Elezioni presidenziali in Russia - DonSimon/Wikimedia

Elezioni presidenziali in Russia - DonSimon/Wikimedia

Il giorno in cui sono state promosse le scorse elezioni presidenziali in Russia coincideva con l'anniversario dell'annessione della Crimea. Un'analisi

30/03/2018 -  Maria BaldovinLaura Luciani

(Pubblicato originariamente da Eastjournal.eu il 26 marzo 2018)

Il 18 marzo, presumibilmente, non è stato scelto come data per le elezioni presidenziali russe per caso. La data, infatti, è già diventata parte del repertorio di ricorrenze nazionali di cui la Russia va orgogliosa, poiché anniversario della “riunificazione” (leggasi annessione illegale) della Crimea alla Russia.

Per Vladimir Putin l’evento ha rappresentato il punto di partenza di una rinata popolarità, che lo ha portato a vincere le ultime presidenziali con il risultato più alto di sempre. Ma come si sono svolte le prime elezioni russe in Crimea? Sappiamo che l’OSCE/ODIHR non ha inviato i propri osservatori nella penisola, così come Federica Mogherini ha dichiarato a nome dell’UE che le elezioni nel territorio occupato non sarebbero state riconosciute. Eppure, su varie testate russe si può leggere a riguardo dell’alta affluenza, del risultato plebiscitario a favore di Putin e delle dichiarazioni di diversi “osservatori internazionali”, i quali avrebbero confermato il corretto svolgimento delle operazioni elettorali. Cerchiamo di capire com’è realmente andata.

“Tutta la famiglia va a votare”

L’obiettivo del Cremlino era chiaro: le prime elezioni presidenziali russe in Crimea dovevano diventare “un secondo referendum” che, echeggiando i risultati del 16 marzo 2014, avrebbe riconfermato “la legittimità dell’adesione della penisola alla Russia”. I dati ufficiali (quelli della Commissione Elettorale Centrale russa), confermano la decisa vittoria di Putin, che avrebbe ottenuto il 92,2% dei voti in Crimea e il 90,2% a Sebastopoli. L’affluenza sarebbe stata del 71%, sempre secondo i dati russi.

Ma le gravi irregolarità osservate nel resto della Russia lo scorso 18 marzo danno ragione di credere che i dati sulle elezioni in Crimea non siano esenti da falsificazioni. Sebbene non esistano, per il momento, dati alternativi, alcune testimonianze dalla penisola possono offrire un quadro più completo del contesto in cui il voto si è svolto.

Una nostra fonte residente in Crimea, che ha preferito rimanere anonima, suggerisce che i risultati delle elezioni e l’alta affluenza siano dovuti a forme più o meno forti di pressione sugli elettori. Un’associazione in difesa dei diritti umani (Krymskaja pravozašitnaja gruppa), ha riportato il caso di una casa-albergo statale per anziani, la cui direzione ha costretto i propri impiegati tatari a votare sotto minaccia di licenziamento. Simili casi di pressione sulla minoranza tatara (che era stata invitata dal proprio parlamento – il Mejlis – a boicottare le elezioni) sono stati segnalati anche dall’avvocato e difensore dei diritti umani Emil Kurbedinov. Inoltre, agli insegnanti di numerose scuole sarebbe stato richiesto di organizzare mostre fotografiche sulle elezioni, e gli alunni sarebbero stati invitati a partecipare ad un concorso intitolato “Mamma, papà ed io – tutta la famiglia va a votare”, facendosi fotografare al seggio con i propri genitori.

In secondo luogo, continua la nostra fonte, le autorità locali avrebbero manipolato i dati finali poiché minacciate di licenziamento in caso di bassa affluenza ai seggi. Tecniche specifiche, come ad esempio costringere gli impiegati pubblici ad andare a votare entro le 10 di mattina, sarebbero inoltre state usate per creare l’illusione ottica di lunghe file di fronte ai seggi.

Ma non di sola coercizione vive il Cremlino. Infatti, le elezioni in Crimea (come nel resto del paese) si sono svolte come una grande festa popolare, in cui gli elettori potevano godere di tutta una serie di gratifiche: trasporto gratuito fino al seggio elettorale, buffet e fiere di prodotti a prezzi scontati, palloncini colorati e canzoni. Una tecnica tipicamente sovietica che, creando un’atmosfera positiva, avrebbe incoraggiato la popolazione a svolgere il proprio dovere di cittadini. Quest’anno, l’ordine di “trasformare le elezioni in una festa” era venuto direttamente dal Cremlino che – per sopperire all’assenza di un reale pluralismo politico – aveva basato la legittimità delle elezioni proprio sui dati dell’affluenza.

Osservatori rispettabili

“Atmosfera distesa e elezioni svoltesi in maniera corretta e professionale” è il commento di alcuni osservatori internazionali, successivamente citati da diversi media russi. Data l’assenza dell’OSCE, o di qualunque missione ufficiale di monitoraggio elettorale, sorge spontanea la domanda: chi sono costoro? Leonid Sluckij, a capo del comitato affari esteri della Duma, li ha definiti “300 rispettabili politici internazionali”. Tuttavia, il processo di osservazione elettorale non spetta ai politici e bastano poche ricerche per capire come la valutazione di questi “rispettabili” personaggi non possa essere ritenuta imparziale.

Non è la prima volta, infatti, che cosiddetti osservatori internazionali si recano in Crimea. Una delegazione composta da politici europei aveva già assistito al referendum del 2014. A guida della missione c’era allora Luc Michel, politico belga a capo di un partito estremista/eurasiatista e di Eurasian Observatory for Democracy and Elections, organizzazione che si propone di contrastare la “maniera occidentale” di condurre il monitoraggio elettorale. A lui si erano aggiunti una schiera di altri politici europei – appartenenti a partiti estremisti di destra, ma anche di sinistra – di cui lo scrittore e accademico ucraino Anton Šechovcov aveva pubblicato una lista sul suo blog. Non sorprendentemente, si tratta di partiti euroscettici, russofili e in favore della “riunificazione” tra Crimea e Russia.

Quattro anni dopo, alcune facce cambiano, ma non la sostanza: presenti il politico del partito tedesco Die Linke Andreas Maurer, l’amico norvegese dei separatisti di Donetsk Hendrik Weber, il capo della cosiddetta “lobby pro-russa” francese Thierry Mariani, il precedente (poi sfiduciato) presidente dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa Pedro Agramunt.

Tra i volti nostrani c’è Stefano Valdegamberi, consigliere regionale del Veneto, insieme al “russo d’Italia” Gianluca Savoini, presidente dell’associazione Lombardia-Russia e intercessore del Carroccio presso il Cremlino.

Personaggi sconosciuti ai più sul piano internazionale, che tuttavia diventano miracolosamente garanti della correttezza delle elezioni e le cui testimonianze vengono orgogliosamente portate a suffragio di questa tesi da testate come Sputnik e non solo.

La sera delle elezioni presidenziali, sulla piazza del Maneggio di Mosca, i presentatori del concerto tenutosi in onore dell’anniversario dell’annessione hanno descritto la Crimea come “una nave che fa ritorno al proprio porto”. A quattro anni dall’atto unilaterale che nel marzo 2014 ha portato alla violazione dell’integrità territoriale ucraina, le prime presidenziali russe in Crimea sono invece state definite “una farsa politica” dal presidente ucraino Poroshenko. Pressioni sugli elettori, atmosfera e risultati degni dei vecchi tempi sovietici, osservatori “amici di Putin”: benvenuti in Crimea, nuovo microcosmo della democrazia illiberale putiniana.


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