Pixabay (CC0 Creative Commons)

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Il ricordo dei tempi passati, quando in Jugoslavia l'umorismo e la risata erano quasi "uno sport nazionale" e l'ilarità era segno di "un ambiente emotivamente sano e sicuro"

10/08/2018 -  Azra Nuhefendić

I miei avevano cominciato a litigare quando ero già adolescente. Me lo ricordo non perché il loro rapporto mi abbia traumatizzato, ma per una reazione che a lungo non riuscivo a spiegare.

Quei litigi me li ricordo perché dopo che i miei genitori si erano sfogati dicendosi tutto quello che avevano da dirsi, per un attimo noi sorelle ci sentivamo tristi, tacevamo tutte, e poi qualcuna cominciava a ridacchiare sottovoce, o ripeteva alcune parole che si erano scambiati i nostri genitori e che, dette così, parevano ridicole, oppure imitava i loro gesti, e alla fine ridevamo tutte a crepapelle.

Mamma facendo la vittima resisteva, ci invitava a stare “serie di fronte alla situazione”, a quel punto ridevamo ancora di più. Infine, arresi, ridevano anche i nostri genitori.

Questo “riderci sopra” non era una stranezza famigliare, ma piuttosto uno sport nazionale. Molto diffuso tra noi jugoslavi. Ridevamo molto e spesso. Non perché fossimo scemi o poco seri, no, eravamo una nazione di giovani, contenti, e la nostra ilarità indicava che stavamo in un ambiente emotivamente sano e sicuro.

Oggi gli psicologi ci spiegherebbero che ridevamo perché il riso ci aiutava a comprendere meglio la situazione, a sentirci più uniti, migliori, ci aiutava a riaffermare le relazioni e a farne di nuove.

All’epoca eravamo inconsapevoli di tutto questo e ridevamo. Tutta la mia infanzia e adolescenza sono trascorse tra le risa. Ridevamo spesso anche senza motivo, talvolta quando proprio non ci voleva, e nelle situazioni dove non era opportuno nemmeno sorridere.

Ridere è un’attività sociale e, secondo la scienza, quando siamo in compagnia ridiamo trenta volte di più di quando siamo soli.

In quasi su tutte le foto che ho conservato ci sono facce sorridenti. Su alcune foto i volti si vedono a malapena, o non si vedono affatto, perché eravamo piegati in due dal ridere.

Oggi per fare una foto di solito ci s’incoraggia a sorridere pronunciando “cheees”. Ma all’epoca era il contrario, ridevamo così tanto che il fotografo o chiunque altro dovesse fotografarci ci invitava a stare seri almeno per un attimo, giusto per fare un click.

Una delle foto “serie” è quella del terzo anno di liceo classico. Tutti i visi appaiono seri, ma ricordo benissimo (il fotografo era stato chiamato apposta per la foto) che un attimo prima del “click” ci stavamo sbellicando dalle risa.

Tra i miei colleghi c’era un certo Radovan che raccontava barzellette di continuo e in ogni situazione. Ma la maggior parte delle nostre risate non era legata all’umorismo di certe storielle, ma alle situazioni e ai rapporti che si creavano tra di noi.

Quando frequentavo il liceo classico capitava che noi studenti scappassimo dalle lezioni. Lo facevamo per moda o per il gusto di fare qualcosa di trasgressivo. Una volta c’eravamo messi d’accordo e tutti noi trentanove della classe disertammo la lezione di lingua russa. Di solito ci nascondevamo in bagno dove i fumatori potevano accendersi le cicche.

Il professore di lingua russa, Vladimir, era un veterano partigiano che teneva molto alle regole, al suo senso di responsabilità e a una disciplina ferrea. Venne a recuperarci uno a uno, e poi in classe ci disse, quasi scusandosi: “Io sono pagato per tenervi questa lezione, non posso mica starmene qui da solo a non far nulla”.

