffo tentativo di un lifting serbo per mascherare questo crimine contro l’umanità.

Quando nel dicembre del 2008 Nuhanović venne a Trieste a presentare il suo libro "Sotto la bandiera dell'ONU, la comunità internazionale e il crimine di Srebrenica", qualcuno della comunità serba della città, pronto a negare la storia, avrebbe voluto impedire la sua testimonianza. Qualcuno di una comunità rispettabilissima, che però ancora nel 2015 esprime la sua irritazione per il fatto che in città si manifesti il ricordo delle vittime del massacro e si dia loro il doveroso rispetto. Noi4 domani, in piazza ci saremo.5 Anche al palazzo Gopcevich, prestigiosa sede culturale che prende il nome da un ricco commerciante serbo ortodosso che alla città diede lustro e portò onore alla sua gente. Saremo, pronti alla riflessione sui fatti e sugli echi attuali, al ragionamento del dopo Srebrenica.

Ci si chiede di smorzare i toni, di essere attenti all’uso delle parole. Fino a quando, m’interrogo, spetterà a una società civile consapevole e impegnata affinché certe atrocità non avvengano mai più la responsabilità di smorzare i toni, di non urtare la sensibilità delle comunità nazionali, o di certe arroccate minoranze? Fino a quando le donne di Srebrenica e della Bosnia Erzegovina intera dovranno abbassare il loro sguardo mentre incontrano gli aguzzini dei loro familiari, o i loro stupratori per strada, negli uffici, nella polizia?

E allora, può veramente stupire che la risoluzione su Srebrenica posta alla “prova dell’ONU” non è passata?

L’ONU ha perso la chance di lavare almeno questa scomoda macchia sul proprio palazzo di vetro, causata dal fallimento politico, etico e umano nei Balcani, in Bosnia e, più di tutti, a Srebrenica. Ai sopravvissuti di Srebrenica, quanto ciò importa? Cambierebbero le genti della Bosnia la loro opinione sul ruolo che nelle loro terre hanno avuto i caschi blu? Quelli che osservano, assistono, e non sparano un colpo? Che brindano e tifano assieme agli aguzzini? Cosa avrebbe cambiato il riconoscimento del concetto di genocidio da parte dell’ONU a Sehida, a Zumra, Kada, Elvira, a Hasan a Emir,6 a tutti i sopravvissuti?, cosa ai morti ammazzati?

Il dolore dei vivi per la perdita dei loro cari non si sarebbe alleggerito, i resti delle vittime ancora non identificate non avrebbero preso una via più repentina nella disperata ricomposizione di quei puzzle umani. Ma un sostanziale cambiamento sarebbe avvenuto e avrebbe prodotto un enorme significato: il ritorno della fiducia in un mondo giusto, quello che non ha smarrito il valore della Responsabilità e del Rispetto dovuto alle vittime. Avrebbe significato molto non solo per la popolazione della Bosnia, ma per l’intera area balcanica, per i valori profondi dell’Europa. Per il mondo. Chance perduta. Soprattutto per il popolo serbo. Pronto a palleggiare ancora la palla di interpretazioni linguistiche, fino a ieri negando il massacro, l’eccidio, la mattanza, le uccisioni e la cancellazione dell’altro. Mi riferisco a quella parte di un popolo che non riesce a fare i conti con il crimine compiuto, né con la politica e l’ideologia che lo hanno generato. A quella fetta della società serba (ma si sta assottigliando!) che “non considera il crimine tale, ma soltanto lo strumento di una politica che è stata sconfitta solo nei fatti, non nelle menti”. Sarà una grande donna, storica, filosofa, umanista serba, Latinka Perović, a dirlo e ad avvertire del fatto che “la rottura con una tale politica in Serbia non è avvenuta. (…) Non bisogna ingannarsi: quanto è avvenuto rappresenta una profonda regressione delle coscienze.”7

E le donne di Srebrenica? Le vittime, le sopravvissute e i sopravvissuti? Oggi hanno una voce chiara e sonora. Lo hanno dimostrato anche a Sarajevo, alla conclusione del Tribunale delle Donne. In cima alla scala dei loro valori, risuonano le parole d’ordine: Memoria, Responsabilità, Giustizia. Processare i criminali di guerra! Solo questo può essere il dopo Srebrenica.

Infine, cosa dire dei politici pronti per una foto ricordo al Memoriale di Potočari, o di coloro come il Primo ministro di Belgrado Vučić che tiene sospesa la sua decisione di recarsi a Srebrenica in funzione alla decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite sulla risoluzione britannica del (non)riconoscimento della definizione di genocidio al massacro del luglio 1995? Egli sostiene di voler “mostrare che la Serbia è capace di 'ammettere' che 'alcuni individui' abbiano commesso crimini”8 !

 

Meglio di ogni commento parlano i versi di Abdulah Sidran:

(…) quelli che hanno sì

cambiato la camicia

ma che il cuore sotto la camicia

e nel cuore l'odio

non hanno cambiato

né pensano di cambiare.9

 

 

1 Elvira Mujčić, “Scrivere per guarire dal silenzio”, in Se questa è una donna. Violenza memoria narrazione, Cierre Edizioni, Venezia, 2010

2 L’articolo è di Mauro Manzin, Il Piccolo, Trieste, 6 luglio 2015

3 Gli autobus, di cui anche nella testimonianza di Kada Hodzic, si parla provenissero dalle città della Serbia: “appartenevano a ‘Strela’ di Valjevo, ‘7 Luglio’ di Šabac, ‘Lasta’ e ‘Trasporto’ di Zvornik”.

4 Si riferisce al Comitato Srebrenica 1915 – 2015, formatosi in città tra cittadini e le diverse associazioni NGO.

5 Il testo è stato scritto il 10 luglio, il giorno prima della manifestazione che a Trieste è stata promossa dal “Comitato Srebrenica 1995 – 2015”.

6 Mi riferisco a Emir Suljagić, un altro interprete per le Nazioni Unite a Srebrenica, all’epoca solo diciassettenne, autore del libro testimonianza, La cartolina dalla fossa, Beit editore, Trieste

7 Latinka Perović in: Melita Richter e Maria Bacchi ( a cura di) Le guerre cominciano a primavera. Soggetti e genere nel conflitto jugoslavo, ed. Rubbettino, 2003.

8 Il Piccolo, Trieste, 9 luglio 2015

9 Dal poema: “Le lacrime delle madri di srebrenica“, di Abdulah Sidran (traduzione di Nadira Šehović)


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