Atene, 28 febbraio 2020 (foto © Alexandros Michailidis/Shutterstock

Atene, 28 febbraio 2020 (foto © Alexandros Michailidis/Shutterstock

In Grecia scuole ed università chiuse, ma bar e ristoranti restano aperti e molto frequentati. Intanto scoppia la polemica sul rischio contagio legato ai riti della chiesa greco-ortodosso. Una rassegna

13/03/2020 -  Gilda Lyghounis

Lui aveva già deciso di stare a casa e di blindarsi dai pericoli esterni 34 anni fa. “Rimango a casa, mi 'spiaggio' a casa, davanti alla tv. Al telefono non rispondo, tanto 9 volte su 10 da fuori arrivano cattive notizie. E se mi vedrai per strada, buttami pure un uovo marcio!”. Lukianos Kilaidonis, cantante alternativo, lo faceva però in versione greca rilassata, sulla sedia a sdraio del suo giardino “Fra gelsomini e pergolati” come si intitola un suo popolarissimo album da cui è tratta la profetica canzone “Resto a casa". 

Correva l’anno 1986 e nessuno allora sapeva che una pandemia mondiale ci avrebbe costretti a non uscire. Un flagello che Lukyanos avrebbe snobbato suonando il bouzouki. Eppure in Grecia il primo morto da coronavirus è spirato il 12 marzo nell’ospedale di Rio, sul golfo di Corinto a 80 chilometri da Patrasso. Si chiamava Manoli, era un insegnante candidato alle ultime elezioni nelle liste socialiste del Movimento per il cambiamento (Kynal), aveva 66 anni, soffriva da tempo di patologie cardiache e, ironia della sorte, era tornato a fine febbraio da un pellegrinaggio in Terra Santa proprio per fare un voto, come un altro centinaio di fedeli ortodossi che da varie zone dell’Ellade erano andati  a prostrarsi a Gerusalemme a Carnevale per poi ritrovarsi in quarantena al loro ritorno in patria.

I greci risultati positivi ai test sono al momento in cui scriviamo 117. La prima infetta è stata una donna arrivata da Milano a Salonicco, capoluogo della Macedonia dell’Egeo. Gli altri sono giunti in Grecia soprattutto dall’Italia ma anche, come lo sventurato Manoli, da Israele. Tanto che a beccarsi il virus è stato anche un dipendente dell’ambasciata israeliana ad Atene, anche lui da poco rientrato dalla Terra Santa. Strano intreccio, quello fra il minuscolo mostro che uccide in tutto il mondo, e la Chiesa in Grecia.

“Sappiamo che il virus si trasmette dalla saliva, eppure tutti qui vanno a fare la comunione: in fila a bere il vino santo dallo stesso cucchiaino usato dal sacerdote per vecchi, donne, uomini e bambini, nelle cattedrali e nelle chiesette bizantine di quartiere!", racconta a OBC Transeuropa Ifighenia Kampsidou, docente di diritto costituzionale all’Università di Salonicco. "La vita trascorre a ritmi più lenti, da quando le facoltà e le scuole hanno chiuso, da questa settimana. Le piattaforme didattiche di e-learning cominceranno fra pochi giorni. Intanto molti genitori che possono fare il telelavoro stanno a casa a badare ai figli. Risultato?", scuote la testa la professoressa Kampsidou "tutti a passeggio sul lungomare della Torre Bianca, il simbolo della nostra città. I caffè e i ristoranti a poco prezzo sono pieni. Anche sulle spiagge fuori città. Come una grande vacanza. Insomma, siamo sì in emergenza... ma alla greca!” 

Sul dilemma “comunione col vin santo dallo stesso cucchiaino d’argento o no” si sta dividendo la vita politica ellenica e l’intera ecumene ortodossa nel mondo. Dal Patriarca della Chiesa Autocefala di Grecia è arrivato un anatema contro chi vuole bloccare la discesa del sangue di Cristo nei fedeli: ”La comunione è un farmaco d’immortalità. Certo capiamo chi per umana paura o perché malato preferisce non venire a messa”. Mentre il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, il Papa ortodosso Bartolomeo, che è la guida spirituale di tutte le Chiese autonome nazionali dalla Grecia alla Russia ed è noto per le sue battaglie ambientaliste, avverte: “La Chiesa Ortodossa rispetta la scienza medica: la fede in Dio esalta la logica umana, non la abolisce”. Fra i due sacri litiganti di Atene e Costantinopoli, i politici greci oscillano. Dal governo conservatore, tramite il ministero della Sanità, era arrivata nei giorni scorsi una frase alla Ponzio Pilato: “Se i fedeli si sentono protetti dallo Spirito Santo nella comunione, vadano pure in Chiesa. È una loro libera scelta”.

Il centrosinistra di Syriza e Kynal sprona invece il governo a imporre misure draconiane alla Chiesa, a tutela della salute dei cittadini, come succede in molti paesi con una forte sensibilità religiosa. Del resto lo stesso governo del leader conservatore Kyriakos Mitsotakis ha già chiuso altri luoghi di raduno come le scuole, i cinema, i teatri, le discoteche. Forse i moderati temono quella parte di opinione pubblica che si fa incantare dalle sirene che intonano “Dio e Patria”? Una risposta ufficiale, anche se non chiarissima riguardo al delicato tasto della comunione ortodossa, è arrivata la sera di giovedì 12 marzo da Mitsotakis in un appello tv rivolto ai cittadini: “Anche a me è capitato, in questi giorni difficili, di rivolgere il mio pensiero a Dio", ha detto verso la fine del suo discorso che toccava le principali restrizioni per la salute pubblica prese dal suo governo. "La fede significa in questo momento fede nella sopravvivenza della nostra comunità. È meglio che ognuno di noi preghi stando a casa. Sono certo che anche la Chiesa greca prenderà le dovute misure”. Ma il premier deve vedersela con problemi più terreni: secondo il quotidiano Kathimerini si preannuncia un calo fino al 3,5% del Pil a causa del turismo in crisi, fra disdette e mancate prenotazioni: il settore vacanziero è l’industria pesante del paese. Giovedì 12 marzo la borsa di Atene era crollata a meno 10,61%.

