Con una maggioranza governativa sempre più fragile, non ha sorpreso nessuno la decisione dei leader politici di Pristina di portare il Kosovo ad elezioni anticipate, fissate per il prossimo 8 giugno. Una tornata elettorale piena di sfide sia organizzative che politiche

21/05/2014 -  Violeta Hyseni Kelmendi Pristina

Il Kosovo va alle urne il prossimo 8 giugno, dopo lo scioglimento del parlamento arrivato nelle scorse settimana. I leader dei principali movimenti politici hanno trovato un accordo sulle elezioni anticipate, dopo che lo stallo dei lavori parlamentari sulla trasformazione delle forze di sicurezza kosovare in un vero e proprio esercito kosovaro aveva irrimediabilmente indebolito la maggioranza di governo.

Secondo la costituzione del Kosovo, per la creazione delle forze armate kosovare è necessario il sostegno di due terzi dei parlamentari, oltre al voto favorevole di due terzi dei rappresentanti delle minoranze etniche. Tuttavia, la minoranza parlamentare serba ha boicottato il voto e impedito il raggiungimento del quorum qualificato. I rappresentanti serbi hanno nell’occasione tentato di ottenere la garanzia di seggi riservati per un altro mandato elettorale come condizione per il proprio voto favorevole, una prassi non prevista dalle norme costituzionali.

A Pristina, lo scioglimento dell’assemblea non ha stupito nessuno. Dopo una serie di fallimenti politici, tra cui il controverso dibattito sulla creazione del Tribunale Speciale per i Crimini di Guerra, la mancata privatizzazione di una delle più redditizie aziende pubbliche (PTK - Poste e Telecomunicazioni del Kosovo) e la debacle sulla creazione di un esercito nazionale, la fine prematura di questo parlamento era ampiamente attesa.

Il premier Hashim Thaçi ha pubblicamente dichiarato che un parlamento “incapace di votare la creazione dell’esercito del suo stesso paese non ha alcun senso d’esistere”. La proposta governativa prevedeva di trasformare gli attuali 2.500 uomini delle Forze di Sicurezza del Kosovo in un esercito di 5mila soldati professionisti e tremila riservisti, con il compito di collaborare con le truppe NATO sul territorio.

Lumir Abdixhiku, direttore esecutivo dell’Istituto di Ricerca e Sviluppo (Riinvest), ha affermato che mai i deputati hanno votato con maggior saggezza che ora nell’approvare lo scioglimento del parlamento. A suo giudizio infatti, l’attuale assemblea parlamentare era la più debole della storia del paese: “Da diversi mesi il parlamento non operava più con efficacia. Alla coalizione di governo è mancata la maggioranza dei voti in gran parte delle recenti consultazioni, mentre l’opposizione non aveva la forza per far passare una mozione di sfiducia al governo. Lo scioglimento concordato era l’unica, logica soluzione per sbloccare l’impasse politico”.

Le elezioni anticipate erano state ventilate alcune settimane prima anche da Isa Mustafa, leader della prima forza di opposizione, la Lega democratica del Kosovo (LDK): “Il Parlamento non funziona più. La miglior strategia d’uscita è andare alle urne ad inizio giugno, dopo aver sciolto l’assemblea”.

Le molte sfide di nuove elezioni politiche

C’è ottimismo tra i politici a Pristina, nella convinzione che il voto anticipato porterà ad una maggiore stabilità nella più giovane nazione d’Europa, la cui indipendenza è stata riconosciuta fino ad oggi da oltre cento paesi nel mondo.

Le elezioni parlamentari dovevano inizialmente tenersi a novembre. Fino ad allora, la leadership del paese era chiamata a completare la riforma elettorale così come richiesto dall’Unione Europea, che aveva fatto pressione per una maggiore semplicità e trasparenza del sistema di voto e soprattutto preteso che venisse affrontata la questione dei brogli riscontrati alle elezioni nazionali del 2010. L’anticipo della scadenza elettorale significa lo stop alla riforma e il Kosovo voterà quindi a giugno secondo la vecchia normativa.

Organizzare elezioni davvero libere e democratiche sarà una sfida per la Commissione Elettorale, che ha affermato che la regolarità dipenderà molto dai principali partiti politici, che dovranno dimostrare buona volontà e astenersi dal tentare colpi di mano.

L’OSCE ha nel frattempo espresso la propria disponibilità ad aiutare le autorità locali ad organizzare la consultazione, in particolare nella regione settentrionale del paese, a maggioranza serba e che per questo particolarmente sensibile all’influenza della Serbia.

Per la prima volta dopo la guerra infatti, i serbi del Kosovo settentrionale sembrano intenzionati a partecipare alle elezioni parlamentari. I media serbi hanno dato notizia di un accordo per correre in coalizione alle elezioni tra i due maggiori partiti serbi in Kosovo, il Partito liberale serbo, alleato del governo di Pristina, e la Lista serba, appoggiata da Belgrado, con l’obiettivo di ottenere voti sufficienti per essere politicamente determinanti nella futura assemblea.

Il leader del Partito liberale serbo Slobodan Petrović ha dichiarato che se l’affluenza alle elezioni da parte dei serbi sarà elevata, la coalizione potrà ottenere almeno 20 seggi su 120 disponibili.

Campagna elettorale già in moto

La macchina della campagna elettorale si è intanto messa in moto ben prima dello scioglimento del parlamento e i maggiori partiti politici si sfidano nell’includere nelle proprie liste quanti più esponenti della società civile e del mondo degli affari.

I protagonisti delle prossime consultazioni saranno il partito di governo Partito democratico del Kosovo (PDK) e il principale partito d’opposizione, la Lega democratica del Kosovo (LDK), seguiti dall’Alleanza per il futuro del Kosovo (AAK), il Movimento “Autodeterminazione” (Levizja Vetevendosje) e l’Alleanza per un nuovo Kosovo (AKR).

Adriatik Kelmendi, analista politico di Pristina, ha sottolineato il pesante ricorso alla retorica politica alla vigilia delle elezioni: “Il Kosovo è attualmente ultimo nella classifica dei paesi europei proprio a causa del fallimento della politica. Dedizione, pianificazione, progettualità e persone di buona volontà possono fare la differenza e invertire questo trend negativo. Coloro che ora chiedono i nostri voti ci mostrino i loro progetti, le loro prospettive e le persone che dovranno dar risposta alle nostre aspettative e speranze. Si tengano per loro le vuote chiacchiere che ci stanno rifilando”.

Promesse, promesse...

Dall’indipendenza del Kosovo dalla Serbia nel 2008, le campagne elettorali hanno concentrato l’attenzione sulla lotta alla recessione economica e alla disoccupazione, al momento oltre il 40%. Tuttavia, le promesse elettorali sono ben lontane dell’essere realistiche, come afferma Lumir Abdixhiku: ”La maggior parte non ha alcun fondamento, fanno più che altro parte della sconsiderata lista dei desideri che i partiti sventolano davanti al naso degli elettori kosovari. Alcune sono ben oltre ogni reale capacità del paese nei prossimi quattro anni. Sebbene il dibattito economico in tempo di elezioni sia auspicabile e vada incoraggiato, sfortunatamente non vedo alcun approccio concreto alla questione”.


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