Nel carcere di massima sicurezza a Rezina, Moldavia - foto di Francesco Brusa

Nel carcere di massima sicurezza a Rezina, Moldavia - foto di Francesco Brusa

Le strutture carcerarie moldave risalgono ancora all'epoca sovietica, con condizioni pessime per i detenuti. Eppur qualcosa si muove per riformare il sistema. Reportage

06/09/2016 -  Francesco Brusa

Un cigolio di chiavistelli apre il primo cancello, che si richiude subito con un movimento deciso. Lo stretto corridoio di pareti azzurre conduce a un portone di legno, poi a un altro cancello ancora, e si intravedono le prime grate affacciarsi sul cortile interno. “Mi ci ritrovo molto nel personaggio di Amleto, è come se raccontasse di quello che ho passato e delle vicissitudini che mi hanno portato fin qua”.

Altre serrature scattano e si sale la rampa di scale per il terzo piano. Inizia a filtrare meno luce mentre una serie di celle accompagna l'angusto percorso fino ad una sala centrale. “Ma Amleto può essere qualsiasi cosa. In fondo, è la rappresentazione di un conflitto irresolubile, di forze in perenne contrasto fra di loro. È come se nella sua personalità fossero contenuti società e nazioni intere, con tutte le loro contraddizioni”.

Dietro una bianca rete di metallo, una decina di detenuti del carcere di massima sicurezza a Rezina (nella parte nord-est del paese, al confine con il territorio indipendente della Transnistria) esegue movimenti all'unisono, prova alcuni dialoghi, si cimenta in esercizi di concentrazione. A guidarli i registi teatrali Mihai Fusu e Luminiţa Țâcu con alcuni attori professionisti provenienti dalla capitale.

È la prima volta che in Moldavia si sperimenta un'attività di questo tipo con i carcerati. Finora, sempre per iniziativa di Fusu e Țâcu, si era solo riusciti a portar fuori dalle mura delle prigioni testimonianze e racconti, sfociati nello spettacolo “Shakespeare pentru Ana” che ha creato un certo scalpore. Ma un coinvolgimento così diretto dei detenuti e una loro esposizione a un pubblico esterno (la premiére avrà luogo a settembre) non si era mai verificato. L'intento è quello di gettare luce su un problema che generalmente gode di scarsa attenzione nella società moldava. Il sistema carcerario è infatti un argomento praticamente assente dal discorso pubblico e affrontato con discontinuità dalle istituzioni. Mancano inoltre forze politiche che lo mettano al centro del proprio programma o che propongano una visione della sua gestione differente da quella attuale.

“In un certo senso, Amleto è un po' come la Moldavia: ci sono varie parti che lottano per il potere e lui si ritrova bloccato”, così conclude il detenuto che reciterà il ruolo del principe di Danimarca.

Le strutture carcerarie

In realtà, alcuni cambiamenti stanno già avvenendo anche se un po' sotterraneamente. Il progetto dell'Amleto in carcere è infatti parte di una più ampia serie di iniziative tese a migliorare il sistema carcerario del paese: negli ultimi anni sono stati avviati laboratori ricreativi, riguardanti la musica e l'artigianato per esempio, soprattutto nel carcere minorile di Goian e in quello femminile di Rusca.

Il laboratorio teatrale nel carcere di Rezina - foto d Francesco Brusa

Il laboratorio teatrale nel carcere di Rezina - foto d Francesco Brusa

Inoltre è in corso dal 2007 una stretta cooperazione fra le autorità moldave e un gruppo di esperti locali e internazionali, nell'ambito di un progetto avviato dal ministero della Giustizia norvegese (NORLAM), che si propone in particolar modo di promuovere lo stato di diritto, rafforzare l'utilizzo di misure alternative alla detenzione nonché un maggiore utilizzo della libertà condizionata.

Tuttavia, la situazione rimane generalmente problematica: nel 2015, la Moldavia è stata la nazione con la più alta quantità di appelli alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo in relazione al numero di abitanti. I motivi sono di varia natura, ma indicano appunto che le criticità si presentano su molti livelli.