Anni di sacrifici sfumati, nel paese che ha già pagato la crisi economica del 2008 con la cura lacrime e sangue più dura dell’Unione europea. Intanto, per non pensare a scenari cupi, a Creta c’è chi continua ad allacciarsi focoso nel tango. Dimitri, maestro del ballo argentino a Chania, città di 100mila abitanti sulla costa nord ovest, ha annullato le notti danzanti. “Però abbiamo un corso frequentato da tre coppie che hanno scelto di continuare a venire a lezione - ci spiega - certo se ci obbligheranno a chiudere la scuola, lo faremo”.  

Per non parlare delle mascherine, che le coppie che vanno a volteggiare da Dimitri si ostinano a non mettere. Anche perché è difficile trovarle, come a Milano e ad Atene. E come in tutte le isole bagnate dall’Egeo. Con l’eccezione di un puntino isolato nell’Egeo a 80 chilometri a nord-ovest dell’isola di Lesbo, l’isola dove sono approdati migliaia di disperati in fuga dall’Anatolia, stipati nel tristemente famoso Centro di accoglienza di Moria. Ad Aghios Efstratios, invece, l’isolotto di 43 chilometri quadrati al largo fra Lesbo e Lemno, da cinque anni non ci sono sbarchi di profughi. “Allora ne era arrivato qualcuno, ci sono anche stati degli arresti. Poi più nulla, siamo troppo lontani e isolati” racconta a OBC Transeuropa la sindaca Maria Kakali. Qui c'è solo una linea di navi che collega questo atollo mediterraneo tre volte la settimana con la Grecia continentale a Kavala e Lavrion e con la più vicina Lemno. Lo abitano 210 persone che hanno tutte a disposizione la mascherina anti virus: non perché sia arrivato il contagio, ma perché Maria è la sindaca più giovane e efficiente di Grecia: 33 anni, già eletta la prima volta quando di anni ne aveva solo 27, ma soprattutto l’unica prima cittadina votata all’unanimità dal centrodestra e dal centrosinistra nella Terra degli Dei alle ultime elezioni amministrative del 7 luglio, quando la Grecia era spezzata in due dagli opposti schieramenti di Nuova Democrazia e di Syriza.

“Le ho fatte arrivare già a fine gennaio, le mascherine, quando ho capito che l’epidemia poteva arrivare anche qui - ci spiega Maria Kakali - Non abbiamo un ospedale: solo un medico condotto e un infermiere durante l’inverno. Ma noi sindaci dobbiamo applicare le misure a tutela della comunità. Quindi ho chiuso anch’io le scuole: abbiamo 23 fra bambini e adolescenti, con classi dalla materna al liceo. In questo momento li vedo giocare felici sulla banchina del porto, unico centro abitato di Aghios Efstratios”.

Tengono le dovute misure di distanza, loro e i genitori che li accompagnano? “Insomma... anche da noi i caffè e gli unici due ristoranti lavorano a pieno ritmo, è una giornata di sole!” Se però dovesse piombare il virus a turbare la quiete di questo paradiso tutelato dal Programma europeo per l'Ambiente Natura 2000, che vive di pesca, pastorizia e di turismo, Maria chiuderebbe il porto ad aliscafi e pescherecci. Essere piccoli e isolati nel grande mare blu espone a sfide continue. Alla nostra sindaca è già capitato appena eletta nel 2014, di fronteggiare una piaga letteralmente biblica: l’invasione di milioni di cavallette, insetti migratori arrivati qui anni prima, forse su una nave, e che si erano moltiplicati grazie alla mancanza di "competitori" naturali delle locuste (come alcuni tipi di coleotteri). "Distruggevano alberi e cespugli pressoché indisturbate, nessuno aveva fatto gli interventi necessari. Le nostre capre non avevano più nulla da brucare - ricorda Kakali - abbiamo chiesto aiuto agli entomologi dell’Università di Atene, oltre alla task force della Protezione civile. Sono arrivati con droni e spray biologici per tamponare la calamità; abbiamo anche allestito un piano di prevenzione. Ci sono voluti quattro anni per sconfiggere l’invasione". Se anche arrivasse un’intera armata di coronavirus, qui ad Aghios Efstratios sono pronti a lottare.

Il dramma dei rifugiati

Sono molte le organizzazioni umanitarie a denunciare la situazione drammatica nelle isole egee, con oltre 40.000 rifugiati alloggiati in campi che prevedono lo spazio per 6000 persone. Solo a Lesbo sono più di 20.000 le persone accampate in condizioni disumane nei pressi del campo di Moria, campo pensato per 3000 persone. Tra loro migliaia di minori non accompagnati. I rifugiati e le organizzazioni che li assistono sono stati inoltre oggetto di brutali attacchi da parte di estremisti di destra. A Lesbo inoltre è stato accertato il primo caso di coronavirus su una persona di nazionalità greca ricoverata nell’ospedale locale. Se il virus dovesse diffondersi tra i profughi, sarebbe una tragedia nella tragedia.


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