Proteste dei giornalisti in tutta la Serbia. E il premier Vučić continua a tacciarle come tentativi di destabilizzare il governo. Nel frattempo indice elezioni anticipate

18/01/2016 -  Antonela Riha Belgrado

L’opinione pubblica in Serbia, benché abituata ad ogni tipo di evento, non ricorda che un politico, in particolare un ministro, abbia mai anticipato in pubblico che nei giorni successivi qualcuno avrebbe reso dichiarazioni con l’intenzione di destabilizzare il governo.

E' accaduto con il ministro dell’Interno Nebojša Stefanović che, ospite di una delle trasmissioni televisive più seguite nel paese, il tg della Radio Televisione della Serbia (RTS), parlando dei possibili pericoli che minacciano la Serbia dalla vicina Croazia, che pare si stia dotando di un sistema di difesa missilistico, ha fatto riferimento anche ad alcuni pericoli interni che minaccerebbero a suo dire il paese: "Disponiamo di informazioni secondo le quali alcune persone cercheranno con false dichiarazioni contro il ministero dell’Interno di affermare che alcuni giornalisti serbi hanno subito pedinamenti". "Una giornalista dirà di essere stata pedinata e lo farà a breve, entro alcuni giorni” ha precisato Stefanović, per poi proseguire: “Il rappresentante di un’associazione di giornalisti, comparirà in pubblico per riferire di una cosa scandalosa, benché non ci sia alcuna prova che sia avvenuta ed infatti non è mai accaduto quello che racconterà”.

Rigettando come false affermazioni ancora inespresse, il ministro sentenziava anticipatamente mentre l’opinione pubblica con ansia aspettava un qualche epilogo della vicenda.

Pedinamenti e insabbiamenti

Lunedì 12 gennaio in una conferenza stampa dell’Associazione dei giornalisti indipendenti della Serbia (NUNS) il suo presidente Vukašin Obradović ha comunicato di essersi incontrato l'8 gennaio con un poliziotto che aveva da poco sporto denuncia contro il ministro Stefanović e la sua collaboratrice Dijana Hrkalović, accusandoli di distruzione di prove sul pedinamento illegale di una giornalista avvenuto alla fine del 2014.

Nella denuncia il poliziotto afferma che in quanto impiegato nel Reparto per gli affari della sicurezza presso il gabinetto del ministro dell’Interno, per caso aveva scoperto un documento dal quale aveva capito che illegalmente, senza alcun ordine del tribunale, era stata fatta pedinare una giornalista belgradese. Di ciò aveva informato i colleghi e alcuni giorni dopo il 15 dicembre 2014 era giunto l’ordine di distruggere nove hard disk e tre stampanti che erano stati usati in quel Reparto.

Il poliziotto sospetta che con la distruzione del materiale siano scomparse anche le prove sul pedinamento di alcune altre persone. Senza risposta resta per ora la domanda sul perché il poliziotto abbia sporto denuncia solo un anno dopo che si erano verificati i fatti, il 30 dicembre 2015.

Tutto ciò ovviamente dovrebbe essere discusso e provato in tribunale ma il ministro e i media vicini al governo hanno già emesso la sentenza. Sempre l’8 gennaio, l’influente tabloid Informer, vicino al governo, ha reso noto il nome della giornalista e del poliziotto che ha sporto denuncia, inquinando in questo modo ulteriormente le prove.

Obradović si è detto molto colpito dal fatto che a poche ore dal suo incontro con il poliziotto, il ministro Nebojša Stefanović si sia presentato in pubblico dicendo che si trattava di “prove false”. I timori di Obradović non sono privi di fondamento. In Serbia i pedinamenti illegali di note persone e “nemici” del regime rimandano ad una pratica, anche più brutale, in voga negli anni ’90.

Durante il bombardamento della Serbia, il giorno di Pasqua 11 aprile 1999 fu ucciso uno dei più noti giornalisti serbi, Slavko Ćuruvija. Per giorni era stato pedinato segretamente dai membri della Sicurezza statale, mentre in pubblico, sui media di regime, si annunciava una rappresaglia contro di lui perché aveva criticato il regime di Slobodan Milošević. Il ministro dell’Informazione a quel tempo era proprio l’attuale premier Aleksandar Vučić.

