La recente firma dell'Accordo di associazione e stabilizzazione avvicina il Paese delle aquile all'Unione europea. Punti critici dell'Albania restano pur sempre l'alto tasso di corruzione e il lento sviluppo economico

15/03/2006 -  Lucia Pantella

Dopo tre anni di negoziati, lo scorso 18 febbraio l'Albania ha firmato l'Accordo di stabilizzazione ed associazione con l'Unione Europea. Il documento, che costituisce il primo passo verso l'integrazione nelle strutture della Ue, è stato sottoscritto a Tirana dal Ministro degli Esteri albanese Besnik Mustafaj e dal Commissario europeo all'allargamento Olli Rehn, e dovrà essere ratificato da tutti e 25 gli Stati membri. Ma l'adesione appare ancora lontana.

Cronaca di un accordo annunciato

In realtà, l'intensificarsi degli incontri tra il governo albanese e i rappresentanti della Commissione europea negli ultimi 18 mesi avevano lasciato presagire che un accordo prima o poi si sarebbe concluso. Il ministero albanese per l'Integrazione europea, ora guidato da Arenca Trashani, è divenuto sempre più l'organo responsabile per il coordinamento delle attività governative in vista dell'integrazione nelle istituzioni di Bruxelles. In questa direzione, l'accordo tra Ue e Albania per la riammissione degli immigrati irregolari firmato nel mese di aprile del 2005 a margine del Consiglio europeo a Lussemburgo, ha rappresentato un segnale importante nell'ambito del Processo di Stabilizzazione e Associazione (Psa) in cui l'Albania è coinvolta dal 31 gennaio 2003.

Un'altra tappa importante in questa direzione è stata la pubblicazione del Rapporto di Avanzamento dell'Ue lo scorso novembre, un dossier in cui l'Ue ha dato formalmente il via libera al proseguimento delle attività e dei negoziati di adesione, considerando soddisfacenti le riforme democratiche, amministrative e giudiziarie realizzate da Tirana. In particolare, la generale, seppur incompleta, soddisfazione espressa dalla Comunità Internazionale in merito allo svolgimento delle elezioni politiche dello scorso luglio, ha rappresentato un segnale positivo nel processo di integrazione europea.

A quanto pare, la politica europea del bastone e della carota, dopo anni di critiche rivolte alle istituzioni politiche albanesi, sembra aver dato i suoi frutti, e Bruxelles non esita a lanciare segnali positivi nei confronti dei Balcani, così come dimostrato anche dalle dichiarazioni della presidenza di turno austriaca. La corruzione a tutti i livelli, specie in quello politico, e il lento sviluppo economico restano tuttavia i talloni d'Achille di un Paese, che in Europa continua ad avere la fama di "cugino povero e inaffidabile".

Una vocazione europea

Recentemente proprio, Ismail Kadaré, il più celebre scrittore albanese ha affermato che "di tutti i popoli dei Balcani che vogliono aderire all'Ue, gli Albanesi sono i più convinti". Da dove proviene dunque un tale entusiasmo?

All'inizio degli anni '90, la disgregazione del regime comunista in Albania aveva condotto all collasso di tutte le istituzioni statali, da quelle politiche a quelle economiche, da quelle militari a quelle educative. Allo stesso tempo, la fase post-comunista, caratterizzata da una prepotente influenza dei modelli occidentali, ha rivoluzionato le tradizionali strutture della società albanese, dando luogo ad una vera e propria crisi culturale e identitaria che, stando a quanto spera la maggioranza degli Albanesi, si concluderà solamente con l'adesione a pieno titolo nell'Unione europea. L'Albania, infatti, con la sua propensione verso l'Occidente, ha intrapreso con entusiasmo la strada dell'integrazione nell'Ue, riponendo più nelle forze esterne che nelle sue forze interne le prospettive del proprio sviluppo.

