Dragan Janjić (foto Medija Centar Beograd)

Dragan Janjić (foto Medija Centar Beograd )

Il 2018 è stato l’anno in cui la posizione diplomatica della Serbia si è indebolita sia rispetto ai suoi vicini che alle potenze internazionali. Soprattutto rispetto alla normalizzazione delle relazioni con Pristina

11/01/2019 -  Dragan Janjić Belgrado

(Originariamente pubblicato dal portale Kossev )

È del tutto possibile che l’incidente diplomatico avvenuto durante la cerimonia di commemorazione del centenario dell’armistizio della Prima guerra mondiale tenutasi a Parigi, quando il presidente serbo Aleksandar Vučić è stato costretto ad assistere alle celebrazioni da una posizione defilata rispetto alla tribuna d’onore, dove erano seduti altri leader dei paesi dei Balcani, sia stato determinato da una serie di sviste nel protocollo, ma a prescindere dalla causa, questo episodio può essere assunto come metafora dell’attuale stato di cose nei Balcani. La Serbia, incarnata nella figura di Vučić, ha seguito con nervosismo “l’evolversi della situazione”, mentre nella tribuna d’onore c’erano tutti gli altri capi di stato dei Balcani, compreso il presidente del Kosovo Hashim Thaçi.

Il significato simbolico dell’episodio riguardante l’assegnazione dei posti durante la cerimonia di Parigi è (come spesso accade) ulteriormente rafforzato da altri elementi che possono essere collegati all’attuale situazione nei Balcani. A margine della cerimonia il presidente kosovaro Hashim Thaçi ha brevemente incontrato, stretto la mano e scambiato qualche parola con il presidente russo Vladimir Putin, e le fotografie dell’incontro sono apparse su diversi media. Il fatto che Putin abbia accettato di incontrarsi con il presidente kosovaro già di per sé dimostra che Mosca capisce bene che la situazione nei Balcani sta evolvendo in una direzione sfavorevole alla Serbia e che, cosa ancora più importante, probabilmente non è più disposta a sostenere solo una parte, cioè Belgrado.

Il punto è che le vicende della regione seguono un corso in qualche modo predeterminato, mentre la Serbia resta ferma, guardando come i suoi vicini avanzano sulla strada dell’integrazione euroatlantica. Il Montenegro è già membro della Nato, mentre la Macedonia si sta preparando ad aderirvi, ed entrambi i paesi stanno superando un ostacolo dopo l’altro sul cammino verso l’Unione europea. Le relazioni tra i paesi della regione (escludendo la Serbia) stanno migliorando, o si mantengono sui livelli (abbastanza soddisfacenti) raggiunti negli anni precedenti. In parole povere, non ci sono grandi disaccordi.

Belgrado si comporta in modo sempre più nervoso e piuttosto confuso, entrando, molto più spesso che in passato, in conflitto con i vicini. Al contempo inizia ad inviare messaggi sempre più bruschi all’Occidente, mentre i funzionari statali, e soprattutto il presidente Vučić, nelle loro dichiarazioni continuano a mostrarsi favorevoli all’integrazione europea della Serbia e a una soluzione negoziata della questione del Kosovo. Bruxelles e Washington di solito si astengono da reazioni forti e dirette, ma la seconda metà del 2018 è stata caratterizzata da critiche sempre più aperte nei confronti delle autorità serbe a causa del degrado dello stato di diritto, di diversi tentativi di limitare la libertà dei media e di altre questioni legate al mancato rispetto degli standard europei.

Peggioramento

Tutto sommato, nel 2018 le relazioni della Serbia sia con le potenze mondiali sia con i paesi vicini si sono deteriorate. Un fatto piuttosto negativo perché, in un momento in cui i negoziati sulla normalizzazione delle relazioni tra Belgrado e Pristina stanno entrando nella fase finale, il numero di potenziali alleati della Serbia sta diminuendo. Il sostegno di Russia e Cina non è in discussione, ma la reale portata di questo sostegno è emersa chiaramente durante una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu tenutasi alla fine del 2018, quando i paesi membri hanno espresso le loro posizioni sulla questione del Kosovo, senza però giungere ad alcuna conclusione.

Belgrado ha buoni motivi per essere nervosa e insoddisfatta. Prima di tutto, le disposizioni dell’Accordo di Bruxelles relative alla creazione dell’Associazione delle municipalità serbe non sono ancora state attuate e, per come stanno le cose adesso, questa istituzione probabilmente non sarà creata. Allo stesso tempo, nel corso del 2018, come previsto dall’Accordo di Bruxelles, è stata rafforzata la presenza delle istituzioni kosovare nel nord del paese. Gli organi doganali, giudiziari e di pubblica sicurezza nel nord del Kosovo vengono gradualmente integrati nel sistema istituzionale kosovaro, e la polizia kosovara ha più volte dimostrato di essere in grado di agire anche nei comuni a maggioranza serba nel nord del paese, senza suscitare alcuna critica da parte della comunità internazionale.

