Mosca (flickr/Nikita Kravchuk)

Com’è il tempo numero due, il tempo che si vive dopo la fine dei grandi esperimenti ideologici? Una recensione

18/11/2014 -  Vittorio Filippi

C’è stato un tempo sovietico, grandioso e tragico insieme, finito sotto i colpi della perestrojka gorbacioviana nel 1991. Ma c’è anche un tempo dopo, chiamiamolo post-sovietico, in cui sembra che le ombre (e le nostalgie) del primo ritornino. In mancanza d’altro.

L’autrice offre un lavoro quasi di tipo antropologico: fa parlare decine e decine di russi che hanno alle spalle un quadro certo (l’Urss) ma che vivono oggi un lungo momento storico incerto, indefinito, dove incerti ed indefiniti permangono i concetti di libertà, di democrazia, di capitalismo, di mercato.

“Democrazia! Una parola contaminata in Russia”, dice una voce del libro. Gli anni Novanta, quelli dell’euforia e delle grandi (troppo grandi …) speranze sono alle spalle, l’homo sovieticus non c’è più, ma un senso di vuoto identitario – e perfino di confusione di idee e di giudizi – continua a girare nelle enormi e lente distese russe. No, sostiene la Aleksievic, l’homo sovieticus in realtà ritorna, fa capolino nel presente, lo si coglie bene nel compattato sostegno che Putin raccoglie nell’affaire ucraino. E la Russia – come diceva con durezza Marx – rimane “altro” rispetto alla visione occidentale, panslavisticamente irriducibile ai valori europei.

La riflessione possiamo traslarla all’ex Jugoslavia, che pure ha vissuto per quasi mezzo secolo un esperimento di socialismo reale anche se (ostentatamente) non sovietico. Finita la sbornia criminale dei nazionalismi degli anni Novanta, cosa rimane di un periodo in cui si è “stati insieme”? E come corre, nei Balcani, il “tempo di seconda mano”?

Sappiamo che dei fili tengono ancora. C’è la jugonostalgija, ad esempio. C’è l’opera del Museo di storia jugoslava di Belgrado (MIJ) che vuole ripercorrere gli eventi della seconda Jugoslavia, quella titoista. Una memoria comune rievocata anche dai tanti oggetti domestici che hanno scandito la quotidianità essenziale della Jugoslavia socialista, memoria raccolta oggi nel volume Leksikon Yu Mitologije . E c’è poi tutta una “Jugosfera” che secondo The Economist svela un intreccio di rapporti (economici, culturali, linguistici, musicali, gastronomici. turistici) tra le ex repubbliche più intensi e ramificati di quanto si possa pensare.

Ma è probabilmente dalla letteratura che viene il contributo migliore per entrare in questo “tempo di seconda mano” balcanico. Nei due romanzi della croata Dubravka Ugresic Il museo della resa incondizionata ed Il ministero del dolore, viene tracciato l’itinerario esistenziale dell’esule colto nelle diverse fasi evolutive della sua condizione: il caos iniziale in cui egli si muove nell’approdare alla nuova realtà, della quale non è ancora del tutto consapevole, come se fosse ancora stupito, incredulo. Vive una specie di spaesamento onirico, sente il dolore, è in un territorio non ancora del tutto compreso, da esplorare. È come se fosse ancora con le valigie in mano, con l’illusione della reversibilità, del poter tornare indietro. Si aggrappa alla memoria per definirsi, in un contesto in cui tutto è incerto e dove si perde il senso del tempo. Compagna inseparabile, la nostalgia.

Proseguendo, comincerà l’adattamento ed i contorni del paesaggio che lo circonda si faranno più nitidi. Se non rifiuta il confronto con la realtà, forse perverrà ad una situazione quanto meno di calma apparente, ad una parvenza di normalità, imparando a convivere con un dolore che resterà sempre inaccettabile ed inestinguibile, ma al quale potrà sopravvivere. Discriminante sarà proprio il rapporto che riuscirà ad instaurare col dolore, la capacità o meno di prendere coscienza del fatto che esso sussisterà come parte inamovibile della propria biografia. Perché, per continuare, per proseguire oltre, dovrà per forza attraversare i lunghi corridoi del “ministero del dolore”.

Gli esuli non sono solo quelli che se ne sono andati fisicamente attraverso le filiere dell’emigrazione. Lo sono anche i rimasti, esuli senza valigia ai quali si è sfilato via sotto i piedi il loro paese. Esuli comunque, perché “esulati” dalla loro stessa storia. Come accade ai russi post-sovietici che nelle pagine della Aleksievic raccontano il disorientamento di tutti questi “mondi ex”, per usare la felice espressione di Predrag Matvejevic.


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