Benjavisa Ruangvaree Art/Shutterstock

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Scrittore, giornalista, poeta, il nostro corrispondente Ahmed Burić ci offre la sua riflessione sul coraggio, tema centrale del XX Forum Tomizza che si svolge in questi giorni scorsi tra Trieste, Umago e Capodistria

17/05/2019 -  Ahmed Burić

La lettera di invito a partecipare al XX Forum Tomizza, ovvero il tema di questa edizione del convegno che – possiamo tranquillamente affermarlo – è diventato un evento di rilevanza regionale, e anche europea, mi ha un po’ scoraggiato. Coraggio, questo tema metafisico di cui sempre sappiamo poco fino a quando non ci troviamo nella situazione di dover dimostrare di essere pronti a osare, a “chinarsi per raccogliere il potere”, per dirla con Dostoevskij. Non sono molto bravo a raccogliere il potere. Non me ne è mai capitata l’occasione.

In Jugoslavia, negli anni Ottanta, tutti pensavamo che il più grande nemico del pensiero libero fosse il Partito, e che il cosiddetto mercato libero fosse un Eldorado (dio, quanto eravamo ingenui, per non dire stupidi!). E guidati da tali idee abbiamo creato uno spazio entro cui agire con coraggio.

Quanto romantica sembra oggi la lotta per l’abolizione del cosiddetto verbalni delikt [reato previsto dal codice penale dell’ex Jugoslavia che puniva chi criticava la linea del Partito, ndt] o quella per annullare il divieto di raduni pubblici. La maggior parte delle forze civiche nate in quel periodo sono state spazzate via dalla guerra.

Per me la guerra è stata ed è tuttora la più grande generatrice di paura. In questo senso, i personaggi che incarnano il paradossale mi sono sempre stati più vicini rispetto ai personaggi storici: il soldato Svejk piuttosto che Alessandro Magno, Grunf di Alan Ford piuttosto che Socrate; preferisco “stare in cella anziché tornare al Creatore”, ovvero “una coraggiosa marcia indietro anziché una morte vigliacca”. Questo, per dirla col linguaggio della ®ivoluzione informatica, era il primo livello, la fase 1.0: qualche testo, qualche fotografia, e una vittoria di Pirro di una generazione che si complimentava con se stessa per aver conquistato certe libertà civili, compresa la libertà di parola.

Scherzi a parte, e lo dico senza voler offendere i veri eroi, la libertà conquistata non è mai stata tale da rappresentare un’adeguata ricompensa per le vittime per essa cadute, e visto che viviamo in un tempo in cui le vittime vengono usate quasi esclusivamente come materiale per la costruzione dei pomposi castelli e fortezze del capitalismo, gli unici che riescono ad accumulare il potere solo quelli che sono disposti a spingersi al massimo per far credere alle persone che sono minacciate da una catastrofe.

Solo così si può creare un ambiente in cui le leggi vengono fatte da quelli che ormai da tempo avrebbero dovuto essere dietro le sbarre, e solo grazie alla paura diffusa tra i cittadini possono continuare a rubare, sostenendo di voler garantire la sopravvivenza della società. Tutte le altre argomentazioni cadono nel vuoto, come le barche che affondano nel Mediterraneo, portando con sé i migranti partiti verso luoghi dove speravano che sarebbero stati al sicuro.

Tutte le illusioni dei migranti riguardo ai valori che affondano le loro radici nella filosofia antica e nella tradizione del diritto romano si disperdono non appena mettono piede sul suolo europeo: quando in Grecia o in Italia un migrante per la prima volta si trova costretto a pagare una tassa doganale inesistente, o un corrispettivo per il rilascio di un documento che in realtà non garantisce nulla, questo potenziale nuovo cittadino europeo si rende conto di essere arrivato in una “prigione a cielo aperto”, un insieme di città-stato governate da leggi solo apparentemente diverse, ma in realtà uniformi, le cui conseguenze sono sempre a svantaggio della vittima.

La guerra degli Novanta ha introdotto nel nostro vocabolario e nelle nostre vite una moltitudine di termini dalle connotazioni minacciose: questura, soggiorno [in italiano nel testo originale, ndt], urad za priseljence [termine sloveno per indicare ufficio immigrazione, ndt], Duldung [misura di sospensione temporanea dell’espulsione, applicata in Germania, ndt], Auftenhalt [termine tedesco che significa permesso di soggiorno, ndt].

