Žarko Korać

Tutte le società europee hanno a che fare con le tifoserie violente. "In Serbia sembra che il governo consideri gli ultras alleati utili per risvegliare il nazionalismo": un'intervista al politico e psicologo Žarko Korać

10/12/2014 -  Dragan Janjić Belgrado

Negli ultimi mesi, gli episodi in qualche modo legati agli eventi sportivi e ai gruppi di tifosi violenti sono diventati i temi politici di maggiore interesse tra l’opinione pubblica serba. Basta ricordare gli incidenti avvenuti durante la partita Serbia-Albania e l’omicidio di un tifoso serbo a Istanbul. Si tratta di una coincidenza oppure esiste un legame causale più profondo?

In società povere e trascurate, come quella serba, dove la disoccupazione giovanile è molto alta, i gruppi e le organizzazioni che impiegano la violenza occupano sempre più spazio e, di conseguenza, avranno sempre più simpatizzanti. Si tratta di soddisfare il bisogno più importante di una persona giovane, ovvero di appartenere ad un gruppo. Le tifoserie, purtroppo, soddisfano questo bisogno abbastanza efficacemente, offrendo ai giovani obiettivi e idee facili da seguire nonché il sentimento di una certa sicurezza che deriva dall’appartenenza al gruppo. Ciò che spesso unisce questi giovani è inoltre l’odio nei confronti di una minoranza nazionale o religiosa.

Tutto questo accade nel momento in cui nella società si sta creando l’atmosfera della cosiddetta “violenza giusta” espressa nella lotta contro i singoli, individuati, giustamente o no, come profittatori del processo di transizione. La violenza è diventata il modo di governare dell’attuale establishment politico che parla continuamente di lotta contro coloro che vengono percepiti come la causa principale del crollo dell’economia nazionale. Contemporaneamente, si fa molta attenzione a non menzionare quella parte di società vicina al regime di Slobodan Milošević che si è arricchita durante le guerre e le sanzioni economiche degli anni novanta.

Non penso che la violenza sia una caratteristica persistente della società serba, piuttosto è il modo di governare di quelli che oggi sono al potere. La violenza è diventata il modo di parlare di chi è al potere, i loro discorsi pubblici contengono elementi di minaccia. Basti vedere il comportamento del premier Aleksandar Vučić: non smette di parlare delle indagini poliziesche e della caccia ai ladri, usa quasi sempre il sintagma decisamente personale “non permetterò” come se fosse l’unico detentore del potere, ogni tanto percepisce le considerazioni negative provenienti dall’estero come finalizzate ad umiliare il paese, e interpreta qualsiasi critica del potere come un attacco rivolto a lui personalmente.

Il premier Vučić, un tempo nazionalista radicale, deve il proprio successo politico alla promessa di liberare la società dai ladri, e continua a rivolgersi agli strati più poveri della popolazione e alle vittime della transizione. Egli promette, come i giacobini durante la Rivoluzione francese, una sorta di rivoluzione politica impossibile da realizzare senza la violenza giuridica o politica. Al posto della ghigliottina ci sono i tabloid controllati dal regime i quali non uccidono fisicamente gli avversari politici ma li distruggono in quanto persone. Ad esempio, l’ex-presidente del Partito democratico e sindaco di Belgrado Dragan Đilas è stato vittima di accuse pubblicate per ben 47 giorni sulla prima pagina di un tabloid, senza però essere mai stato incriminato ufficialmente.

Quindi, lei pensa che i politici abbiano un qualche ruolo nei disordini che organizzano i gruppi di hooligan?

Non direttamente, ma l’agire dei politici influenza l’atmosfera nella società. La retorica della violenza ha vinto alle ultime elezioni. Dopo la caduta del regime di Slobodan Milošević abbiamo avuto tre governi estranei a tale approccio: il governo del premier assassinato Zoran Đinđić, poi quello dell’ex-premier Vojislav Koštunica e infine quello dell’ex-presidente della Serbia Boris Tadić. L’unica eccezione è stato il momento in cui l’allora premier Koštunica, reagendo alla dichiarazione di indipendenza del Kosovo, aveva organizzato una manifestazione di protesta durante la quale sono state assaltate alcune ambasciate straniere e incendiata quella americana. Questo caso è interessante proprio per il coinvolgimento significativo delle tifoserie, avvenuto per la prima volta dopo la caduta del regime di Milošević. Dopo l’incendio dell’ambasciata, i gruppi di hooligan hanno commesso gravi incidenti solo occasionalmente, perlopiù fomentati dalle idee conservatrici e dall’odio nei confronti di stranieri e minoranze. Adesso sta cominciando di nuovo la strumentalizzazione di questi gruppi.

Eppure le autorità sostengono di fare il possibile per scoraggiare questi gruppi e prevenire la diffusione della violenza. Che cosa implica esattamente la strumentalizzazione di cui lei parla?

Non si tratta del tentativo delle attuali autorità di mettersi d’accordo con qualcuno su dove, quando e come organizzare gli incidenti, strumentalizzandolo in questo modo, bensì di parlare la stessa lingua di tifosi e hooligan. Questo è diventato chiaro dopo la visita del premier albanese Edi Rama in Serbia. Durante questa visita, la provocazione di Rama, il cui tatticismo non vorrei giudicare in questa sede, è stata interpretata dalle autorità serbe con un linguaggio più consono alle tifoserie da stadio che alla comunicazione diplomatica. Così facendo, nella società si sviluppa un approccio radicale per risolvere i problemi e si crea terreno fertile per la diffusione di ogni tipo di violenza.