I ricordi di quel periodo sono ancora molti vivi e proprio nei giorni in cui il ministro Stefanović rigettava le accuse sulla distruzione delle prove, un membro della Sicurezza statale, sul banco degli imputati nel processo in corso per l’omicidio di Slavko Ćuruvija, ha testimoniato proprio sulla distruzione di documenti e sui pedinamenti del giornalista ucciso.

Giornalisti in piazza

A quel punto ai motivi che da settimane stanno portando in piazza giornalisti in tutto il paese, si è aggiunta anche la richiesta che il ministro Stefanović risponda a quanto riportato nella denuncia e spieghi come è venuto a sapere che il poliziotto coinvolto nella vicenda si era incontrato con il presidente della NUNS.

I giornalisti in Serbia stanno protestando da quando, un mese fa, il ministro della Difesa Bratislav Gašić -  che, come Stefanović, è vicepresidente del partito del premier Vučić - ha offeso una giornalista della TV B92 che, raccogliendo una sua dichiarazione e per non essere inquadrata dalla telecamera, si era inginocchiata. “Amo le giornaliste che si inginocchiano facilmente”, aveva dichiarato il ministro.

Per molte giornaliste quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso amaro delle offese che continuamente subiscono da più fronti: pressioni economiche, dipendenza dagli inserzionisti vicini al governo, pessima applicazione delle leggi sui media, controllo delle informazioni, censura e sempre più autocensura, divisione in amici e nemici dello stato. Tutte questioni ben più impattanti di una dichiarazione sessista di un ministro, ma proprio quest'ultima ha dato il via alle dimostrazioni di piazza.

Nonostante il premier Vučić abbia immediatamente condannato il gesto del suo ministro e abbia annunciato che lo avrebbe destituito sono iniziate subito le proteste dietro lo slogan “I giornalisti e le giornaliste non si inginocchiano”.

Ad oggi il premier non ha però ancora destituito Gašić, argomentando che è un ottimo ministro e che non è facile sostituirlo. Il fatto inoltre che una decisione in tal senso debba essere votata dal parlamento e che ciò avverrà solo il prossimo marzo, non ha fatto che aumentare l’insoddisfazione di parte dei cittadini e dei media per la mancata promessa.

Le proteste avviate da un gruppo di giornalisti di Belgrado si sono ben presto diffuse a tutta la Serbia. Durante l’ultima manifestazione dell’8 gennaio scorso i giornalisti e i cittadini che li appoggiano si sono ritrovati in 15 città serbe. In alcuni luoghi erano solo una decina, mentre a Belgrado circa 300. A prescindere dai numeri, il megafono come unico mezzo di promozione e i volantini improvvisati hanno suscitato un certo nervosismo del governo.

In alcune città i giornalisti sono stati portati alla centrale della polizia e interrogati per sapere se la manifestazione avesse qualche connotazione politica e se intendesse “sollevare una provocazione”.  Ai manifestati è stato chiesto di annunciare le manifestazioni alla polizia anche se in questo momento non esiste una legge che li obblighi a farlo. In alcuni media i giornalisti sono stati minacciati di licenziamento nel caso si fossero uniti alle proteste, mentre altri media hanno solo avvisato che non sarebbe stata buona cosa prender parte alle dimostrazioni.

Mentre l’insoddisfazione dei giornalisti cresce e le richieste si moltiplicano, l'unica risposta del premier alle critiche sulla situazione dei media è che vogliono solo far cadere il governo e destabilizzare il paese.

Intanto, ieri, è arrivata la decisione di Vučić di indire elezioni anticipate. Lo ha fatto in un momento in cui il governo controlla di fatto un grande numero di media. Dal premier dipende come questo potere verrà sfruttato durante la campagna elettorale, mentre dai giornalisti dipende in che misura gli si consentirà di agire. I giornalisti e le giornaliste che hanno deciso di non inginocchiarsi dicono che le proteste continueranno.

Questa pubblicazione è stata prodotta nell'ambito del progetto European Centre for Press and Media Freedom, cofinanziato dalla Commissione europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto


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