Zagabria (foto  Mario Fajt)

Zagabria (foto Mario Fajt )

Sono passati ormai 5 anni da quando la Croazia è entrata nell'Unione europea, anni in cui la destra nazionalista è tornata al potere e Zagabria ha abbandonato la politica di riconciliazione coi paesi della regione

11/06/2018 -  Francesca Rolandi

Alla vigilia dell’entrata della Croazia nell’Unione europea, il 1 luglio 2013, l’allora presidente della Commissione europea José Barroso, oltre a esprimere apprezzamenti per le difficili riforme intraprese, si era complimentato con Zagabria per aver teso la mano alla riconciliazione. Il premier Zoran Milanović aveva voluto menzionare, tra l’altro, che in tempi di revisionismo storico i valori della comune lotta antifascista univano i popoli della ex Jugoslavia. Il presidente Ivo Josipović aveva salutato l’avvento di un avvenire luminoso, ricordando la natura pacifista del progetto europeo.

Negli anni precedenti la Croazia aveva effettivamente portato avanti una politica di riconciliazione nella regione e perseguito una maggiore collaborazione con il Tribunale dell’Aja, i cui attori principali erano stati il presidente Ivo Josipović e i governi di Ivo Sanader e Jadranka Kosor, guidati dal partito di centro-destra HDZ, che sembrava essersi lasciato alle spalle gli elementi più aggressivi del nazionalismo degli anni ‘90. Sebbene senza grandi entusiasmi popolari, l’entrata nell’Unione – pur in un momento di crisi del progetto europeo e in una drammatica situazione economica per la Croazia – segnava la fine di un processo protrattosi per oltre un decennio, sia per le incertezze della politica europea che per il mancato adempimento da parte della Croazia ad alcune delle condizioni considerate dirimenti per l’ingresso, tra cui la piena collaborazione con il Tribunale dell’Aja. Che però le ombre fossero ancora tutte presenti, lo testimoniava il concerto del cantore della destra croata Marko Perković Thompson che riempiva lo stadio Poljud a Spalato, mentre nella piazza principale di Zagabria si svolgevano le celebrazioni ufficiali.

Post ingresso Ue

Come innumerevoli commentatori hanno notato, a partire dall’entrata nell’Unione Europea, la Croazia ha iniziato a guardare all’indietro. Una rilettura selettiva del passato è ritornata con forza ad essere motivo di divisione, a stimolare hate speech, a far da cassa di risonanza a valori anti-progressisti. A pochi mesi dall’ingresso del paese nell’Unione Europea a Vukovar è montato un violento movimento contro l’apposizione di targhe scritte in alfabeto cirillico, rivolto contro la minoranza serba. Già nel 2014, a un anno dall’entrata del paese nell’Unione europea, una relazione del centro studi Documenta metteva in luce come il processo di riconciliazione si fosse fermato.

Nel corso del 2014 una svolta a destra nel paese si profilava nettamente, con l’elezione alla presidenza di Kolinda Grabar Kitarović; tuttavia già dal 2012 Tomislav Karamarko aveva spodestato Jadranka Kosor alla presidenza dell’HDZ, segnando un deciso spostamento del partito verso una politica autoritaria, aggressivamente nazionalista, di scontro diretto con gli oppositori. La vittoria dello stesso HDZ in coalizione con il partito Most portò nel 2015 alla formazione del governo guidato dal tecnico Tihomir Orešković. L’esecutivo, della durata di nove mesi, fece parlare in Croazia di una controrivoluzione, per la rappresentatività che al suo interno avevano istanze della destra ultraconservatrice e nazionalista, incarnate dalla figura del ministro della Cultura Zlatko Hasanbegović. 

La caduta del governo Orešković fu segnata dalla sostituzione, a capo del partito HDZ, di Karamarko con il moderato Andrej Plenković, proveniente dalla diplomazia europea, che sarebbe a breve divenuto anche primo ministro. Tuttavia, gli elementi traumatici della storia croata, opportunamente strumentalizzati, hanno continuato a giocare un ruolo di primo piano nel dibattito pubblico.

Che il rapporto del governo croato con il Tribunale dell’Aja si sia trasformato in una opposizione selettiva è stato testimoniato dalle reazioni al suicidio dell’ex generale croato-bosniaco Slobodan Praljak, avvenuto in diretta immediatamente dopo la condanna a vent’anni per crimini di guerra e contro l’umanità contro civili bosgnacchi. In quell’occasione le più alte cariche dello stato croato hanno espresso rammarico per la sentenza e rivalutato la figura di Praljak, alla cui commemorazione pubblica hanno preso parte figure di spicco, tra cui due ministri.