"Vogliamo essere come il resto dell'Europa!" gridavano infatti gli slogan degli studenti durante le manifestazioni fin dal dicembre 1990, esprimendo le proprie aspirazioni e speranze per il futuro. Allo stesso modo, il motto di Berisha, in questi anni era "noi governiamo, e il mondo occidentale ci aiuterà". Dal punto di vista politico, l'Albania della transizione si è caratterizzata per un "iper-attivismo diplomatico a tutto campo", poiché la fine del comunismo ha condotto il paese a ripensare la propria identità nazionale in un contesto nuovo, quello dell'integrazione nelle relazioni internazionali. Tale strategia finalizzata a demolire il binomio comunismo-isolamento, che tanto pesava sulla storia del paese, e a edificare quello capitalismo- internazionalizzazione che avrebbe dovuto caratterizzare la nuova fase politica, si è rivelata in grado di superare i cleavage partitici, e a divenire una componente super partes della nuova identità politica albanese e dell'agenda politica del paese.

Non stupisce, dunque, alla luce della transizione post-socialista, che la realtà europea, intesa come Unione europea, sembri costituire lo schermo principale su cui si proiettano le aspettative degli Albanesi per il miglioramento delle proprie condizioni di vita. Eppure sembra doveroso constatare che, pur rimanendo al centro della vita politica e culturale dell'Albania post-comunista, il mito dell'Occidente negli ultimi anni è stato intaccato per alcune ragioni, la principale delle quali si basa sulla consapevolezza degli Albanesi di essere considerati in Europa cittadini di seconda classe.

Le percezioni dell'Unione europea secondo gli Albanesi

È un dato di fatto, comunque, che negli ultimi anni l'integrazione nella Ue sia divenuta uno dei leit-motiv bipartisan della vita politica albanese. D'altra parte l'Ue è già presente in ogni aspetto della vita politica e sociale: nel monitoraggio delle elezioni, nei finanziamenti per lo sviluppo, nella partecipazione al processo di riforma e di institution building e di ricezione dell'aquis communautaire. Uno studio condotto dall'Albanian Institute of International Studies (AIIS, 2003) su un campione di intervistati appartenenti all'amministrazione pubblica, ai media, alle ONG locali e al mondo imprenditoriale ha sottolineato quali possano essere le percezioni degli Albanesi nei confronti dell'integrazione nell'Unione europea, e il grado di conoscenza delle istituzioni europee. Il risultato più evidente è che circa il 99% del campione degli intervistati si è rivelato favorevole all'adesione dell'Albania all'Unione europea, e ritiene che il rafforzamento delle relazioni con l'UE sia la priorità assoluta per il Governo albanese. Un livello così elevato di sostegno all'Unione europea da un lato rappresenta un segno molto incoraggiante riguardo l'attitudine della società albanese, ma dall'altro fa sorgere alcuni dubbi sul grado di consapevolezza di quali siano le condizioni necessarie e gli sforzi richiesti da Bruxelles per l'accesso dell'Albania alle istituzioni europee. Inoltre, secondo la maggior parte degli intervistati, l'Unione europea dovrebbe ammettere l'Albania, ancora prima che venissero soddisfatti i criteri di adesione. Questo a dimostrazione di come il processo di integrazione sia percepito più come una decisione presa a Bruxelles, piuttosto che un continuo impegno da parte dell'Albania per potenziare i propri standard politici, economici e sociali.

Un altro equivoco presente nell'immaginario collettivo degli Albanesi riguarda infine i benefici derivanti dall'adesione all'Ue. Per quasi tutti gli intervistati infatti la libera circolazione viene considerato il vantaggio principale, ma essa è intesa prevalentemente come liberalizzazione del regime dei visti, piuttosto che come libertà di circolazione di beni, lavoratori, capitali e servizi.
Per questa ragione, secondo il ricercatore albanese Blendi Kajsiu, l'integrazione europea è ancora percepita come una sorta di mito, che è necessario demistificare, se si vuole arrivare a porre fine alla retorica governativa e cominciare ad affrontare i problemi interni alla società albanese.

Eppure, in questa fase di stabilizzazione, all'Albania non resta che approfittare quanto più possibile del sostegno istituzionale, finanziario e legislativo messo a disposizione da Bruxelles, al fine di portare a termine una serie di riforme incompiute ormai da troppo tempo.


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