L’immaginario dei regimi repressivi è spesso molto più creativo ed esteso di quello di un poeta. Del resto, non è proprio questo che Kafka, meglio di chiunque altro, ci racconta nei suoi libri? I castelli della burocrazia nascondono una quantità infinita di strumenti di tortura, e il solo pensare a questo fenomeno incute paura. Ma – per parafrasare Umberto Eco – nulla infonde più coraggio della paura altrui (qui la parola “altrui” potrebbe essere scritta con l’iniziale maiuscola), e così la lotta contro i nazionalismi degli anni Novanta è diventata un atto di coraggio.

Qui tra noi siede un uomo che è stato aggredito con un’arma da fuoco a causa di quello che scriveva su un giornale, ed è solo grazie alla sua folle testa e a quel tocco di destino svejkiano che oggi non parliamo di lui come di uno dei morti per la difesa della libertà dei media e del giornalismo indipendente. Quella fase, chiamiamola 2.0, della conquista della libertà di espressione è stata importante perché offriva l’illusione dell’esistenza di un’opinione pubblica.

Tutti parlavano degli articoli pubblicati su quel giornale, sulle cui spalle viveva un intero esercito di parassiti delle organizzazioni non governative, mentre i governi lo usavano come argomento a proprio favore, per dimostrare di non essere autoritari e totalitari, bensì democratici. In questo torbido, ma variegato mondo dei media sembrava che ognuno avesse diritto a una fetta della torta. Come al solito, a quelli che facevano la torta, spettava la fetta più piccola, ma è così che funzionano le cose. L’etica del coraggio, il più delle volte, esclude il desiderio di una ricompensa materiale.

Qualche anno fa ho incontrato un uomo che mi ha raccontato una storia da film. Lo aveva chiamato qualcuno da “quella parte” per dirgli che a Sarajevo c’era un giornale che bisognava chiudere ad ogni costo e che la soluzione migliore sarebbe stata quella di uccidere il suo proprietario e caporedattore. Quell’uomo sapeva come si muoveva il direttore del giornale, sapeva anche che sarebbe dovuto andare a Tuzla, insieme al sottoscritto, per partecipare alla presentazione di un libro di poesie. “Era l’occasione ideale per piazzare una bomba sotto la macchina, ma come avrei potuto farlo quando vi conosco, vi vedo in città?!”.

Personalmente, ho avuto l’impressione che il mio collega e io siamo ancora tutti interi, almeno da fuori, non grazie alla compassione di quell’uomo né grazie al fatto che gli erano stati offerti troppo pochi soldi – ha menzionato una cifra di circa 60.000 marchi, ovvero 30.000 euro, che oggi a Sarajevo sono molti soldi, ma evidentemente troppo pochi per un omicidio – bensì grazie al fatto di aver frequentato certi locali. Credo di poter parlare anche a nome del mio collega quando dico che non pensavamo che stessimo facendo qualcosa di particolarmente coraggioso. Cercavamo solo di svolgere al meglio il nostro lavoro. Forse è proprio questa la definizione di coraggio civile, ma noi a questo non volevamo né potevamo pensare.

Quando il capitalismo primordiale ha fatto irruzione nelle società in transizione ha fatto i conti, in modo molto veloce e semplice, con i media che cercavano di essere indipendenti. È bastato ordinare agli inserzionisti di non pubblicare i loro annunci su certi giornali, monopolizzare la stampa e aumentare i costi di produzione dei giornali, e la situazione ha iniziato a deteriorarsi rapidamente.

È stato un vero e proprio Blitzkrieg, in cui sono riusciti a cavarsela solo i più tenaci tra i media indipendenti, ormai indeboliti. Tutti i contenuti giornalistici creati in questa fase 3.0 della digitalizzazione della libertà sono presto diventati disponibili anche su Internet, che era già invaso da siti di ogni genere. In quell’oceano di contenuti si sono praticamente scontrati due mondi: un impero di pubblicità porno, prodotti dimagranti, flaconi pieni di elisir miracolosi e giochi in cui si può vincere un premio versando una certa somma su un conto corrente in Kenya o a Vanuatu, si è scontrato con un debole esercito di quelli che avevano una visione umanistica del mondo e hanno cercato di trasferire la loro attività su una posizione di riserva, ovvero nella giungla del web, dove ci si imbatteva regolarmente in contenuti completamente antitetici tra loro.