Dal dopoguerra ad oggi il mito della domovinski rat, “guerra patriottica”, definizione usata per indicare la guerra degli anni ‘90 in Croazia, si è imposto come il pilastro principale della costruzione identitaria nazionale. L’idea che la guerra patriottica sia un momento fondativo della nazione croata, oltre ad essere presente nella Costituzione, era stata ribadita nel 2000 dal Parlamento in una Dichiarazione in cui si sottolineava la natura difensiva del conflitto come conseguenza di un’invasione da parte della Jugoslavia (all’epoca formata da Serbia e Montenegro) e dai separatisti interni. Il 5 agosto, Giorno della vittoria e del ringraziamento patriottico, data della prima vittoria nell’Operazione Tempesta del 1995, si festeggia in Croazia con celebrazioni sempre più divisive e in alcuni casi di aperta esaltazione dello Stato indipendente croato (NDH), mentre nella vicina Serbia la stessa Operazione Tempesta viene identificata con un’operazione di pulizia etnica mirante all’espulsione dei serbi delle Krajine.

Nel 2017 il presidente del Tribunale regionale di Zagabria Ivan Turudić, in un’intervista con il quotidiano Večernji list, ha proposto di punire con il carcere chi neghi la natura difensiva della guerra patriottica e chi definisca l’Operazione Tempesta un caso di pulizia etnica. Un polverone maggiore ha sollevato il caso in cui è stato coinvolto il popolare giornalista televisivo Aleksandar Stanković, reo di aver chiesto al veterano Predrag Mišić Peđa, un serbo di Vukovar che combatté con le unità croate, se la “guerra patriottica” fosse stata almeno in parte anche una guerra civile. Mišić e il fratello, infatti, si erano trovati su parti opposte delle barricate. Ne è seguita la rivolta delle associazioni dei veterani che hanno gridato allo scandalo per una domanda che pareva mettere in discussione una verità dogmatica; poco dopo il servizio pubblico croato ha preso le distanze da Stanković , ricordando il dovere di tutti i giornalisti di attenersi a quanto stabilito dalla Dichiarazione sulla guerra patriottica.

L’idea che i momenti più controversi della storia recente croata vadano scolpiti nero su bianco a suon di documenti sottende anche al lavoro del Consiglio per il confronto sulle conseguenze dei regimi non democratici, una commissione di esperti con diversi profili, con una nutrita componente di destra al suo interno, chiamata, dopo un lavoro di alcuni mesi, a dare le linee guida per posizionare la memoria croata ufficiale rispetto all’eredità del comunismo e del nazifascismo. Nel febbraio 2018 il Consiglio ha esposto le sue tesi, risultato del suo lavoro sui simboli dei regimi totalitari. La conclusione è stata che il saluto “Za dom spremni” [Pronti per la patria], emblema dello stato ustaša, sarebbe da considerarsi anticostituzionale, ma potrà essere utilizzato in alcune situazioni, in particolare quelle legate allo stemma del HOS, milizia paramilitare nata nel 1991, poi integratasi nell’esercito croato. Al contrario i simboli del comunismo, come la stella a cinque punte, pur non essendo chiaramente anticostituzionali, in quanto espressione dell’eredità dell’antifascismo presente anche nella costituzione croata, richiamerebbero anche violazioni dei diritti umani e crimini di massa e si deduce che potrebbero essere proibiti in determinate occasioni.

Jasenovac

La conclusione del Consiglio rispecchia una delle direttive seguite dalla memoria pubblica croata negli ultimi anni: portare avanti un discorso revisionista corrodendo dall’interno il quadro di valori dell’antifascismo che erano pur sopravvissuti agli anni di Tuđman, rigettando nella sua interezza il portato della Jugoslavia socialista e legittimando silenziosamente al contrario lo Stato indipendente croato. E laddove si sente la necessità di ancorare la memoria di alcune questioni a documenti e prese di posizione nazionali, dall’altra parte si assiste alla messa in discussione di fenomeni storici, quali l’Olocausto, la cui interpretazione dovrebbe essere consolidata. È questo il caso di una tesi, non suffragata da alcuna prova scientifica e portata avanti da un’oscura associazione, la Società per la ricerca sul triplo campo di Jasenovac, secondo cui Jasenovac sarebbe stato un campo di sterminio non durante l’NDH, quando avrebbe avuto la funzione di campo di lavoro, ma durante il regime comunista. Di recente il libro del pubblicista Igor Vukić “Il campo di lavoro di Jasenovac” ha ricevuto spazio sui media nazionali ed è stato presentato in sedi prestigiose come la Casa del giornalismo di Zagabria.

