Papa Francesco con l'arcivescovo Karekin II e il presidente armeno Serž Sargsyan (foto S. Zoppellaro)

Papa Francesco con l'arcivescovo Karekin II e il presidente armeno Serž Sargsyan (foto S. Zoppellaro)

La recente visita in Armenia di Papa Francesco si è svolta all’insegna della pace e della riconciliazione, senza mancare di fare esplicito riferimento al genocidio del 1915

30/06/2016 -  Simone Zoppellaro Yerevan

Un viaggio di tre giorni destinato a lasciare il segno. Una visita storica, quella effettuata da papa Francesco in Armenia fra  il 24 e il 26 giugno, che segue di quindici anni la prima di un pontefice nel Paese: quella di Giovanni Paolo II nel 2001. Parole e gesti importanti, quelli del papa argentino, che tracciano una linea politica e morale molto chiara nei confronti dei conflitti che affliggono la regione.

Non solo di genocidio – parola destinata a suscitare scandalo, paradossalmente, a più di un secolo da quegli eventi – si è parlato a Yerevan e nelle altre tappe del suo viaggio. Un ruolo di primo piano hanno avuto anche temi quali la riconciliazione fra Turchia e Armenia, e la pace in Nagorno-Karabakh, regione contesa dove ad aprile si sono avuti oltre trecento morti in pochi giorni.

Un “pellegrinaggio”, nelle parole del pontefice, fatto “per attingere alla sapienza antica di quella popolazione” – gli armeni – per la cui storia e tradizioni ha dimostrato un grande affetto. Ultimo motivo conduttore nella visita è stato poi l’ecumenismo, e in particolare il dialogo con la Chiesa apostolica armena, rappresentata dal catholicos Karekin II. Tutt’attorno – sempre presente – il calore della gente, accorsa da ogni angolo dell’Armenia e dai Paesi limitrofi per prestare omaggio a un gigante del nostro tempo.

“Mi inchino di fronte alla misericordia del Signore, che ha voluto che l’Armenia diventasse la prima nazione, fin dall’anno 301, ad accogliere il Cristianesimo quale sua religione, in un tempo nel quale nell’impero romano ancora infuriavano le persecuzioni”. Queste le parole pronunciate da papa Francesco al suo arrivo ad Etchmiadzin, cittadina a pochi chilometri dalla capitale Yerevan, cuore spirituale della Chiesa armena. Questa la prima tappa del viaggio del pontefice, venerdì 24 giugno, dopo la cerimonia all’aeroporto di Yerevan. Al centro della visita, il dialogo religioso.

Genocidio armeno

Dopo l’incontro con Karekin II, massima autorità spirituale armena, si è passati alle autorità civili con la visita al palazzo presidenziale a Yerevan. E qui, alla presenza del presidente Sargsyan, il pontefice è andato subito dritto al nodo fondamentale della sua visita: il ricordo degli eventi del 1915, quando un milione e mezzo di armeni persero la vita nell’allora impero ottomano. “Quella tragedia, quel genocidio, inaugurò purtroppo il triste elenco delle immani catastrofi del secolo scorso, rese possibili da aberranti motivazioni razziali, ideologiche o religiose, che ottenebrarono la mente dei carnefici fino al punto di prefiggersi l’intento di annientare interi popoli.”.

Parole importanti, in linea con quanto affermato da papa Francesco lo scorso anno, e che ancora una volta hanno destato le ire del governo turco, ostinato nel suo negazionismo. Non è mancato, infine, in questo discorso, un omaggio ai 25 anni dell’indipendenza dell’Armenia, alle sue radici cristiane e alla sua cultura.

Il giorno seguente, sabato, la visita papale è ripresa da Tsitsernakaberd, il memoriale del genocidio che si trova su un colle subito fuori dal centro di Yerevan. Qui papa Francesco ha deposto una rosa bianca al fuoco perenne, cuore del memoriale, e ha pregato in silenzio. Lungo il percorso del giardino ha benedetto e innaffiato – come da tradizione, in questo luogo – un albero posto a memoria della visita. Ha poi incontrato alcuni discendenti di perseguitati armeni che furono messi in salvo e ospitati a Castel Gandolfo da Papa Benedetto XV e da Papa Pio XI.