Inoltre, l’anno scorso a Pristina è stato arrestato, trattato in modo umiliante e poi rilasciato il capo dell’Ufficio per il Kosovo del governo serbo Marko Đurić; il presidente kosovaro Hashim Thaçi, accompagnato dai membri dell’unità speciale della polizia kosovara e dai giornalisti, ha fatto un giro in barca sul lago di Gazivode, conteso da Belgrado e Pristina; la polizia kosovara ha inoltre arrestato tre persone di nazionalità serba sospettate di essere coinvolte nell’omicidio di Oliver Ivanović, mentre un altro sospettato, Milan Radoičić, è riuscito a evitare l’arresto, trovando rifugio in Serbia. Le autorità kosovare hanno quindi più volte dimostrato di poter esercitare poteri coercitivi anche nel nord del paese, senza suscitare forti turbolenze.

Le autorità di Belgrado hanno fortemente protestato contro gli interventi della polizia kosovara nel nord del Kosovo, richiamandosi ad un accordo raggiunto con la Nato, secondo cui le unità armate della polizia kosovara possono entrare nel territorio del nord del Kosovo solo con l’autorizzazione delle autorità locali. Tuttavia, è emerso che questo accordo non è mai stato formalizzato in un atto scritto, per cui le proteste di Belgrado non hanno dato alcun frutto. Continua ad essere applicata la prassi secondo cui la polizia kosovara, sulla base dell’Accordo di Bruxelles, ha competenza sull’intero territorio del Kosovo, pertanto le sue unità speciali possono compiere azioni nell’intero paese, mentre il divieto di entrare nel nord del Kosovo valeva solo per il Corpo di protezione del Kosovo [sciolto nel 2009].

Esercito

La ciliegina sulla torta, arrivata alla fine dell’anno scorso, è stata la decisione di Pristina di trasformare le sue forze di sicurezza in forze armate. Si tratta innanzitutto di una decisione politica con cui le autorità kosovare hanno voluto dimostrare di essersi adoperate per dotare il Kosovo di tutti gli attributi di uno stato sovrano. Il processo di formazione dell’esercito del Kosovo durerà almeno dieci anni e si svolgerà sotto sorveglianza internazionale. Non si tratta quindi di una decisione che può incidere nell’immediato sulla situazione nel paese. Tuttavia, il messaggio che le autorità di Pristina hanno voluto mandare è chiaro: a prescindere dalla posizione della Serbia, il Kosovo continuerà a rafforzare la propria indipendenza e potrà contare sull’appoggio della comunità internazionale.

Cosa avrebbe potuto fare la Serbia per evitare che la situazione si sviluppasse in questo modo? La stessa cosa che ha fatto Vučić durante la cerimonia di Parigi: esprimere la propria insoddisfazione e osservare la situazione restando in disparte, quindi niente. Cosa può fare nei prossimi mesi e anni? Niente.

La risposta alla domanda perché la politica serba verso il Kosovo ha effetti limitati è semplice: sia Bruxelles che Washington vedono la soluzione della questione del Kosovo come precondizione essenziale per il mantenimento della stabilità nei Balcani. Gli Stati Uniti, così come la maggior parte dei paesi europei, hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, pertanto è logico che percepiscano il rafforzamento dell’indipendenza del Kosovo, compresa l’adesione alle Nazioni Unite, come parte della soluzione piuttosto che del problema.

La Serbia invece non riconosce l’indipendenza del Kosovo e percepisce il suo rafforzamento come un problema, anziché come una soluzione, esprimendo così una posizione diametralmente opposta a quella assunta dalle potenze mondiali che giocano un ruolo decisivo nei Balcani. Anche la Russia è un paese grande e importante, ma dalla Serbia la separano diversi “anelli” costituiti dai paesi membri dell’Unione europea e della Nato, ed è soprattutto focalizzata sulla risoluzione dei problemi nel proprio “cortile” (a cominciare dalla questione dell’Ucraina, ovvero della Crimea).

Quindi, le speculazioni su una possibile virata di Belgrado verso Mosca non trovano alcun riscontro nella realtà, ma se un simile scenario dovesse verificarsi, non contribuirebbe a risolvere la questione del Kosovo nel modo auspicato da Belgrado. Al contrario, porterebbe a un deterioramento dei rapporti tra la Serbia e le potenze occidentali e a un ulteriore indebolimento della posizione della Serbia nella regione e a livello internazionale.

Vučić è probabilmente consapevole di tutto questo, motivo per cui ha cercato di raggiungere un accordo sulla cosiddetta demarcazione, ovvero uno scambio di territori tra Serbia e Kosovo. Ma nemmeno su questo fronte è stato compiuto alcun progresso tangibile, e non vi è alcun indizio concreto di un futuro accordo. Ciò che viene chiesto alla Serbia è di assumere un atteggiamento più favorevole nei confronti dell’indipendenza del Kosovo, compresa l’adesione all’Onu. In tutto questo, i serbi del Kosovo sono sempre più confusi e impauriti, nonostante le autorità di Belgrado tuttora controllino la situazione nei comuni a maggioranza serba.

È importante tenere presente che il 2018 è iniziato con l’omicidio di Oliver Ivanović. È stato un colpo decisivo a quella che può essere definita un’autentica politica dei serbi del Kosovo. L’esistenza di tale politica è indispensabile in un momento in cui non si intravede alcuna soluzione basata sull’autonomia istituzionale e territoriale dei serbi del Kosovo. Offeso, attaccato e perseguitato in modo sistematico (soprattutto dai serbi), Oliver si è rifiutato di piegarsi, ed è stata una decisione non solo coraggiosa ma anche giusta. Con il suo omicidio si è aperto un “abisso politico” che sarà difficile colmare.


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