E rivolgendosi a un nostro compagno di nome Goran aggiunse: “Mi sbaglio o ti ho visto fumare?”. “Macché, io a fumare, professore, ma cosa dice, quello che lei ha visto uscire dalla mia bocca era vapore”. E la classe scoppiò a ridere fragorosamente. Era già la fine di maggio, il tempo era bello e faceva caldo, e di sicuro non si poteva vedere il vapore che usciva dalla bocca come quando fa freddo.

Alcuni eventi, talvolta pericolosi, me li ricordo per le risate pazzesche che avevano suscitato. Una volta capitò durante un programma radiofonico che conducevo in diretta con un collega. All’improvviso il mio collega ha incendiato il foglio sul quale stavo leggendo. Con il microfono acceso non potevo dire nulla, né emettere alcun suono che avrebbe potuto far trapelare il mio spavento. Passando il foglio da una mano all’altra riuscii a finire di leggere il testo, ma subito dopo, a microfono spento scoppiammo tutti a ridere come matti: io perché ero riuscita a terminare la lettura e tutti insieme per lo scherzo insolito.

Almeno una volta mi sono accorta di quanto il riso non si possa controllare, che è contagioso e che non possiamo dominarlo. Durante una conferenza stampa tenuta dal ministro degli Esteri della Jugoslavia, qualcuno aveva cominciato a ridere sommessamente, non si sa perché visto che non era stato detto né fatto nulla di ridicolo. Inutilmente cercavo di stare seria, di trattenere il riso, poi, facendo finta di cercare qualcosa mi sono piegata sotto il tavolo ma mi scuotevo tutta dal ridere.

Il ministro ci lanciava occhiate, si schiariva la gola per avvertirci e richiamarci alla serietà. Infine, arrabbiato, ci chiese se per caso stesse dicendo qualcosa di ridicolo. A quel punto scoppiammo tutti a ridere sonoramente, fino alle lacrime. Il ministro offeso abbandonò la conferenza. Alla fine nessuno si ricordava più il motivo delle nostre risate né chi avesse cominciato per primo.

La nostra ilarità trovò espressione nell’arte. In quegli anni furono prodotti film, serie televisive, pièce teatrali, libri umoristici che, in certi casi, potevano paragonarsi alle più riuscite commedie o ai comici di fama mondiale.

Un esempio tra i tanti è il film jugoslavo “Ko to tamo peva”(Chi è che canta laggiù) del 1980, diretto da Slobodan Šijan . È un classico, un “evergreen”, ancora oggi attuale, dopo quasi mezzo secolo non ha perso nulla della sua comicità.

Oppure la serie TV “Top Lista Nadrealista” (“La top list dei surrealisti” prodotta dalla TV di Sarajevo) che ha fatto ridere l’intera Federazione Socialista Jugoslava dal 1984 al 1991. Dieci anni prima che cominciasse la guerra ridevamo ai loro sketch su Sarajevo divisa in due, oppure sulla nostra lingua comune, il serbo-croato, spaccata in quattro, o sugli osservatori internazionali che mettevano ordine in Bosnia. I “Surrealisti” prendevano in giro le contraddizioni della società avvertendoci, ad esempio, che la pace sarebbe potuta scoppiare rovinando così l’armoniosa guerra bosniaca, o davano istruzioni allarmanti su come la gente avrebbe dovuto agire in caso di pace.

Il loro umorismo ci sembrava surreale e assurdo. Ma dieci anni dopo le divisioni e la guerra erano la nostra realtà.

Un altro episodio che ricordo risale all’ottobre 1991 quando morì il padre di Ljiljana, la mia migliore amica di allora. Dopo il funerale c’eravamo fermati a casa del defunto, come tradizione, per parlare e bere un po’ di grappa. Si parlava del più e del meno. A un certo punto Ljiljana ci raccontò che alcuni mesi prima, in estate, degli “stupidi ufficiali della JNA” giravano sulla montagna Jahorina, vicino a Sarajevo, per controllare quale casa di villeggiatura poteva essere utilizzata come ospedale.

