Armin T. Wegner

Armin T. Wegner fu uno dei pochi scrittori che osò sfidare il Terzo Reich. Fu testimone inoltre del genocidio armeno. La sua storia raccontata da Gabriele Nissim nel lbro La lettera a Hitler. Una recensione

08/09/2015 -  Simone Zoppellaro

Nel secondo dopoguerra, nasce nel mondo di lingua tedesca un dibattito intorno a una figura scomoda e per molti aspetti difficile da definire: quella del traditore. Una questione che si presenta con particolare urgenza in un momento in cui si cerca – non senza contraddizioni – la ricostruzione non solo fisica, ma anche morale di una nazione sepolta sotto le macerie del conflitto mondiale. Sono gli anni del processo di Norimberga e della celebre tesi della difesa – semplice e sconvolgente – portata avanti da diversi fra i massimi responsabili dei crimini nazisti: avevamo solo ubbidito agli ordini, perché questo era il nostro dovere.

Non stupirà allora che in questo nuovo contesto storico, come scrive una poetessa austriaca, la “medaglia [...] viene conferita / per diserzione dalle bandiere, / per il valore di fronte all’amico, / per il tradimento di segreti obbrobriosi / e l’inosservanza / di tutti gli ordini” (Ingeborg Bachmann, Tutti i giorni, 1953; traduzione di M. T. Mandalari). Un rovesciamento di valori che è l’ultima via di salvezza per chi voglia superare gli errori e gli orrori di cui si era resa responsabile la generazione precedente, per chi cerchi di voltare pagina.

Armin T. Wegner

La lettera a Hitler. Storia di Armin T. Wegner, combattente solitario contro i genocidi del Novecento

Di Gabriele Nissim 
pubblicato da Mondadori

Eppure pochi, pochissimi erano coloro che avevano osato sfidare il Terzo Reich negli anni della sua rapida ascesa politica e militare. Fra questi, spicca la figura dello scrittore Armin T. Wegner (1886-1978). Spetta il merito a Gabriele Nissim, presidente di Gariwo – onlus impegnata nel promuovere le figure dei giusti di tutti i genocidi – di averlo fatto conoscere al pubblico italiano grazie a questa biografia. Un caso unico, quello di questo autore, anche perché la sua sfida al nazismo non fu il suo solo atto eroico. Wegner fu anche testimone diretto e appassionato divulgatore di un’altra terribile pagina del Novecento, quella del genocidio armeno, che aveva conosciuto come volontario infermiere di stanza a Baghdad negli anni della Prima guerra mondiale. Una tragedia – come ha ricordato il presidente tedesco Gauck quest’anno – in cui non mancarono complicità e responsabilità anche da parte della Germania, alleata dell’Impero ottomano durante il conflitto.

Rampollo di una famiglia prussiana educato a una ferrea disciplina paterna, Wegner pagò duramente le sue scelte e la sua libertà di pensiero. Sopravvissuto a un attacco di tifo che aveva contratto durante le sue visite ai campi dei profughi armeni, fu degradato a causa della sua condotta anticonformista negli anni della Prima guerra mondiale. In seguito, pagherà la sua sfida al Terzo Reich con la tortura e con la permanenza in un campo di concentramento, e da ultimo con l’esilio. Nonostante alcuni riconoscimenti che gli furono attribuiti in patria nel dopoguerra, morirà a Roma amareggiato e incapace di riconciliarsi con la nuova Germania federale nata dopo il nazismo. Eloquente a tal proposito il suo epitaffio, che rievoca le parole pronunciate da papa Gregorio VII sul letto di morte: Amavi iustitiam odi iniquitatem / Propterea morior in exsilio (“Ho amato la giustizia e odiato l’iniquità. Perciò muoio in esilio”).

Eppure – ed è un paradosso solo apparente – al fondo delle scelte difficili e dolorose di Wegner è un grande amore per la Germania, per il suo passato e la sua cultura. Un tedesco cosmopolita ed europeista, che fin dagli anni della grande guerra si rifiutò di piegarsi alla propaganda nazionalista e di vedere nell'altro un nemico da combattere. D’altra parte, quando nel 1933 ebbe il coraggio di sfidare il nazismo con una lettera diretta al Führer in cui denunciava apertamente l’antisemitismo, lo scrittore lo faceva per “difendere l’onore della Germania”.

Ricordato come giusto tra le nazioni nel memoriale dello Yad Vashem a Gerusalemme, ma anche a Tsitsernakaberd, il monumento che a Yerevan ricorda il genocidio armeno, Wegner è una figura insieme solitaria, potente e eccentrica. Lo scrittore – in un’ansia inappagabile di umanità e di presenza – si trovò a vivere da testimone diretto diversi degli snodi fondamentali della storia del Novecento: dal genocidio armeno, al viaggio in URSS fra il 1927 e il ’28, dal sionismo conosciuto in Palestina fra le due guerre, al fascismo di cui fece esperienza durante l’esilio italiano, oltre naturalmente al nazismo.

Tsitsernakaberd - Museo del Genocidio armeno 
Flickr - Richard Tanton

Esprimere l’orrore

Parte della grandezza di questa figura è quella di aver cercato nuovi mezzi espressivi per raccontare ciò di cui era stato testimone, per spiegare un orrore quale prima di allora il mondo non aveva ancora conosciuto: quello del genocidio. Le fotografie da lui scattate e raccolte sulle sofferenze subite dagli armeni restano ancora oggi una delle testimonianze storiche più importanti di questa tragedia. Un altro mezzo per cui Wegner nutriva una particolare predilezione era quello della missiva: oltre alla lettera a Hitler già menzionata, ricorderemo almeno quella che nel 1919 spedì al presidente americano Wilson per sensibilizzarlo sulla questione armena.

Nissim – ed è questo il pregio maggiore del libro – ci presenta in tutta la sua complessità la figura di questo eroe, non privo di contraddizioni e ripensamenti, ma capace nel momento determinante di mettere a rischio se stesso e sfidare le gerarchie in nome del sacrificio per gli altri. Un' “ambiguità del bene” – come la definisce il biografo rovesciando il titolo di un libro di Hannah Arendt – che non ha mancato di suscitare polemiche in passato, ma che proprio per questa sua umanità ci parla e interroga più direttamente. Lontano da facili celebrazioni e agiografie, il volume ci restituisce lo spessore di un uomo insieme forte ma fragile, determinato ma a volte esitante, come potrebbe esserlo chiunque in un contesto di emergenza. Solo che, a differenza nostra, nell’istante decisivo Wegner riesce a guardare oltre, invece di ripiegare su se stesso.

“Tutto si deve ancora ripetere?”, scrive a Wilson a proposto dei genocidio armeno, con una domanda che suona profetica. Sì, non possiamo che rispondere noi: dall’Holodomor alla Shoah, dalla Cambogia alla ex-Jugoslavia, dal Ruanda fino ancora alla Siria, il genocidio è un’opzione che resta aperta, e fertile il terreno su cui può prendere piede. Xenofobia, derive identitarie, disuguaglianze feroci ed autoritarismo sono oggi tutti fenomeni in crescita, anche in Europa. La figura di Wegner, e il libro di Nissim, sono qui innanzitutto per interrogare il nostro presente.


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