Condannati a vita

Attraversando il cortile interno della prigione di Rezina si entra nell'ala dei detenuti a vita. La struttura è praticamente identica a quella dove abbiamo incontrato il laboratorio teatrale senonché, al salire le scale, il silenzio si fa sempre più profondo e inesorabile. La maggior parte degli ergastolani subisce il regime di isolamento per i primi dieci anni della pena e non ha possibilità di comunicazione interpersonale se non in occasioni rare e circoscritte. Soltanto i passi dei secondini sembrano scandire gli spazi dell'edificio. All'ultimo piano un corridoio ampio ma spettrale conduce su una terrazza esterna: qui è l'ora d'aria dei condannati a vita. Balconcini di 2 metri quadrati circa, divisi da alte mura che lasciano aperto giusto un rettangolo di cielo occluso dalle reti di sicurezza, replicano lo schema delle celle interne e fanno sì che i prigionieri vi accedano solo individualmente per la loro “pausa” giornaliera. Niente di più, a parte una piccola stanza dove giacciono alcuni attrezzi per l'esercizio fisico.

Parlare di “transizione” - termine certamente abusato nel descrivere i processi in atto in queste aree – non è forse del tutto fuori luogo. Innanzitutto, a un livello più astratto, prevale ancora in Moldavia una concezione della giustizia come sistema quasi esclusivamente punitivo. Lo stesso quadro legislativo lascia generalmente poco spazio al giudice per prendere in considerazione attenuanti, motivazioni specifiche o peculiarità psicologiche relative all'accusato e, di conseguenza, lascia poco spazio per una maggiore differenziazione della pena su base individuale.

Solo dal 2007 sono state introdotte misure alternative alla detenzione, che risultano in costante crescita sebbene non sufficientemente supportate da fondi e risorse: manca cioè una classe professionale preparata e un “clima culturale” favorevole che spingano verso una riforma più ampia dell'istituzione carceraria.

Inoltre, su un piano maggiormente concreto, da Rezina a Goian, da Rusca al cosiddetto carcere n.13 di Chişinau (dove i detenuti scontano i primi mesi della condanna in attesa di essere reindirizzati verso una struttura definitiva, e oggetto tra l'altro di una recente visita di osservatori italiani) tutte le prigioni moldave risalgono all'epoca sovietica. Questo le rende non solo spesso bisognose di manutenzione, ma anche strutturalmente inadatte al funzionamento attuale della giustizia. Infatti, tali complessi erano in pratica dei semplici dormitori, in cui il detenuto trascorreva soltanto le ore notturne mentre durante il giorno veniva impiegato nei lavori forzati. È chiaro allora che la riorganizzazione dei loro spazi interni risulti problematica e che l'origine del sovraffollamento odierno risieda anche nella loro inadeguatezza in quanto edifici.

Un'altra amnistia

Il 28 luglio è stata votata in parlamento un'amnistia che rimetterà in libertà 1700 detenuti. Si tratta del terzo provvedimento simile dal 2008, indice appunto che una strategia a lungo termine debba ancora svilupparsi pienamente. “È ovvio che si tratta di una misura emergenziale”, ci dicono i rappresentanti di NORLAM, “e questo avviene principalmente perché ancora non funziona il meccanismo della libertà condizionata. I dati indicano che viene utilizzata sempre meno, nonostante le pressioni. In più, risulta difficile approntare un percorso di “riavvicinamento” graduale alla società durante la detenzione, differenziando mano a mano la pena e fornendo un adeguato supporto psicologico ed educativo ai prigionieri. Tutto ciò conduce a un forte tasso di recidivi e di conseguenza a un aumento della popolazione carceraria, in un circolo vizioso che va assolutamente spezzato”.

Gli ergastolani nella repubblica moldava sono 112, un numero alto se rapportato alla popolazione. Di questi nessuno parteciperà al laboratorio di Mihai e Luminiţa, viste le strette restrizioni interne per le attività in carcere, eppure lo spettacolo cercherà di parlare anche per loro. Dai gesti degli attori-detenuti, da come cercano di approcciarsi al testo, traspare un desiderio di riscatto individuale, ma soprattutto un sentire comune. Sentire comune relativamente ad una società per cui sono “invisibili” e che spesso non è a conoscenza delle loro condizioni, generalmente dure e prive di progettualità.

Certo, riformare l'intero sistema, è un percorso difficile, pieno di ostacoli sia dentro che fuori. Ma chissà che - assieme al sipario sull'Amleto – non si apra anche una nuova stagione di cambiamento e consapevolezza sul problema.


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