“Ma che stupidi che sono”, dicevamo, e ridevamo così tanto che a un certo punto la vedova del defunto era intervenuta richiamandoci al buon senso e a comportarci come si deve in una casa in lutto.

Neanche un anno dopo quel tragicomico evento abbiamo capito che gli stupidi eravamo noi. Gli ufficiali della JNA verificavano quali case potevano essere utilizzate come ospedale, perché “gli stupidi ufficiali” sapevano quello che noi cittadini comuni ignoravamo: la guerra era già stata pianificata e il terreno intorno a Sarajevo allestito per posizionare l’artiglieria.

E ancor prima di comprendere cosa stesse succedendo, eravamo già assediati, bombardati, colpiti dai cecchini, gli ospedali erano quasi tutti distrutti o danneggiati e ci servivano altri posti per accogliere decine di migliaia di feriti.

Cosa c’era da ridere di fronte a migliaia di morti, decine di migliaia di feriti, alla costante paura, al gelo, privi di cose basilari come l’acqua, il cibo, il riscaldamento, di fronte alle bombe e ai cecchini?

Be’, noi bosniaci neanche durante la guerra avevamo perso l’abitudine o la necessità di sorridere. Nei primi mesi della guerra ridacchiavamo di noi stessi, di come fossimo naif a considerare quelli che ci bombardavano nostri fratelli, ridevamo per diminuire la paura, per sdrammatizzare la situazione, per dar coraggio ai bambini impauriti, per dispetto e per far vedere che eravamo ancora vivi, che non ci eravamo arresi alla disperazione, e perché cercavamo di trasformare la tragedia in comicità.

Noi bosniaci, considerati buoni ma buffi, eravamo i personaggi principali di quasi tutte le barzellette che si raccontavano in Jugoslavia. Ci piacevano ed eravamo noi stessi a inventarle e raccontarle. Le nuove barzellette avevano superato l’assedio al quale erano esposte molte città bosniache. Una, del 1992, era sui due scemi bosniaci Suljo e Mujo che, mentre attraversano la strada, vengono colpiti da una granata, uno di loro perde un orecchio e torna indietro a cercarlo. L’altro gli grida: “Dai lascia perdere l’orecchio, ne hai un altro!”, ma quello ferito ribatte: “Ma non è per l’orecchio, dietro ci avevo messo una sigaretta”.

Un’altra testimonia di come si ridesse anche di fronte all’assedio di Srebrenica e alla tragica situazione di circa trentamila bosniaci. Qualcosa di simile agli ebrei e alle loro barzellette su Auschwitz. Nel gennaio 1993 se ne raccontava una nuova: “Con la neve e a venti gradi sotto zero, la maestra cerca di ‘riscaldare’ l’atmosfera tra gli alunni e chiede loro di parlare di ciò che evoca il caldo, o l’estate. Uno dice di aver trovato una banana in un pacco umanitario, un altro di aver trovato un costume da bagno tra le cose vecchie e che questo gli ha ricordato le vacanze al mare prima della guerra. Poi, il piccolo Mujo dice: le infradito di mia nonna arrivata a piedi da Srebrenica”. Cioè scalza aveva attraversato 300 chilometri a piedi per mettersi in salvo.

Verso la fine della guerra in Bosnia nel 1994 non si sentivano né raccontavano più le barzellette sui bosniaci Suljo e Mujo. “Caduti in guerra”, dicevano quelli che cercavano di fare un vic (barzelletta) anche della morte.

Secondo gli scienziati, una persona adulta ride mediamente sei minuti al giorno, e così è anche per i bosniaci sebbene una volta ridessero non meno di diciotto minuti al giorno. Oggi i bosniaci sorridono raramente, le nuove barzellette sono sporadiche, e per farli sorridere bisogna impegnarsi, parlargli di cose serie come il lavoro, la democrazia, la pace, la giustizia, la sicurezza, cioè di quello che non hanno più. E se ridono, è un ridere amaro.


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