Il South-East Europe Media Forum ha riunito a Skopje giornalisti e organizzazioni in difesa della libertà di informazione da tutta Europa. La giornalista croata Zrinka Vrabec Mojzeš ha parlato delle relazioni pericolose tra media e potere, e della necessità di adottare una legislazione sui media al livello europeo. Intervista

24/10/2014 -  Svetla Dimitrova Skopje

Nei corridoi del South East Europe Media Forum (SEEMF) che si è tenuto lo scorso fine settimana a Skopje, abbiamo incontrato Zrinka Vrabec Mojzeš, consigliera per gli affari sociali del presidente croato Ivo Josipović dal 2010, dopo aver lavorato per 26 anni come inviata e voce di Radio 101. Zrinka afferma comunque di non aver mai lasciato completamente il settore dei media, sia perché è uno dei temi di sua attuale competenza ma anche perché a suo avviso il giornalismo è un po' come il veleno. Una volta iniettato, dura una vita intera.

Il tema centrale quest'anno di SEEMF è se i giornalisti ottengano troppe o troppo poche informazioni dai loro governi e dal potere politico in generale. Quale la sua risposta?

Ritengo che l'informazione sia diventata vittima di una sorta di mercanteggiare. Almeno è questo che si nota in Croazia dove vi sono di fatto scambi tra politici e proprietari dei media e al centro del negoziato ci sono le informazioni... Sono molto pessimista sullo stato del giornalismo in Croazia e sugli standard della professione. E ciò che percepisco – e forse accade in tutti i paesi in via di transizione – è che i media erano molto più importanti, molto più professionali e molto più responsabili negli anni '90 e all'inizio del nuovo millennio, quando mettevano alla prova e stimolavano i cambiamenti politici e sociali nei nostri paesi, quando contribuivano alla democratizzazione delle nostre società.

Ora facciamo parte dell'Unione europea, i media sono diventati esclusivamente sinonimo di affari e una questione di profitto dei loro proprietari. Ciò che posso dire della Croazia è che vi sono due o tre nomi che di fatto controllano la scena mediatica da due decenni e mercanteggiano con i centri di potere, che siano essi partiti politici, boss della malavita o grandi aziende i cui proprietari comprano pubblicità. Non penso che i giornalisti abbiano una loro integrità o perlomeno non abbiano quell'integrità che avevamo 15 o 20 anni fa.

Lei ha sollevato durante la conferenza la questione della responsabilità dei proprietari dei media. Vi è in Croazia trasparenza sulla proprietà dei media?

No, sfortunatamente no.

Il problema è radicato nella mancanza di legislazione adeguata o nel fatto che si riesce a bypassare la legge?

Vi sono modi per non rispettare la legge. Ufficialmente conosciamo i nomi dei proprietari. Il problema è che tutti i processi di privatizzazione, compresi quelli di privatizzazione dei media, sono stati avviati mentre la Croazia era in guerra. L'attuale presidente della Croazia Ivo Josipović, allora un parlamentare, riuscì a fare includere nella Costituzione la definizione di privatizzazioni come crimine di guerra, privatizzazioni criminali che non riguardarono naturalmente solo i media. Coloro i quali divennero proprietari dei media in quel periodo lo sono tutt'ora. Certo, hanno venduto alcune quote ma io so di certo che sono ancora loro a tirare le fila nella scena dei media.

Ad esempio abbiamo una persona che è stata processata per vari crimini commessi durante il periodo di privatizzazione, sappiamo anche che vive nel paese vicino, in Bosnia Erzegovina ma, per quanto ne so, controlla ancora il 90% dei media commerciali del paese. Nel campo invece della carta stampata due grandi aziende, la Styria e la WAZ controllano il 93% della scena. Potremmo chiamarlo una sorta di giornalismo corporativo e questo non è certo giornalismo per come lo intendo io, questo servire gli interessi della proprietà ucciderà la professione.

Quale via d'uscita?

Una domanda difficile. Innanzitutto non vi è un'unica legge sui media a livello europeo.

Che lei sosterrebbe?

Sì, assolutamente. Non è infatti sufficiente che le istituzioni europee controllino la questione della concentrazione dei media solo nel mercato comune europeo. Ritengo che si debba applicare anche ai singoli mercati nazionali degli stati membri. E quindi credo vi debba essere un'unica legislazione a livello europeo e non dev'essere lasciata ai governi nazionali, perché hanno i loro specifici interessi e non vogliono cambiare.

In questo consesso è stata nominata anche la solidarietà tra giornalisti. Non esiste. Se lavorate per due media diversi il collega è di fatto il tuo peggior nemico. Il motivo per cui durante la conferenza ho citato solo giornalisti licenziati è perché non esistono più professionisti che lavorano per la carta stampata. Certo, qualcuno c'è e sono in particolare analisti e commentatori. Ma ai proprietari dei giornali non servono professionisti. Assumono studenti, persone che non hanno compiuto un adeguato percorso di formazione e poi li mettono sotto pressione per pubblicare qualsiasi cosa sia nel loro interesse. Se i giornalisti licenziati potessero far parte delle associazioni dei giornalisti, nel caso qualche giornalista pubblicasse una bugia, o qualche informazione non veritiera e che non è di interesse pubblico, allora l'associazione potrebbe punirlo in modo che non rifaccia gli stessi errori. Ora non vi è alcuna informazione in merito alle attività del Consiglio dei media. Cosa fanno? Certo, dicono “Sì, ha sbagliato”. Ma poi?

Ritiene che incontri come SEEMF possano contribuire a cambiare qualcosa?

Ritengo che innanzitutto sono importanti perché permettono e mantengono nel tempo i legami tra i giornalisti di tutta la regione. E questo è molto importante. E' per questo che sono così felice di vedere tra noi Erhard Busek, perché ha iniziato a lavorare a questo nei primi anni '90, quando tutte le relazioni professionali tra noi erano andate perse. E' anche importante essere consapevoli che condividiamo gli stessi problemi. Non importa dove si guardi, i giornalisti condividono più o meno situazioni simili. E poi quando alcune raccomandazioni arrivano da un gruppo così ingente di persone penso che possano influenzare i governi. Ieri era presente un ministro del governo macedone. So che sono tutti uguali, ma è importante che abbia sentito ciò che è stato detto.

 

Questa pubblicazione è stata prodotta con il contributo dell'Unione Europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto Safety Net for European Journalists. A Transnational Support Network for Media Freedom in Italy and South-east Europe.


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