Questi meccanismi sono molto pericolosi per la società, perciò è indispensabile distinguerli dalle tifoserie violente. Queste tifoserie esistono nella maggior parte delle società europee, ma non viene impiegata la loro retorica né si sposta la loro natura sul terreno della retorica politica. Pare che il nostro governo in questo momento percepisca i gruppi di tifosi come una sorta di alleati, poiché capaci, in quanto portatori della carica nazionalista, di risvegliare nella società serba, esaurita dal nazionalismo degli anni novanta, l’energia che si alimenta dal nazionalismo. Questa energia, nonostante sia in parte consumata, è ancora pericolosa. Boris Tadić riusciva a conquistare la propria “legittimazione nazionalistica” grazie alla vicinanza a Milorad Dodik, mentre Vučić lo fa urlando in pubblico.

Tale patto tacito è fatale anche per il potere. È utile ricordare che Slobodan Milošević ha cavalcato la tigre nazionalista già verso la fine degli anni ottanta, ma poi si dimostrò che da quella tigre non era così facile scendere e senza conseguenze. Spero che questo governo non faccia lo stesso errore.

Tuttavia, le idee dell’espansione territoriale non fanno parte dell’attuale politica ufficiale e la Serbia riconosce tutti i paesi della regione, tranne il Kosovo, con il quale ha però iniziato i negoziati diretti. Da dove deriva, allora, la sua diffidenza?

La regione è estremamente sensibile persino alla sola idea del risveglio del nazionalismo estremo serbo, perché le esperienze del passato sono orribili. Mi pare, inoltre, che le attuali autorità serbe non siano consapevoli di essere ancora oggetto di una grande diffidenza dei vicini che non hanno dimenticato che l’attuale premier e il ministro degli Affari Esteri sono stati giovani sostenitori rispettivamente di Vojislav Šešelj e di Milošević. In un’ottica regionale, loro sono ancora dei “democratici sotto esame”.

In Serbia negli anni ottanta e novanta, la violenza è stata coscientemente fomentata allo scopo di preparare il paese alla guerra. Oggi sono al potere due giovani politici di quel periodo (Vučić e il ministro degli Affari Esteri Ivica Dačić), dunque occorre interrogarsi sugli obiettivi politici filo-europei da loro dichiarati. È necessario distinguere tra obiettivi politici e mezzi politici. La situazione dei media, ad esempio, non è mai stata peggiore di adesso poiché i poteri cercano di controllarli completamente e di usarli per criminalizzare l’opposizione. I funzionari dell’opposizione non vengono attaccati in termini politici bensì mediante una retorica che annuncia ripetutamente il loro arresto e li stigmatizza come criminali.

Perché la Serbia non è riuscita a risolvere i problemi di cui lei parla dopo la caduta del regime di Milošević?

Perfino il tentativo formale di distaccarsi dalle idee degli anni novanta, intrapreso dal governo del premier Zoran Đinđić, si è concluso con il suo assassinio. Il programma di Slobodan Milošević non era un suo programma in quanto storicamente più vecchio, essendo stato creato prima della nascita della Jugoslavia e avendo un ampio seguito nella popolazione. Il distacco da questo programma richiede una difficile revisione critica della storia nazionale serba degli ultimi 150 anni, e la domanda principale rimane quella di sempre: la Serbia pretende di essere un paese territorialmente grande nei Balcani o un paese democratico incentrato sugli interessi dei propri cittadini e sulla qualità della loro vita?

La Serbia non ha nemmeno oggi le idee chiare riguardo alle frontiere. Non mi riferisco solo al Kosovo. Sono pochi quelli che in Serbia reagiscono alle dichiarazioni del presidente della Republika Srpska Milorad Dodik sulla futura disintegrazione della Bosnia Erzegovina. Si impone, quindi, la domanda se l’élite politica serba ritiene che la Republika Srpska debba essere parte integrante della Serbia.

Qual è il ruolo dell’Agenzia per la sicurezza interna, ovvero dei servizi segreti?

Questi servizi non hanno più il ruolo che avevano all’epoca di Milošević. Dopo la caduta del suo regime, la maggior parte dei problemi è stata provocata proprio dagli ex-membri dei servizi segreti, mentre oggi ci sono certi gruppi marginali di orientamento di destra e clero-fascista, appoggiati fortemente a simili organizzazioni russe nonché alla componente antieuropea della Chiesa ortodossa serba.

Le tifoserie sono, per carattere, inclini alle idee della destra clero-fascista, all’odio nei confronti dei difensori dei diritti umani, e diventano pericolose quando instaurano un rapporto con lo stato o con alcune di queste organizzazioni politiche di destra, ed è proprio quello che sta accadendo oggi. Per il momento, i gruppi di cui parliamo diffidano del governo poiché lo vedono troppo forte, ma viene da chiedersi che cosa succederà quando il governo si indebolisce.

Qual è la soluzione?

Non sono ottimista, questo problema non è momentaneo bensì persistente. C’è molto da fare. Le grandi squadre di calcio devono essere privatizzate, quelli che sono al potere devono cambiare le leggi e agire preventivamente, i professionisti dello sport devono prendere le distanze dalle tifoserie violente, cosa che non fanno quasi mai. Bisognerebbe parlare pubblicamente dei membri di questi gruppi come di violenti e non come patrioti. Bisognerebbe creare un apposito programma per l’impiego di una parte di questi giovani. È indispensabile migliorare la condizione economica dell’intera società.


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