Un bunker (Zé Valdi/flickr)

In un'Albania caratterizzata da un regime paranoico due ragazzini si incontrano. E la vita prevale su tutto. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

04/08/2016 -  Adela Kolea

L'Albania, durante il periodo comunista, era costellata da bunker. Dovevano essere rifugi sicuri nel caso di attacchi di svariati nemici immaginari.

La gente, al richiamo degli esponenti del Partito di una determinata sezione di quartiere, doveva affrettarsi al bunker più vicino. Erano simulazioni obbligatorie e, credetemi, non erano come le prove di evacuazione di oggi, quelle antincendio o antisismiche. Quelle simulazioni trasmettevano in tutti noi una forte ansia.

Il bunker imponente, attendeva i suoi “visitatori”. Sapeva che non gli rendevano una visita gradita, ma erano obbligati a farlo. Costretta, la gente si recava silenziosa in quella fortezza di cemento, umida, con qualche tela di ragnatela, odore di muffa e scarafaggi che giravano indisturbati.

Lì riunite però le persone, un po’ per sdrammatizzare la situazione che risultava stressante nei confronti soprattutto dei bambini, un po’ per ammazzare il tempo, iniziavano a scambiare due parole - anche se sottovoce - a fare nuove conoscenze. Nella zona di Tirana dove vivevo io c’erano tanti condomini e non ci si conosceva infatti tutti o al massimo ci si conosceva solo di vista.

Inoltre in quella situazione di emergenza si metteva in pratica la tanto dichiarata e poco realizzata “uguaglianza sociale”: si incontravano persone di vari ceti sociali: operai, impiegati, dirigenti di aziende, professori, medici, ufficiali dell’esercito.

Una sera la sirena di allarme suonò più forte del solito. Eva, una ragazzina quattordicenne, pensò che l'“attacco nemico” fosse più pericoloso dei precedenti. E che la permanenza nel bunker di fronte al loro condominio rischiasse di diventare più lunga e noiosa di quelle a cui era abituata. Avvenne esattamente il contrario.

Già durante la fila all’esterno del bunker scambiò degli sguardi con un suo coetaneo. Lei ancora non lo sapeva, si chiamava Ilir. In una situazione normale probabilmente non si sarebbero mai incontrati, perché abitavano in due palazzine un bel po’ distanti l’una dall’altra e frequentavano scuole diverse.

Dopo aver superato la fila per entrare, si ritrovarono in uno spazio angusto e fecero in modo che le loro famiglie si sedessero vicine. Non si conoscevano e non sapevano neppure di appartenere a due classi sociali diverse. In una situazione normale, questa differenza, non sarebbe passata inosservata. Ma quella situazione non era affatto normale!

Dopo i primi sguardi, le prime parole. Ed un’intesa intensa: una scintilla, un colpo di fulmine.

Si trattò di una di quelle poche volte in cui i due non si lamentarono della sirena di allarme e della simulazione! Si trattò di una di quelle poche volte in cui il cemento freddo venne riscaldato dai sentimenti caldi e puri di due ragazzini.


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