Il recente scontro armato nella cittadina di Kumanovo, in Macedonia, viene sfruttato dal governo di Belgrado per spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dal tema del Kosovo al supposto pericolo della Grande Albania. Un’analisi

14/05/2015 -  Dragan Janjić Belgrado

Belgrado subito dopo l’escalation del conflitto a fuoco a Kumanovo, al confine tra la Serbia e la Macedonia, ha compiuto tutte le mosse che ci si possono attendere in queste situazioni.

Alla frontiera sono stati immediatamente inviati rinforzi di polizia (450 membri della Gendarmeria), mentre l’Esercito serbo ha alzato il livello di preparazione bellica al fine di potere intervenire più velocemente, in caso di un’ulteriore escalation delle violenze, ed impedire così il travaso del conflitto in territorio serbo.

Il premier Aleksandar Vučić e gli altri funzionari di alto livello si sono astenuti dal rilasciare incendiarie dichiarazioni politiche. La tensione non è stata sfruttata per aumentare la retorica sul Kosovo, anche se è chiaro che i vertici politici e militari serbi ritengono che il gruppo armato responsabile degli incidenti provenga proprio dal Kosovo. Con questa atteggiamento il governo desidera mostrare a Bruxelles e Washington di essere un fattore di stabilità regionale e di non avere alcuna intenzione di infilarsi in una sorta di avventurismo politico.

Allo stesso tempo, media serbi e analisti militari di varia provenienza offrono svariate teorie sulle cause della recente escalation di violenza, a partire da quella secondo la quale sarebbe un’azione dell’Occidente contro il presidente russo Vladimir Putin, con l’intento finale di impedire la realizzazione del gasdotto attraverso la Turchia e i Balcani, fino alla teoria che ci sia un complotto ben organizzato per creare la Grande Albania, a capo del quale ci sarebbero il premier albanese Edi Rama e i funzionari kosovari.

La relativa moderazione dei vertici dello stato e il chiassoso atteggiamento dei media intenti a diffondere le varie teorie del complotto sono solo apparentemente in contraddizione. In realtà, funzionano molto bene a seconda del destinatario. Evitando di sfruttare gli incidenti dello scorso weekend per inasprire le relazioni coi vicini Macedonia e Kosovo, i funzionari fanno sapere all’estero di essere politici seri e responsabili. Contemporaneamente i media si rivolgono all’opinione pubblica locale diffondendo la convinzione che gli albanesi con l’aiuto dell’Occidente lavorano alla creazione della Grande Albania.

Politica

Per quanto riguarda le circostanze politiche serbe, l’escalation del conflitto nel nord della Macedonia favorisce Vučić. Attraverso i media si presenta alla popolazione l'idea del grande pericolo che proviene dagli albanesi e si trasmettono reportage sulle unità della Gendarmeria nella zona di confine mentre il governo, impegnando ulteriori unità, dimostra prontezza e risolutezza nell'impedire lo sconfinamento delle violenze in territorio serbo. Vučić, a ragione, si aspetta che questa situazione possa rinforzare la sua posizione e cerca di sfruttarla nel miglior modo possibile.

L’altro grande vantaggio potenziale sul fronte politico interno è la creazione di condizioni tali per cui anche i più fervidi nazionalisti, che compongono la maggior parte dell’elettorato, possano accettare più facilmente i dolorosi compromessi che la Serbia sta compiendo nei negoziati con il Kosovo. In parole povere, all’opinione pubblica si suggerisce che la Serbia si trova di fronte ad un nuovo pericolo e che ora l’obiettivo principale è impedire la creazione della Grande Albania, che dovrebbe comprendere anche le zone meridionali della Serbia, la Macedonia occidentale e il versante orientale del Montenegro, pertanto tutta l’attenzione si focalizza su questo tema.

Il Kosovo finisce automaticamente nell’ombra, mentre la popolazione comincia a temere una possibile nuova e maggiore confusione politica e diventa più pronta ad accettare la realtà delle cose. Certo, sarebbe sbagliato pensare che il governo serbo ha da tempo e con cura concepito questo piano per poterlo adottare nella crisi in Macedonia. Piuttosto i circoli di governo si sono mantenuti pragmatici nelle dichiarazioni tanto quanto le circostanze lo consentivano, facendo ben attenzione alle posizioni di Washington e Bruxelles, mentre i messaggi che attraverso i media giungono all’opinione pubblica fanno parte della quotidianità politica locale.

Ai media non è servito certo un aiuto dall’esterno per mettere la pericolosità della Grande Albania in primo piano. Questa idea è profondamente radicata nella società serba e l'insistenza dei media su questo tema è prevedibile, perché riesce a far aumentare la tiratura e l’audience. Per cui è stato quindi sufficiente che il governo non facesse alcuna osservazione ai media per far sì che l’atmosfera diventasse quello che è.

Collaborazione

Il governo serbo ha definito gli incidenti in Macedonia come un atto terroristico, mentre l’attuale crisi che da tempo scuote Skopje non ha interessato né il governo né l’opposizione. La Serbia continua a mantenere relazioni ufficiali con la Macedonia e appoggia il governo di Skopje nella lotta al terrorismo. Se a Skopje i disordini politici, che comprendono anche le dimostrazioni di massa da parte dei simpatizzanti dell’opposizione, dovessero finire con la vittoria dell’opposizione, Belgrado non avrà alcun problema a mantenere buone relazioni con il nuovo esecutivo.

Il governo di Belgrado ha reso noto che a Skopje sono state consegnate tutte le informazioni sulla preparazione dell’attacco terroristico, cosa che è stata detta pubblicamente dall’Agenzia per l’intelligence militare (VBA) e dai servizi segreti (BIA). Il capo della VBA Petar Cvetković ha detto che i servizi macedoni hanno colto al volo gli avvertimenti di Belgrado. Con le dichiarazioni dei due capi di suddette agenzie si vuole mostrare all’opinione pubblica locale e ai paesi limitrofi che la Serbia ha la forza di fare i conti con una crisi e che è in grado di raccogliere rilevanti informazioni segrete.

La zona della Serbia meridionale, che si trova nell’angolo compreso tra la Macedonia e il Kosovo, è anch’essa oggetto di attenzioni particolari da parte di Belgrado. In quella parte del paese, che gli albanesi locali chiamano Valle di Preševo, la maggioranza della popolazione è composta da albanesi. Nei tre comuni del sud della Serbia, Preševo, Bujanovac e Medveđa, vivono circa 58.000 albanesi. A Preševo sono circa il 90% della popolazione locale, a Bujanovac circa il 55% mentre a Medveđa il 26%.

Si tratta di una zona particolarmente strategica per la Serbia perché attraverso essa, o più precisamente attraverso la municipalità di Preševo, passa il vitale corridoio 10 che dalla Serbia, attraverso la Macedonia, conduce fino alla Grecia. La strada e la ferrovia che passano da questa zona, e poi accanto a Kumanovo, sono per la Serbia una via di comunicazione di eccezionale importanza, la cui eventuale interruzione per motivi di sicurezza porterebbe con sé delle conseguenze catastrofiche per l’economia serba e la sua favorevole posizione geografica.


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