Il patrimonio culturale territoriale e la sua interpretazione politica nei processi di formazione dello stato: il caso del passato anatolico della Turchia moderna. Una tesi di laurea

15/12/2016 -  Javier Spinella

I processi di formazione dello stato si sono articolati nella moderna Repubblica di Turchia attraverso una politica di matrice nazionalista volta ad alienare la religione come collante politico, tratto dell'Impero Ottomano, in favore di un nazionalismo etnico e territoriale, grazie all'azione dell'élite kemalista e del primo presidente e iconico fondatore dello stato, Mustafa Kemal, noto come Atatürk.

Dal 1923, tramite un uso strumentale delle discipline storiche, archeologiche e linguistiche intensificatosi nel decennio tra 1930 e 1940, vennero messi in atto meccanismi le cui conseguenze si riflettono tuttora su più livelli nei concetti di nazione e civiltà nella società turca. Lo straniero in visita in Turchia non mancherà di notare come le riproduzioni iconiche di Mustafa Kemal occupino uno spazio considerevole in forma di ritratti, mezzi busti in ogni ufficio e spazio pubblico immaginabile, accompagnato dall'onnipresente stella e luna crescente.

La frequentazione dei più famosi siti archeologici e musei turchi rendono evidente il profondo legame tra il patrimonio archeologico anatolico e l'opera politica di Atatürk; da questa considerazione nasce il tema di questa ricerca, volta ad una lettura critica delle politiche kemaliste in merito all'eredità culturale pre-islamica, evidenziando come i processi storici in Anatolia siano stati selezionati al fine di perpetrare un'immagine della Turchia come entità monolitica rispetto all'Impero Ottomano.

Lo studio offre una descrizione degli antefatti che portarono alla nascita dei movimenti nazionalisti all'interno dell'Impero Ottomano di metà Ottocento e della loro evoluzione storica, caratterizzata dall'equilibrio tra i bisogni di secolarismo e la necessità di formulare un nazionalismo specchio della situazione in cui lo stato ottomano si trovò nel dipanarsi degli eventi sino alla proclamazione dello stato turco con il Trattato di Losanna, situazione che pose i gruppi nazionalisti a misurarsi con una nuova realtà sotto molteplici aspetti.

La Turchia si configurò come ente politico capace di competere con le altre nazioni grazie ad azioni di ispirazione secolare e inserendo nella propria narrativa un orizzonte di civiltà che inglobò, per un curioso ribaltamento di prospettiva, anche quella europea.Il caso della Turchia è emblematico per una branca di studi su archeologia e politica nel Medio Oriente; questa casistica descrive come la narrativa archeologico-storica sia imbrigliata alle realtà politiche delle nazioni in cui si trovano i siti: l'archeologia occupò in Medio Oriente un posto tangibile nella conduzione di ideologie politiche, in quanto il passato fu utilizzato per costruire identità nazionali basate sulla presunta discendenza dei popoli moderni di quei territori dalle antiche popolazioni di cui rimanevano resti.

L'archeologia si sviluppò in Turchia come snodo fondamentale nella diffusione della narrativa nazionalista grazie all'interpretazione strumentale del patrimonio culturale e attraverso i lavori delle associazioni statali incaricate della ricerca di prove antropologiche che avvalorassero le teorie kemaliste sulla storia e sull'origine dei popoli turchi e sulla loro emigrazione nell'Anatolia preistorica, i cui frutti vennero esposti in alcuni congressi internazionali. Le teorie esposte dichiararono il ruolo fondamentale del popolo turco come Prometeo della civiltà europea; la divulgazione strumentale di tali teorie in congressi organizzati per ottenere il supporto della comunità scientifica internazionale attraverso dati archeologici e storici che sostenevano una presunta continuità culturale dagli abitanti preistorici della penisola anatolica ai turchi moderni, fu un'operazione retorica volta ad un obiettivo evidente. L'intenzione di creare un nuovo passato da celebrare in luogo dell'oscuro passato ottomano venne infatti resa manifesta nei disegni del governo kemalista anche attraverso lo sviluppo di teorie linguistiche strumentali.


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