Jasenovac si è trasformato in un sito della memoria contesa, una condizione esemplificata dal fatto che la comunità ebraica, quella serba e i gruppi antifascisti da ormai alcuni anni boicottano le celebrazioni ufficiali a causa dell’atmosfera pubblica di tolleranza verso l’eredità dello Stato indipendente croato. Nel 2017 aveva inoltre gettato sconcerto l’apposizione di una targa inneggiante alla milizia HOS munita del saluto “Za dom spremni” nella stessa Jasenovac, luogo simbolo dello sterminio ad opera del regime ustaša; dopo mesi di discussioni il governo Plenković si è limitato a decretarne lo spostamento di una decina di chilometri in una municipalità limitrofa e a istituire il Consiglio per il confronto con le conseguenze dei regimi non democratici.

Viceversa?

Di frequente il revisionismo storico nella narrazione pubblica croata sembra aver semplicemente rovesciato la narrazione manichea propria della Jugoslavia socialista, invertendo le parti tra good e bad guys. Durante il suo recente viaggio in Argentina Kolinda Grabar Kitarović, parlando al cospetto della diaspora croata, ha ricordato coloro “che cercarono nel paese sudamericano uno spazio di libertà in cui dare testimonianza del proprio patriottismo e sottolineare le proprie legittime richieste di libertà per il popolo croato e la patria”. Ma tra coloro che l’Argentina accolse nei primi anni del dopoguerra vi furono molte personalità di spicco dello Stato indipendente croato, insieme a quelle del Terzo Reich, che fuggirono dall’Europa evitando qualsiasi giudizio, grazie alla ratline che dall’Italia, non esente la complicità del Vaticano, conduceva a Buenos Aires.

In questo approccio al passato più o meno recente non può essere trascurata l’influenza del paradigma del doppio totalitarismo, tendente all’equiparazione tra le ideologie nazifascista e comunista e i regimi che ne furono il prodotto, spinto con forza all’interno dell’Unione europea dai paesi dell’Europa centrale. La sua accettazione acritica e la mancanza di una prospettiva di lungo periodo nello studio dei sistemi socialisti, è spesso alla base di un ribaltamento di prospettiva, mirante a criminalizzare in toto l’antifascismo e a rivalutare il ruolo dei regimi collaborazionisti durante la Seconda guerra mondiale, dove una reale o presunta persecuzione da parte dei regimi comunisti serve a lavare ogni colpa.

In Croazia, come altrove, una memoria della Seconda guerra mondiale in cui lo spettro del collaborazionismo recupera progressivamente legittimità mentre l’Olocausto viene relativizzato è legata a doppio filo ai rigurgiti ultranazionalisti e agli odierni discorsi identitari, passando attraverso la guerra degli anni ‘90. Il filo rosso è stato sottolineato anche dalla Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa che nel maggio 2018 ha tracciato un quadro sconfortante della Croazia, in cui l’ascesa delle forze di estrema destra e neofasciste trarrebbero linfa dalla nuova legittimazione della memoria dello stato collaborazionista croato e fomenterebbe il discorso dell’odio ai danni di vecchie e nuove minoranze. La relazione si conclude con un invito alle autorità croate a reagire con più decisione al discorso dell’odio e agli attacchi a sfondo razzista. Indicazioni simili sono arrivate anche nell’ultima edizione dell’International Religious Freedom Report dello State Department statunitense.

Tuttavia, se si guarda alla Croazia all’interno della mappa europea e mondiale, si potrebbe concludere che il paese non rappresenti un’eccezione, stretto tra il gruppo di Visegrad, da una parte, e i paesi membri dell’Unione europea da lunga data, dove i partiti di estrema destra ottengono oggi percentuali molto più alte che a Zagabria. Ma ad opporsi a queste derive in Croazia è una società civile che negli ultimi anni ha mostrato una nuova vivacità, un settore del mondo del giornalismo che, seppur investito da una crisi drammatica, conserva firme prestigiose pronte a sferzare le derive nazionaliste, un gruppo di storici che attivamente confuta il ruolo della disciplina come costruttrice di steccati identitari. Un argine più o meno compatto che si oppone a un ventaglio di temi intrinsecamente legati, che vanno dalla riabilitazione dell’NDH all’ultranazionalismo, agli attacchi alle minoranze e al laicismo. In un paese fortemente polarizzato, tuttavia, gli spazi che la nuova destra si sta guadagnando all’interno dei maggiori media, di prestigiose istituzioni culturali, dell’accademia, di partiti che coprono gran parte dell’arco politico, rischiano di spostare a suo favore l’ago della bilancia.


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