Toccanti le parole scritte dal pontefice sul Libro d’Onore del memoriale: “Qui prego, col dolore nel cuore, perché mai più vi siano tragedie come questa, perché l’umanità non dimentichi e sappia vincere con il bene il male; Dio conceda all’amato popolo armeno e al mondo intero pace e consolazione. Dio custodisca la memoria del popolo armeno. La memoria non va annacquata né dimenticata; la memoria è fonte di pace e di futuro”.

Pace e riconciliazione

Folla a Yerevan per la visita di Papa Francesco (foto S. Zoppellaro)

Folla a Yerevan per la visita di Papa Francesco (foto S. Zoppellaro)

La visita è poi proseguita a Gyumri, seconda città armena, dove si trova concentrata la maggior presenza di cattolici nel Paese. Una città povera e allo stremo, che non si è più ripresa dal terremoto del 1988, quando qui e nei dintorni morirono circa 25.000 persone. Dei 222.000 abitanti registrati nel censimento sovietico del 1984, oggi ne restano poco più di 120.000. Una perdita costante, che non ha avuto fine neanche in anni più recenti.

E proprio dalla memoria del terremoto ha avuto inizio l’omelia pronunciata da Francesco nella piazza principale di Gyumri. Al termine della messa, il Santo Padre ha raggiunto il convento Nostra Signora dell’Armenia, delle suore armene dell’Immacolata Concezione. Qui il Papa ha salutato le religiose, gli orfani curati dalle suore nel Boghossian Educational Centre annesso al convento e gli studenti della scuola professionale Diramayr gestita dalla congregazione.

Ultimo appuntamento di sabato, l’incontro ecumenico e la preghiera per la pace in piazza della Repubblica a Yerevan, al quale hanno preso parte oltre 50.000 persone. Qui papa Francesco è ritornato ancora sulla storia armena e sulla tragedia del genocidio, un dolore che non guarda solo al passato ma che – nelle parole del pontefice – “può diventare un seme di pace per il futuro”. Da qui, il discorso si è mosso sul tema della riconciliazione: “Farà bene a tutti impegnarsi per porre le basi di un futuro che non si lasci assorbire dalla forza ingannatrice della vendetta; un futuro, dove non ci si stanchi mai di creare le condizioni per la pace”.

Con un appello ai giovani: “Ambite a diventare costruttori di pace: non notai dello status quo, ma promotori attivi di una cultura dell’incontro e della riconciliazione”. Con un riferimento esplicito sia alla Turchia che al conflitto per il Nagorno-Karabakh, Francesco ha invitato gli armeni a farsi testimoni di un “grande messaggio cristiano di pace”. “Il mondo intero ha bisogno di questo vostro annuncio, ha bisogno della vostra presenza, ha bisogno della vostra testimonianza più pura”.

Nell’ultima giornata di visita, Francesco ha preso parte alla liturgia nel Piazzale di San Tiridate del palazzo apostolico a Etchmiadzin. “Lo Spirito Santo faccia dei credenti un cuore solo e un’anima sola: venga a rifondarci nell’unità”, ha ribadito il papa, muovendo i suoi passi ancora una volta sulla via dell’ecumenismo.

Ultima tappa, la visita al Monastero di Khor Virap, uno dei luoghi sacri della Chiesa armena, ai piedi del Monte Ararat e a poche centinaia di metri dal confine con la Turchia. Qui papa Francesco e Karekin II dalla terrazza del belvedere hanno liberato due colombe che hanno spiccato il volo – quale auspicio di pace – verso il Monte Ararat e la frontiera chiusa da molti anni. Un’immagine divenuta simbolo di questo viaggio, che ha colpito l’immaginario di molti armeni, e che ha avuto ampia diffusione su stampa e TV locali, e sui social media. Nell’isolamento diplomatico e nell’indifferenza delle grandi potenze verso questo piccolo Paese, gesti come questo valgono più di mille parole.


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