Le immagini che illustrano meglio di qualsiasi altra cosa questo galimatias sono apparse su un quotidiano sarajevese, accompagnando due testi pubblicati su due pagine affiancate. Il primo testo parlava di un vecchio credente che durante tutto l’anno praticava un digiuno molto impegnativo: un giorno si asteneva dal cibo e dalle bevande e il giorno dopo si nutriva normalmente, e così per tutto l’anno. Il testo, che traspirava sacralità ed elogiava la fede, era accompagnato da una fotografia di un vecchio credente, con una lunga barba bianca, e una montagna sullo sfondo. Sulla pagina accanto c’era un testo che titolava a caratteri cubitali: “Un nostro connazionale è diventato un pornodivo a Hollywood”. Il testo descriveva la carriera di un tizio che era andato negli Stati uniti e lo elogiava per i ruoli interpretati in diversi film per adulti ad alto budget. Il testo era accompagnato da una fotografia che mostrava una donna nuda inginocchiata tra tre o quattro paia di gambe maschili. Non è difficile immaginare l’epilogo della scena, che di solito chiude i film di questo tipo.

In situazioni come questa è quasi sempre impossibile definire il coraggio: è poco verosimile che il redattore di un giornale di orientamento conservatore abbia voluto compiere un gesto sovversivo giustapponendo la religione alla pornografia, due temi apparentemente contrastanti. È più probabile che durante la realizzazione di questo contenuto ognuno abbia fatto la propria parte di lavoro, e il prodotto finale che ne è venuto fuori è l’immagine di un vecchio affiancata da una scena porno.

Chi cerca di porre all’attenzione dell’opinione pubblica una idiozia del genere di solito viene demonizzato e accusato di essere nemico e traditore, nonostante non abbia partecipato né contribuito in nessun modo alla creazione di tali contenuti. Nel mondo di oggi, in cui tutti scavano buchi e gridano che l’imperatore Traiano aveva orecchie caprine [il riferimento è a una fiaba slava ispirata al mito del re Mida, ndr], le prime vittime sono quelli che vengono sospettati di diffondere l’informazione. Perché il vero nemico è invisibile, si nasconde dietro ai bancomat e ai dipendenti pubblici, e considera tutti come potenziali sospetti che agiscono contro “i nostri” interessi.

Questa è in realtà la fase 4.0 di restrizione tecnologica della libertà di espressione, in cui il coraggio consiste nel creare una relazione di “amore” – il più innaturale che esista – tra religione e pornografia, e nel pubblicare costantemente contenuti spettacolari che danno l’illusione della libertà assoluta, lasciando le persone più impaurite e confuse che mai. In questo senso è molto difficile stabilire i limiti del coraggio: l’esistenza umana è spesso determinata dal trascorrere della storia e non bisogna mai tralasciare la necessità di mettere in discussione certe premesse dello sviluppo tecnologico, cercando di trovare, in questo mondo costituito dai cerchi chiusi, un po’ di spazio dove l’elementare coraggio umano sarebbe tornato ad essere quello che è, probabilmente la più alta virtù umana.

Nel paese in cui vivo finora nessuno ha sollevato l’interrogativo perché l’intera concezione della vita, il suo senso si è ridotto alla mera sopravvivenza, che dipende dai centri di potere del capitalismo nazionale. In cima alla piramide c’è la Famiglia, o più famiglie, e andando verso il basso si susseguono i gruppi sociali, da quelli più avvantaggiati a quelli con meno diritti. Questa svolta è avvenuta nel momento in cui il collettivo è diventato statale, e lo statale è diventato privato, cioè di chi sta in cima alla piramide. Colui o colei che solleverà per primo la domanda perché la questione dell’identità nazionale non è stata accompagnata dalla questione riguardante la natura del sistema in cui viviamo, e cercherà di spiegare come e perché da professori, medici, giornalisti, operai e contadini siamo diventati bosgnacchi, serbi e croati, di cui la maggior parte vive al limite dell’esistenza, dipendendo dalle briciole lasciate dai predatori, meriterà di essere premiato per il coraggio.

C’è un’altra domanda: a che prezzo? Concludo citando un collega e amico, il poeta Dušan Šarotar, con cui ho condiviso alcuni dilemmi che mi hanno accompagnato durante la stesura di questo testo. “Se mi giro indietro non lo saprò mai, se vado avanti mi aspetta una strada incerta e tortuosa che non potrò abbandonare, pur essendo consapevole che anch’essa deve finire. Ma non ho scelta”.

Proprio come questo tempo, che un giorno dovrà finire. Ma per il quale vale la stessa domanda come per il coraggio. A che prezzo?


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